Angelo Coletta nuovo direttore di “M’Ama Buffalo”

L'organismo è chiamato anche Ris Bufala (Ricerca innovazione e selezione per la bufala). Tra gli obiettivi mettere a disposizione degli indici genetici

Dal 15 novembre scorso Angelo Coletta, ex direttore dell’Anasb (Associazione nazionale allevatori della specie bufalina) è alla guida del Ris Bufala (Ricerca innovazione e selezione per la bufala), conosciuta dagli addetti del settore come “M’ama Buffalo”. Più sotto il logo di questo organismo.
Lo abbiamo intervistato circa le iniziative che intende avviare nel suo nuovo ruolo a supporto del mondo bufalino.
Cosa lascia e cosa si aspetta di trovare?
«Lascio sicuramente un lavoro che mi ha dato soddisfazioni ma che non mi appaga più e spero di trovare le giuste motivazioni per costruire obiettivi utili e raggiungere nuovi traguardi. Un mio vecchio amico diceva che per migliorarsi nella vita lavorativa ogni 10 anni si deve cambiare ruolo e struttura, questo traguardo lo avevo ormai raggiunto già da tempo».
Lasciamo stare il passato e parliamo del futuro.
«Certo, meglio giocare una nuova partita che non raccontarne una vecchia. Sono desideroso di mettermi in gioco e mi aspetto che questo nuovo incarico mi dia nuovi stimoli, utili sotto il profilo professionale e che possano servire a tutti quelli che si avvarranno del nostro supporto».
Quali saranno le nuove linee direttrici che darà al Ris bufala?
«Ris Bufala, o M’ama Buffalo come preferite chiamarla, è nata solo qualche anno fa (2014) per dimostrare che il settore bufalino è all’avanguardia anche nel campo del benessere animale. L’intero staff di tecnici ha lavorato a fianco degli allevatori per far crescere questa consapevolezza sia all’interno degli allevamenti che nell’opinione pubblica. Un altro asset importante per raggiungere gli obiettivi aziendali, del quale gli allevatori devono essere consapevoli, è rappresentato dal miglioramento genetico. Basta chiedersi qual è l’interesse per le attuali 2275 aziende che allevano circa 370.000 bufale femmine e circa 28.000 bufali. Può sembrare banale ricordarlo ma l’interesse delle aziende è stato sempre lo stesso: fare profitto. Oggi i tempi sono maturi per fornire alle aziende bufaline uno strumento economico che possa trovare fondamenta nell’azione di miglioramento genetico che si può fare sulle mandrie».
Quali altre sfide si propone con il suo operato?
«Certamente quella di studiare un parametro in grado di misurare le interrelazioni tra l’animale e la componente ambientale, per far sì che le bufale possano essere sempre più integrate in un sistema in equilibrio. Pensate alle auto che ogni giorno percorrono le strade, per renderle compatibili con l’ambiente in cui viviamo sono stati studiati modelli a basso impatto ambientale passando dalle così dette “euro zero” fino alle “euro sei”; se cominciassimo ad applicare lo stesso criterio agli animali che alleviamo potremmo dire di aver contribuito a migliorare l’ecosistema proprio allevando un genotipo in piena armonia con l’ambiente».
Quali sono gli strumenti che intendete mettere a disposizione degli allevatori?
«Sicuramente i tre “Indici genetici” studiati per gli allevamenti che sono di facile utilizzo e utili in diverse situazioni. L’indice “Profittabilità” è già disponibile e in grado di fornire all’allevatore un quadro sintetico e completo del contributo che un determinato animale fornisce al reddito aziendale. L’indice Benessere è in fase di rodaggio e potrebbe diventare un altro strumento adatto non solo a misurare il benessere dell’animale, ma anche a stimare la longevità delle bufale. Il terzo è l’“Indice Metano”, molto importante sotto il profilo ambientale ma soprattutto sotto quello aziendale. Tutte le indicazioni che arrivano dalla Commissione europea, infatti, ci fanno intendere che le nuove norme, che entreranno in vigore nei prossimi anni, saranno finalizzate a premiare produttori e produzioni che avranno avuto un corretto approccio a questa problematica».
E cosa ci dice del rapporto con le Organizzazioni professionali?
«Ci confronteremo al momento giusto; in questa fase il nostro obiettivo è quello di interloquire direttamente con gli allevatori non rappresentandoli ma fornendo loro degli strumenti utili per condurre allevamenti che siano sostenibili sia dal punto di vista ambientale che economico».

 

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