Mais. Così la Pac sostiene chi fa trinciato

Le opportunità aperte ai foraggicoltori dalla nuova Politica agricola comunitaria. Il punto sulla situazione, con l’aiuto di Roberto Pretolani dell’università di Milano

Arriva una nuova Pac e, come al solito, è caccia al dettaglio, per conoscere fino in fondo opportunità e insidie contenute in un regolamento che, sulla carta, completa un percorso iniziato oltre dieci anni fa: lo spostamento degli aiuti dal pagamento diretto al cosiddetto secondo pilastro, secondo il principio che gli agricoltori devono essere sovvenzionati sempre di più per la loro opera di tutela del territorio e dell’ambiente, e sempre meno per la loro attività produttiva. Una linea che, considerando prescrizioni come il divieto di monocoltura e il contingentamento delle superfici massime da destinare a ciascuna coltivazione, si fatica un po’ a cogliere, per la verità, nel regolamento entrato in vigore lo scorso gennaio.
In queste pagine non vogliamo, però, fare un processo alla Pac, bensì analizzarne gli aspetti che più riguardano il mondo della zootecnia e, in particolare, gli insilati, che siano di mais o di altri cereali o foraggi. Questo perché alcune norme della medesima intervengono (a volte anche significativamente) nelle scelte colturali degli agricoltori, soprattutto se esse sono orientate, come accade molto spesso in pianura Padana, verso la monocoltura (in generale maidicola).
Un concetto di fondo su cui il legislatore comunitario non sembra più disposto a derogare è il seguente: a partire da quest’anno non si può più fare, in Europa, monocoltura, a meno che essa non abbia positive ricadute ambientali (ne parleremo più avanti). Questo è quanto: chi era abituato a seminare 100 ettari di mais su 100 di Sau, non potrà più farlo.
O meglio, potrà farlo finché vuole, dal momento che la libertà d’impresa non è in discussione, ma deve sapere che, con la sua scelta, rinuncerà a una parte consistente di aiuto comunitario e si vedrà penalizzato anche nel pagamento di base. Siccome la Pac per gli allevatori si aggira, mediamente, sugli 800 euro per ettaro, privarsi di una quota consistente dei medesimi in nome della libertà di seminare ciò che si vuole non è economicamente consigliabile.
Stabilito che con la Pac si deve convivere, cerchiamo allora di capire come si possa farlo al meglio e, possibilmente, anche sfruttandone le potenzialità.
La Pac e l’allevamento
«Tutto sommato, non è una Politica agricola così dannosa, per gli allevatori”. Questo giudizio di massima viene da Roberto Pretolani, docente di Economia agraria all’università degli studi di Milano, al quale abbiamo chiesto aiuto per orientarci nei meandri di un regolamento corposo quanto complicato. «Si cerca, evidentemente, di dare una spinta alla diversificazione e questo, a mio parere, è un aspetto positivo, anche se mi lascia perplesso la rigidità dei tetti presenti in alcune misure. Quando si parla, per esempio, di un 5% di area ecologica o di un 75% come tetto massimo per una coltura, non si considera che i campi non si possono ritagliare a piacimento, ma hanno forma e confini definiti, per cui diventa difficile farli coincidere con una percentuale fissa. In conclusione, penso che sarebbe stata utile un po’ di flessibilità sulle quote; al di là di questo, lo ripeto, la spinta alla diversificazione è condivisibile. Del resto, puntare sulla monocoltura è un azzardo anche in termini economici e agronomici: meglio distribuire il rischio su più colture».
Gli allevatori, dunque, non sono messi così male: grazie al contributo accoppiato scelto dall’Italia, hanno una buona Pac, con un pagamento che si attesta in molti casi sugli 800 euro, qualche volta anche oltre. Bisogna però anche ricordare che l’entità dei premi è destinata a ridursi, da qui al 2019. Bruxelles ha fissato un calo massimo del 30% rispetto al premio iniziale, ovvero quello che sarà percepito nel 2015. Soluzione che, in alcuni casi, può anche comportare una riduzione più consistente del fatidico 30%, rispetto ai premi del 2014. In ogni caso, un proprietario di stalla continuerà a percepire un contributo superiore alla media degli agricoltori.
