ZOOTECNIA: Piemontese, se c’è unifeed è più alto il peso carcassa

Le caratteristiche dell’allevamento dei bovini di questa razza. E l’influenza del tipo di alimentazione

L’allevamento del bovino da carne in Italia è caratterizzato da tipologie aziendali che si differenziano sia per vocazione territoriale che per metodiche di gestione nonché per soddisfare specifiche richieste del mercato.
Nello scenario italiano, quando si parla di bovini da carne si tende a pensare ai ristalli, soprattutto di capi di provenienza estera, allevati con metodo intensivo fino al raggiungimento del peso e dello stato di ingrassamento ottimali per soddisfare il consumatore in termini di caratteristiche organolettiche delle carni. Una parte della produzione nazionale, seppur in quota minore, deriva però anche dalla tipologia di allevamento linea vacca- vitello, soluzione mai completamente abbandonata negli anni, grazie al forte legame agricolo-zootecnico di particolari aree del nostro paese, caratterizzate da pascoli e aree confinate ideali per tale tipologia produttiva.
I bovini delle razze autoctone italiane vengono prevalentemente allevati secondo questa tipologia e sicuramente, tra di esse, la più importante per consistenza numerica è senza dubbio la Piemontese, inizialmente “sfruttata” per la sua versatilità essendo in origine un animale a triplice attitudine ma che, a seguito dell’evoluzione e della selezione, è ora altamente specializzata nella produzione di carne.

 

RESA AL MACELLO 67%
La selezione di tale razza verso la produzione di carne è stata stimolata dalle ottime caratteristiche organolettiche del prodotto finale, dalla eccezionale resa alla macellazione, dell’eccellente capacità di conversione degli alimenti e dal rilevante sviluppo delle masse muscolari che caratterizza la maggior parte dei bovini appartenenti a tale razza. L’incremento ponderale giornaliero mediamente si attesta sui 1.100-1.300 grammi/giorno per i maschi e 800-1.000 grammi/giorno per le femmine ma un idoneo management aziendale e un’attenta selezione consentono di elevare tali valori anche del 20%.
La macellazione ottimale avviene generalmente a 15- 17 mesi, al raggiungimento del peso di 620-650 kg, con una resa alla macellazione approssimativamente pari o superiore al 67% (fonte: Anaborapi), e carcasse che nel 70% dei casi vengono classificate nelle prime due categorie della griglia S-Europ.
Nello standard di razza della piemontese sono indicati il colore del mantello, l’altezza al garrese, la lunghezza del tronco, la struttura corporea nel suo complesso e la possibile presenza della doppia groppa che rappresenta una delle caratteristiche anatomiche tipiche e che identificano questa razza in tutto il mondo. L’ipertrofia muscolare è la conseguenza della mutazione del gene codificante la miostatina che se da una lato è una caratteristica ricercata al fine di ottenere una migliore resa e qualità del prodotto, d’altro risulta a volte correlato con aspetti negativi quali riduzione delle performance riproduttive, minor vitalità e resistenza dei vitelli, comparsa di malformazioni come artrogrifosi e macroglossia.
Gli attenti e mirati interventi selettivi effettuati negli ultimi anni hanno però limitato tali problematiche che ad oggi possono ritenersi marginali in termini di incidenza.
Dal punto di vista della tipologia di allevamento, per la razza Piemontese non esiste uno schema specifico o consigliato dal momento che estremamente varie risultano sia le strutture che l’organizzazione e gestione nutrizionale adottate da allevamento ad allevamento. Esistono infatti realtà di Piemontesi in sistema semi plein air, con animali al pascolo per circa 6-7 mesi, dalla primavera al periodo autunnale, successivamente stabulati in ricoveri invernali e tipologie a stabulazione permanente, fissa o libera. Nel sistema semi plein air, la razione rispecchia normalmente la disponibilità di materie prime aziendali e del pascolo e relativi foraggi.

 

LA COLOSTRATURA
A quest’ultimo proposito, fondamentale ai fini di un razionamento bilanciato risulta il considerare le variazioni in termini di qualità e quantità del foraggio che caratterizzano i diversi periodi dell’anno in modo da effettuare le necessarie integrazioni per ottimizzare la fertilità della nutrice e la vitalità nonché immunocompetenza del vitello. Particolare attenzione deve essere nello specifico posta alla fase neonatale con particolare riferimento alla colostratura, troppo spesso non adeguatamente considerata.
Come per tutti i bovini, infatti, la corretta assunzione del colostro nelle prime ore di vita è un aspetto importantissimo che si ripercuote sulle fasi successive di allevamento. L’assunzione del colostro è infatti alla base del trasferimento delle difese immunitarie materne al vitello, grazie alla presenza in esso di immunoglubiline, e risulta basilare non solo in termini di quantità ma anche di tempismo (Grafico 1).
Il primo pasto dovrebbe essere effettuato entro quattro ore dalla nascita, situazione in cui la mucosa intestinale ha una maggiore capacità di assorbimento delle immunoglobuline. Nei casi in cui il vitello non sia in grado di assumere volontariamente il colostro per disvitalità o reticenza della nutrice è opportuno effettuare una somministrazione forzata tramite l’utilizzo di sonda, valutando preventivamente e attraverso l’ausilio di un colostrometro la qualità del colostro stesso.

