La sostenibilità non è più soltanto un obiettivo ambientale da inserire nei programmi aziendali, ma un elemento che incide sulle scelte industriali, sull’organizzazione del lavoro e sul rapporto con il mercato.
È questo il filo conduttore emerso dal panel dedicato alla sostenibilità nei modelli di business, denominato Cattolica Green Day e organizzato dall’Università Cattolica di Piacenza, che ha messo a confronto esperienze provenienti dai settori dell’energia, della nutrizione vegetale e dell’alimentare che si sono incrociate con il contributo del mondo della ricerca con diversi interventi di docenti della Cattolica (Francesco Timpano, Ettore Capri, Lucrezia Lamastra, Riccardo Torelli e Monica Veneziani).
Ambiti differenti, accomunati dalla necessità di ridurre l’impatto delle attività produttive, utilizzare meglio le risorse e tradurre gli impegni dichiarati in risultati verificabili. Del resto, come ha sottolineato il professor Ettore Capri, che ha introdotto la mattinata del Cattolica Green Day, l’Università Cattolica ha svolto un ruolo pionieristico nello sviluppo di indicatori di ecologia integrale per misurare la sostenibilità delle filiere agroalimentari, trasferendo progressivamente le conoscenze scientifiche nei percorsi di laurea in Scienze agrarie e alimentari.
Capri ha richiamato l’evoluzione del ruolo dell’Ateneo: dalla ricerca e dalla formazione delle nuove generazioni alla necessità di diffondere la cultura della sostenibilità anche tra i professionisti, gli operatori e le imprese già attivi nel sistema agroalimentare. L’obiettivo è rafforzare il dialogo tra università e mondo produttivo e favorire il trasferimento delle conoscenze scientifiche nelle pratiche quotidiane, affinché la sostenibilità diventi un patrimonio condiviso dell’intera filiera.
Per le imprese, la sfida consiste nel trovare un equilibrio tra obiettivi ambientali, qualità dei prodotti, efficienza dei processi e sostenibilità economica degli investimenti. Un percorso che richiede innovazione tecnologica, ma anche un cambiamento culturale, poiché la sostenibilità deve coinvolgere le diverse funzioni aziendali e diventare parte integrante delle decisioni quotidiane.
Economia circolare, risorse da recuperare
Un esempio concreto arriva dalla nutrizione vegetale, come ha rilevato Paolo Brancola di Timac Agro, illustrando un approccio che punta a coniugare le esigenze produttive dell’agricoltura con un impiego più efficiente delle materie prime.
La ricerca si orienta anche verso materiali di recupero, come il carbonato ottenuto dai gusci d’uovo e il fosforo ricavato dai fanghi, con l’obiettivo di valorizzare risorse che altrimenti potrebbero essere destinate ad altri impieghi o allo smaltimento. Il tutto nella logica dell’economia circolare.
Accanto all’innovazione di prodotto, conta quella dei processi. Cogenerazione, impianti fotovoltaici e sviluppo di soluzioni basate sulle biomasse sono tra le strade indicate per migliorare l’efficienza energetica.
La transizione energetica e il rapporto con i territori
La sostenibilità riguarda anche la produzione e l’utilizzo dell’energia. Francesca Natalizio, intervenuta per A2A, ha presentato una strategia al 2035 incentrata sulla transizione energetica e sull’economia circolare, sostenuta da investimenti e obiettivi misurabili. Tra le direttrici indicate figurano lo sviluppo delle fonti rinnovabili, la riduzione delle emissioni, il rafforzamento della raccolta differenziata e il coinvolgimento dei consumatori.
Il percorso di decarbonizzazione richiede interventi sugli impianti e sulle infrastrutture, ma anche la capacità di costruire un rapporto con le comunità interessate dai progetti.
La transizione non può essere affrontata soltanto attraverso decisioni tecniche. Il coinvolgimento dei territori è essenziale per affrontare le preoccupazioni, chiarire gli impatti e creare le condizioni per una maggiore accettazione degli interventi. La sostenibilità, in questa prospettiva, si misura anche nella qualità delle relazioni tra imprese, istituzioni e comunità locali.
Il confronto ha evidenziato come il percorso verso modelli più sostenibili assuma forme diverse in relazione alle dimensioni e alle caratteristiche delle aziende.