Dovrà però, come indicato da Pretolani, rivedere i piani colturali. L’effetto di questa riorganizzazione imposta da Bruxelles comporterà, a livello generale, una riduzione anche significativa delle superfici a mais. «Si può stimare, pur in assenza di dati precisi, che il calo dovrebbe attestarsi tra gli undici e i dodicimila ettari, per la sola Lombardia, su un totale approssimativo di 105mila», segnala il docente. Precisando, tuttavia, che la cifra è per l’appunto una stima e come tale soggetta a correzioni.
I capisaldi della Pac
Riassumiamo, molto in sintesi, quali sono i punti salienti della nuova Pac. Poiché sull’argomento si è già scritto moltissimo, ci limitiamo agli aspetti principali del regolamento.
Tre componenti, più due. Il pagamento Pac è composto da tre elementi obbligatori più altri quattro facoltativi, per un totale massimo di sette. Le componenti obbligatorie sono il pagamento di base, fornito a ogni agricoltore sulla base dei titoli maturati nel 2013, un aiuto specifico per gli agricoltori under 40 e, infine, l’ormai arcinota ecosostenibilità, altrimenti detta “greening”, di cui ci occuperemo a fondo tra breve. Ogni paese poteva inoltre attivare una o più delle componenti facoltative. Per l’Italia sono due: riguardano i piccoli agricoltori e il pagamento accoppiato per alcuni settori (seminativi, zootecnia, olivicoltura). Quest’ultimo può impegnare, al massimo, l’11% dei fondi totali destinati al nostro paese. Quasi la metà del pagamento accoppiato (49,3%) è attribuito all’allevamento e, più nello specifico, il 17,5% è riservato alla zootecnia da latte.
Il greening. Greening, ovvero rinverdimento. Quindi, un pagamento “ecologico” per chi mette in atto pratiche a favore dell’ambiente. Vale il 30% dei fondi a disposizione di ogni stato membro e richiede che l’agricoltore adotti alcuni comportamenti eco-sostenibili.
Il primo è la diversificazione: chi ha più di dieci ettari di superficie deve praticare almeno due coltivazioni e nessuna delle due può superare il 75% degli ettari destinati a seminativi. Le colture “obbligatorie” salgono a tre se si superano i 30 ettari di seminativi. In questo caso, le due colture principali non possono occupare più del 95% degli ettari totali.
Il secondo impegno è per la conservazione dei prati permanenti: quelli ubicati nei terreni di Natura 2000 non possono essere convertiti, mentre per gli altri è ammessa la conversione dietro denuncia all’Agea.
Terzo punto, indispensabile per ottenere il pagamento verde, è destinare almeno il 5% della superficie aziendale – tutta la superficie, esclusa quella a foraggere permanenti e ad arboree da frutto – ad aree di interesse ecologico, ovvero utili a favorire la biodiversità e la permanenza di flora e fauna spontanee. Per esempio, strisce incolte a bordo campo, siepi e filari di alberi, boschetti (compresi i boschi realizzati con i Psr), e così via. L’obbligo riguarda chi ha più di 15 ettari di Sau. Siccome le colture azotofissatrici sono comprese nell’elenco delle aree di interesse ecologico (con un coefficiente di equivalenza pari al 70%) è possibile rispettare il vincolo Pac coltivando su almeno il 7% della superficie interessata medicai, soia o altri tipi di leguminose (trifoglio, favino, veccia, pisello etc).
Pac e insilati
Vediamo adesso, più nello specifico, come la Pac può influenzare le scelte in materia di colture da insilato e, in particolare, di mais foraggero.
Come abbiamo scritto sopra, chi finora ha praticato la monocoltura di mais dovrà cambiare abitudini, se ha più di 10 ettari di seminativi; dunque, praticamente sempre. I regolamenti, però, prevedono eccezioni e casi particolari, che val la pena conoscere. Uno, per esempio, riguarda proprio l’insilato di mais e la definizione di coltura principale.