 

TRE TIPOLOGIE
L’allevamento della Piemontese, a seconda della tradizione aziendale e della vocazione territoriale si distingue in tre tipologie: linea vacca-vitello senza ingrasso, linea vacca-vitello con ingrasso (ciclo chiuso) ed aziende specializzate nell’ingrasso. Nella prima tipologia esistono due sottoclassi: una prevede la vendita di soggetti di circa 50 giorni di vita, il puparin (peso di circa 50-70 kg) mentre nella seconda, i vitelli vengono venduti all’età di circa 5-6 mesi con peso approssimativo di circa 200 kg, i mangiarin. La linea vacca-vitello con ingrasso è la tipologia di allevamento maggiormente diffusa sul territorio dove l’obiettivo aziendale è completare il ciclo produttivo ed ottenere soggetti sia maschi che femmine con caratteristiche di peso, sviluppo muscolare e qualità della carne che rispecchino le richieste del mercato. Pur non rappresentando la maggioranza, numerosi sono anche gli allevamenti specializzati nell’ingrasso, effettuato normalmente su lettiera permanente classica o autopulente inclinata e quasi mai su grigliato, data la delicatezza dell’apparato locomotore di tali soggetti in relazione al rilevante sviluppo muscolare.

 

L’ANALISI DI MILANO
Limitate sono comunque le informazioni in merito ai diversi indirizzi produttivi, tipologie strutturali, management zootecnico e gestione nutrizionale nell’allevamento del Piemontese e alle rispettive peculiarità, pregi e difetti ed eventuali riflessi sulle performance produttive. A riguardo, e al fine di offrire un piccolo contributo, sono state raccolte informazioni in 14 allevamenti iscritti al consorzio di tutela del bovino Piemontese (Coalvi) situati nelle province di Biella, Torino, Cuneo e Novara, rappresentative della realtà territoriale.
Analizzando le caratteristiche della popolazione oggetto di studio (Tabella 1 e Grafico 2) emerge come la maggior parte degli allevamenti sia caratterizzato da un numero di capi inferiore alle 200 unità e l’indirizzo produttivo maggiormente rappresentato sia quello con ingrasso esclusivo dei vitelli nati in azienda (ciclo chiuso) seguito da quello misto (ingrasso sia di vitelli nati che acquistati).

 

LE STRUTTTURE
Per quanto riguarda le strutture, dai dati raccolti emerge come la stabulazione fissa sia ancora in buona percentuale adottata sia per quanto riguarda l’allevamento delle fattrici (Grafico 3) ma anche per l’ingrasso dei vitelloni (Grafico 4).
Pavimentazione. La pavimentazione (Grafico 5) su grigliato risulta un’eccezione dal momento che il 93% delle aziende presenta pavimentazione in calcestruzzo con lettiera in paglia.
Illuminazione e ventilazione. La maggior parte degli allevamenti non è ancora dotata di sistemi di ventilazione forzata (Grafico 6) e più del 50% delle aziende considerate necessiterebbe di un’implementazione del sistema di illuminazione (Grafico 7) per facilitare e migliorare il controllo degli animali nel periodo invernale.
Dimensione box. Relativamente alla dimensione dei box (Tabella 2), in tutte le aziende e con specifico riferimento alle strutture adibite all’ingrasso, lo spazio disponibile per ogni capo è risultato superiore ai 2,5 m², superficie ritenuta sufficiente per un adeguato movimento e riposo dei soggetti all’interno dei box come proposto dalla Commissione europea sull’erigendo documento inerente il benessere del bovino (2,5 m² per un bovino di 400 kg di peso vivo più 0.5 m² ogni 100 kg fino a 800 kg).
Spazio in mangiatoia. Per quanto riguarda lo spazio disponibile sul fronte mangiatoia, solo il 21% presenta un numero di “posti” inferiore al numero di soggetti presenti, con conseguente maggior probabilità di competizione tra gli animali se la dieta non viene somministrata ad libitum. 
Box parto. Negli allevamenti a stabulazione libera con ciclo produttivo chiuso e misto, il box parto è presente nell’80% delle aziende (Grafico 8) e il 90% è dotato di box specifico per i vitelli con accesso esclusivo e mangiatoia dedicata (Grafico 9), caratteristiche queste che evidenziano l’estrema sensibilità che gli allevatori di fattrici Piemontesi ripongono verso questa delicata fase del ciclo produttivo. La presenza di box parto è infatti fondamentale ai fini di un rapido ed efficace intervento in caso di problematiche sia inerenti la fattrice (distocie) che il vitello (controllo ed eventuali interventi nelle fasi successive al parto), ma anche perché consente un’adeguata disinfezione ambientale riducendo la morbilità e mortalità neonatale. La presenza di box con accesso esclusivo ai vitelli ottimizza invece il loro stato sanitario, eleva le opportunità di un riposo tranquillo e favorisce un precoce e rapido svezzamento degli animali, grazie alla possibilità di somministrare alimenti specifici sin dai primi giorni di vita.
Ventilazione. Relativamente alle stalle per l’ingrasso (Tabella 3) sono ancora presenti alcune realtà, decisamente tradizionali, caratterizzate da soffitti bassi, finestre ed aperture numericamente e dimensionalmente migliorabili al fine di ottimizzare la ventilazione naturale e pertanto un idoneo ricambio d’aria.
A riguardo infatti, e al fine di non favorire la proliferazione di patogeni e quindi l’insorgenza di broncopolmoniti, la ventilazione dovrebbe garantire una concentrazione di C02 inferiore ai 5.000 ppm, di ammoniaca inferiore ai 20 ppm, di acido solfidrico inferiore a 0,5 ppm, polveri in concentrazione inferiore a 10 mg/m3, e un indice di temperatura ed umidità (THI - Temperature Umidity Index) inferiore a 75. In caso di ventilazione artificiale viene consigliata una movimentazione di aria pari a 0,5 m/s in inverno e 1,0 m/s in estate con una capacità di estrazione dei ventilatori pari a1m3/h/kgPV.
Abbeveratoi. La tipologia di abbeveratoi è risultata nella maggior parte degli allevamenti adeguata anche se numerosa è ancora la presenza di abbeveratoi a spinta. Sarebbe infatti preferibile sostituire tali abbeveratoi a spinta con quelli a livello in quanto in questo modo si riducono i rischi di malfunzionamento o di portata insufficiente, aspetti spesso alla base di limitate performance di crescita ma anche fattori predisponenti (ma non scatenanti) l’urolitiasi. L’indagine ha inoltre evidenziato la necessità in alcuni allevamenti di elevare l’attenzione verso un’adeguata e più frequente pulizia degli abbeveratoi.