Trasparenza e obiettivi verificabili
L’esperienza di Musetti Caffè, illustrata dalla relatrice dell’azienda, ha mostrato le difficoltà e le opportunità che riguardano una realtà di dimensioni più contenute.
In questo caso, l’approccio parte dagli ambiti sui quali l’impresa può intervenire direttamente, come il packaging, con l’attenzione verso soluzioni monomateriale. Le scelte devono però tenere conto di esigenze che non sempre procedono nella stessa direzione: ridurre l’impatto degli imballaggi, per esempio, significa anche preservare la qualità del prodotto e la sua durata commerciale.
La sostenibilità richiede quindi valutazioni concrete e non può essere perseguita attraverso soluzioni standard valide per ogni situazione.
Un altro tema centrale del panel è stato quello della credibilità delle dichiarazioni ambientali. In un contesto caratterizzato da una crescente attenzione alla sostenibilità, le imprese devono dimostrare che gli impegni comunicati corrispondono a interventi reali. Il rischio di greenwashing rende indispensabili dati attendibili, indicatori chiari e una comunicazione trasparente.
La rendicontazione di sostenibilità e gli obblighi normativi europei, tra cui quelli richiamati nel dibattito in relazione alla direttiva Csrd (Corporate Sustainability Reporting Directive, direttiva Ue 2022/2464) e alle regole contro le dichiarazioni ambientali ingannevoli, spingono le aziende a strutturare meglio la raccolta delle informazioni e la definizione degli obiettivi.
È importante, è stato detto, che i risultati siano misurabili e che gli eventuali scostamenti rispetto ai traguardi dichiarati vengano spiegati, anziché nascosti.
Le competenze per guidare il cambiamento
La trasformazione dei modelli di business porta con sé anche nuove esigenze professionali. Non si tratta soltanto di creare ruoli specificamente dedicati alla sostenibilità, ma di integrare competenze ambientali, capacità di analisi e attenzione agli impatti nei ruoli già presenti in azienda.
Sono richieste curiosità, proattività, flessibilità e una solida preparazione tecnica, insieme alla capacità di interpretare i dati e dialogare con interlocutori che hanno competenze differenti. Per un’impresa, saper tradurre le informazioni tecniche in decisioni operative è importante quanto disporre di conoscenze specialistiche.
Il tema riguarda anche la formazione dei giovani, chiamati a confrontarsi con filiere sempre più complesse e con normative in evoluzione.
Rebecca Crudele, Inalca: la sostenibilità in zootecnia?
Non è uno slogan: bisogna trasformarla in valore

Per Inalca, azienda protagonista del Green Day della Cattolica con l’intervento di Rebecca Crudele, sostenibilità significa innanzitutto filiera integrata. Significa lavorare con gli allevatori e con il mondo agricolo per utilizzare meglio le risorse, migliorare le coltivazioni destinate all’alimentazione animale e introdurre tecniche innovative, comprese alcune sperimentazioni di agricoltura rigenerativa.
Rebecca Crudele, di Inalca - Gruppo Cremonini, ha esordito così intervenendo al Green Day in Cattolica: «La vera sfida è costruire una filiera circolare. E per affrontarla servono competenze tecniche, ma soprattutto persone curiose, capaci di interpretare dati, norme e cambiamenti». L’abbiamo intervistata.
Partiamo dal prodotto: quanto è cambiato negli ultimi anni in chiave sostenibile?
Più che chiederci che cosa produciamo, dovremmo chiederci come lo produciamo. È su questo che abbiamo concentrato gran parte del lavoro, intervenendo sull’intera filiera: dalle attività agricole e zootecniche alla trasformazione industriale, fino alla distribuzione.
Un altro tema centrale è la valorizzazione dei sottoprodotti. Quello che ieri poteva essere considerato uno scarto oggi può diventare una nuova risorsa. I reflui, per esempio, possono essere utilizzati per produrre biogas e biometano. Anche sottoprodotti come il sangue possono essere valorizzati e trovare applicazioni in agricoltura, ma anche in ambiti diversi, come la biomedica e la cosmetica. È questa la logica dell’economia circolare: cercare di recuperare valore in ogni fase della filiera, riducendo gli sprechi e gli impatti.
Quanto sono importanti, in questo percorso, i clienti?