Quest’ultimo concetto è stato introdotto per risolvere la questione del doppio raccolto: se su un terreno pratico, nello stesso anno, due colture, valgono entrambe ai fini della differenziazione? No: la Ue ha stabilito che se ne deve considerare soltanto una: quella che resta sul terreno per più tempo nel periodo dal 1 aprile al 9 giugno. Tuttavia, Agea ha deciso che il mais da granella sia in ogni caso da considerarsi coltura principale, vista la sua assoluta rilevanza, indipendentemente dalla permanenza in campo. L’eccezione non riguarda, però, il mais da trinciato: pertanto, nel caso di una doppia coltura loietto-mais, molto probabilmente il loietto sarà la coltura principale, visto che occupa proprio il periodo primaverile considerato da Agea.
Un agricoltore ci ha fatto però notare che sfruttare questa possibilità espone, a un rischio che rappresenta anche un vincolo alla libera imprenditorialità: che accadrebbe, infatti, se arrivati all’estate il coltivatore cambiasse idea, decidendo di non raccogliere in trinciato ma di trebbiarlo come granella? Nel caso avesse mais di primo raccolto, un’altra coltura e l’avvicendamento loietto-silomais, non potrebbe farlo, pena la perdita del contributo ambientale: infatti, a quel punto, il mais diventerebbe coltura prevalente, cancellando il loietto (o l’altra coltura fatta in primo raccolto) dall’elenco della diversificazione.
Un caso limite? In parte sì, ma nemmeno poi tanto: si pensi, per esempio, a quanti campi di mais “scappano” perché il contoterzista non arriva in tempo con la trinciacaricatrice, oppure a quante volte un allevatore decide di portare a maturazione qualche ettaro di mais perché ha già tutti gli insilati di cui ha bisogno.
Continuiamo a parlare di Pac, però: ai fini della diversificazione e delle superfici dedicate a ogni coltura, bisogna ricordare che si fa riferimento a colture di generi diversi. Questo significa, per esempio, che grano e orzo contano come due colture diverse, dal momento che appartengono a generi diversi, anche se saranno entrambe destinate all’insilaggio.
Pertanto un agricoltore con 100 ettari di superficie e una quota di siepi o filari sufficiente a soddisfare l’obbligo di aree ambientali (5 ha, nell’esempio) potrebbe tranquillamente coltivare mais, orzo e grano da insilare, a condizione che nessuna delle tre colture superi i 75 ettari e nessuna sia inferiore ai 5 ettari. Lo stesso vale per triticale e segale, per esempio. Inoltre la Pac considera distinte le colture invernali e primaverili, anche se le medesime appartengono allo stesso genere.
Un discorso a parte va fatto, poi, per prati stabili e leguminose che, come abbiamo anticipato, godono di un regime di favore: sono infatti esenti dall’obbligo di differenziazione e, per di più, soddisfano il vincolo delle aree di interesse ambientale. Chi ha almeno il 75% di superficie occupata da medica o foraggera permanente, quindi, non deve diversificare e, avendo una così ampia superficie a foraggio o leguminosa, è in regola anche con le aree ambientali.
Un allevatore potrebbe dunque coltivare 75 ettari di medica e prati permanenti e i restanti 25 con mais (da granella o insilato) o con un cereale da trinciare. Questo purché la seconda coltura non superi i 30 ettari; il che equivale a dire che la superficie seminativa totale non può superare i 120 ettari.
Il regime speciale vale per foraggere e prati stabili, ma non per i cereali da foraggio (mais, orzo, grano, triticale o segale da trinciato). La norma parla infatti di foraggere permanenti e foraggi tradizionali in avvicendamento. Dunque, oltre ai prati stabili, medica, trifoglio e simili ma non, appunto, cereali di vario tipo.