 

PERFORMANCE DELLE FATTRICI
I dati raccolti (Grafico 10) evidenziano una incidenza di parti assistiti superiore al 50% e il ricorso all’intervento chirurgico da parte del medico veterinario nell’ 8% dei casi (24 parti cesarei su 337). Tale evidenza sottolinea l’importanza di un’adeguata scelta del toro in particolare se si considera che nel 23% delle aziende considerate (Grafico 11) è presente il toro da monta come unico sistema per la fecondazione delle nutrici e non come strategia da adottare solo nelle situazioni di repeat breeding o calori silenti.
A riguardo si sottolinea inoltre che i parti assistiti e i parti cesarei implicano un rallentamento del ciclo riproduttivo della vacca, una compromissione delle difese immunitarie, una maggiore predisposizione all’insorgenza di processi patologici e allo sviluppo di alterazioni metaboliche. Nei vitelli invece, compromettono la vitalità e l’adeguato assorbimento delle immunoglobuline colostrali nelle prime ore di vita.
Relativamente all’età media alla prima inseminazione essa è risultata compresa tra i 16 ed i 18 mesi con un’età al primo parto tra i 25 e 27 mesi. Sulla base dello sviluppo sostanzialmente medio-tardivo che caratterizza la razza, i dati rilevati sono pertanto e nel complesso da ritenersi ottimali. L’intervallo parto-concepimento è invece risultato mediamente paria a 120 giorni, evidenziando anche in questo caso una più che soddisfacente efficienza riproduttiva delle stalle considerate nello studio.

 

PERFORMANCE DEI VITELLONI
È indiscutibile che le performance di crescita dipendano non solo dalle caratteristiche delle diete utilizzate ma anche dalle modalità di alimentazione e cioè “a secco tradizionale” con somministrazione dei concentrati separata dai foraggi o dieta unifeed, prevalentemente senza insilati come da tradizione piemontese. Nello studio in oggetto il 42% degli allevamenti non era dotato di carro miscelatore.
A riguardo, sono le dimensioni aziendali da cui principalmente dipende l’uno o l’altro sistema di alimentazione in quanto è su esse che si basa la convenienza economica dell’acquisto del carro miscelatore, anche se vi sono ancora allevatori che ritengono che l’alimentazione a secco tradizionale sia più performante rispetto a quella unifeed. Nella presente indagine, la differente tipologia di somministrazione degli alimenti ha evidenziato differenze significative nelle performance di crescita (Tabella 4).
Il peso carcassa e l’incremento in “peso carcassa”, parametro quest’ultimo normalmente utilizzato dal Coalvi e che non considera peso alla nascita e resa alla macellazione, sono infatti risultati significativamente superiori negli allevamenti con sistema “unifeed” rispetto a quelli con alimentazione tradizionale. Tale risultato scaturisce dal fatto che l’animale alimentato con dieta tradizionale si trova quasi sempre in condizioni di non ottimizzazione del processo digestivo in quanto a momenti in cui i soggetti assumono il concentrato con voracità, seguono momenti in cui l’animale consuma esclusivamente fibra, o perché è l’unico alimento disponibile o perché ha il bisogno fisiologico di tamponare un rumine in sub acidosi o a rischio acidosi.
Tale condizione comporta un continuo squilibrio a livello ruminale che penalizza l’efficienza digestiva e deprime assunzione e performance di crescita.

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