Moltissimo. Il rapporto è bidirezionale. Da una parte ci sono gli investimenti che Inalca porta avanti da anni sull’efficienza energetica, sulla valorizzazione dei sottoprodotti, sulle energie rinnovabili, sull’integrazione della filiera e oggi sull’agricoltura rigenerativa. Dall’altra ci sono le richieste del mercato, che spesso anticipano nuove esigenze. Inalca è prevalentemente B2B e si confronta quindi con grandi clienti che sono a stretto contatto con il consumatore finale. Le richieste su tracciabilità, emissioni, benessere animale, utilizzo delle risorse e rendicontazione Esg rappresentano uno stimolo a migliorare. La sostenibilità, quindi, non è un percorso che un’azienda può affrontare da sola: nasce dal confronto tra imprese, clienti e consumatori.
La sostenibilità sta cambiando anche il lavoro. Quali nuove figure sono entrate in azienda?
Questa è una delle trasformazioni più evidenti. In Inalca il dipartimento Sostenibilità è nato circa sei anni fa. Prima il tema era distribuito tra diverse funzioni aziendali; oggi esiste una struttura dedicata e sono diventate necessarie competenze specifiche. Parliamo di sostenibilità, rendicontazione, dati non finanziari, cambiamento climatico, economia circolare, sostenibilità della filiera e rapporti con gli stakeholder. L’evoluzione normativa europea ha inoltre richiesto competenze sempre più tecniche. Ma c’è un aspetto ancora più interessante: non stanno cambiando soltanto i ruoli, stanno cambiando le competenze richieste a tutta l’organizzazione. Chi lavora negli acquisti, nella qualità, nelle operations, nella finanza o nelle risorse umane deve oggi tenere conto anche degli aspetti di sostenibilità. Per questo abbiamo bisogno di profili trasversali, persone capaci di interpretare una normativa che cambia rapidamente e di capire come trasformare gli obblighi in azioni concrete.
Che cosa cercate, quindi, quando selezionate una persona per un ruolo green?
La capacità di mettere insieme competenze tecniche e visione d’insieme. La sostenibilità attraversa ormai tutti i processi aziendali e non può essere confinata a un singolo ufficio. Saper leggere i dati e conoscere le normative è importante, ma altrettanto importante è saper dialogare con persone e funzioni diverse e trasformare obiettivi e indicatori in decisioni concrete. E ci sono due caratteristiche che considero fondamentali: curiosità e pensiero critico. La sostenibilità è un settore in continua evoluzione e non esistono sempre soluzioni già pronte. Servono persone che facciano domande, approfondiscano, mettano in discussione gli approcci consolidati e cerchino nuove possibilità.
C'è ancora chi considera la sostenibilità soprattutto una questione di marketing. Come rispondete?
Con i fatti e con i numeri. La sostenibilità diventa marketing quando rimane una dichiarazione di intenti. Diventa invece una strategia quando si traduce in investimenti e risultati misurabili nel tempo. Il nostro percorso è iniziato molti anni fa e comprende interventi sull’efficienza energetica, sulle energie rinnovabili, sulla valorizzazione dei sottoprodotti e sulla filiera agricola e zootecnica. Comunicare quello che si fa è importante, ma la credibilità si costruisce attraverso dati trasparenti e risultati verificabili. Per questo misurare e rendicontare è fondamentale.
Qual è invece la competenza green che rischia di essere sopravvalutata?
La conoscenza della sola normativa. Conoscere regolamenti e standard è indispensabile, ma non basta. Se non si comprende il processo aziendale e non si è in grado di tradurre una norma in un’azione concreta, quella conoscenza rimane parziale. Le regole cambiano. Più importante è sviluppare capacità di analisi e spirito critico.
E quale competenza sarà sempre più importante?
La capacità di gestire e interpretare i dati Esg. Le aziende dovranno misurare in modo sempre più rigoroso le proprie performance e utilizzare quei dati per prendere decisioni. Ma anche qui non basta raccogliere informazioni. Bisogna capire che cosa raccontano i numeri, porsi le domande giuste e saper anticipare i cambiamenti.
Se guardiamo ai prossimi cinque anni, quale sarà la qualità più importante?
La capacità di imparare continuamente. Il contesto normativo, tecnologico e di mercato cambia molto rapidamente. Le persone più richieste saranno quelle capaci di adattarsi, di mettere in discussione gli schemi consolidati e di continuare a formarsi. La sostenibilità non è una destinazione finale. È un percorso di miglioramento continuo. E per affrontarlo servono competenze, ma soprattutto apertura mentale, curiosità e capacità di innovare.