Qualche esempio
Si dice che un esempio vale più di mille parole; pertanto concludiamo questa breve analisi del rapporto tra Pac e insilati con qualche caso concreto. Ipotetico, ma sicuramente verosimile e, speriamo, abbastanza vicino alle situazioni reali dei nostri lettori.
Soltanto mais. Chi ha soltanto mais, deve differenziare. Con una seconda coltura se ha meno di 30 ettari, con altre due se supera questa soglia. Inoltre, se ha almeno 15 ettari, deve dedicare il 5% di superficie ad aree di interesse ambientale. Nel caso non disponga di sufficienti filari, siepi e boschetti, potrà usare le leguminose. Sarà quindi in linea con i dettami del greening, per esempio, coltivando silomais, un cereale da insilato (orzo, grano o simili) e almeno il 7% della Sau con erba medica, trifoglio o soia. Va da sé che il set-aside vale come area di interesse ambientale.
Un caso particolare è quello dell’allevatore con meno di 30 ettari e sufficienti aree ambientali: se la può cavare coltivando mais da trinciato di primo raccolto e poi, su almeno il 25% della Sau, loietto o altra coltura vernina seguita da mais da trinciato, purché la prima coltura sia prevalente per permanenza sul terreno.
Soltanto insilati. Un allevatore che decidesse di dedicare tutta la superficie agli insilati lo può fare liberamente, rispettando il greening, a condizione di scegliere le essenze con un attimo di attenzione. Prendendo come esempio i canonici 100 ettari, ne deve riservare al massimo 75 alla coltura principale e almeno 5 a quella meno praticata, che probabilmente sarà anche quella utile al rispetto delle aree di interesse ambientale. Qualche esempio di piano colturale a norma: 75 ettari di silomais, 18 di orzo da insilato, 7 di medica (da insilato o meno) oppure di soia o trifoglio o pisello. In alternativa, 75 ettari di silomais, 18 complessivi con varie colture da insilaggio (triticale, grano, orzo... non importa quante) e i canonici 7 di medica, leguminose di altro tipo.
Insilati e granella. Un caso molto comune è la coltivazione di insilati e cereali da granella. Anche in questo caso, facciamo qualche esempio su una superficie di 100 ettari, assumendo che non abbia superfici sufficienti per le aree ecologiche. In queste condizioni si possono fare mais da granella, mais da insilato e un cereale a paglia (da insilato o granella, indifferentemente), oltre ai 7 ettari di leguminose. Una combinazione minimale prevede invece mais da granella, mais da insilato di secondo raccolto (preceduto, per esempio, da loietto) e la solita leguminosa. Ammesso anche grano, un orzo da trinciato e poi il mais, senza dimenticare la leguminosa.
Insilati e foraggi. Quasi tutti gli allevatori hanno una superficie più o meno estesa di foraggi essiccati o prati. In questo caso rispettare il greening è molto più semplice, a condizione che queste foraggere coprano almeno il 7% della Sau.
Se ciò avviene, basta seminare, in aggiunta, almeno due colture diverse, per esempio grano e orzo, oppure un cereale a paglia e il tradizionale silomais, per esempio. Non importa che i cereali vernini siano usati come trinciato o da granella, l’importante è che vi siano almeno tre colture.
Lasciamo, a questo punto, la conclusione a Roberto Pretolani: «Rispettare i vincoli, per un’azienda zootecnica standard, non richiede stravolgimenti. Chi fa silomais più un po’ di trinciati alternativi, molto probabilmente è già molto vicino alle prescrizioni della Pac. Nella mia esperienza, questi produttori sono prevalenti su chi fa soltanto silomais e dovranno, quindi, soltanto modificare parzialmente le superfici, se il silomais supera il 75% della Sau. Per esempio, riducendo un po’ il mais o facendo un primo raccolto di loietto e aggiungendo, nel caso non ne producessero, medica o un’altra leguminosa. L’allevatore che finora ha avuto come base colturale il silomais e acquistava all’esterno i foraggi, dovrà invece iniziare a coltivarne in azienda almeno una parte. Ma questo, ripeto, non è un fattore negativo».

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