Tecnica

Insilamento

Esagerare col volume può portare
a fermentazioni. Esagerare con l'altezza può impedire un buon compattamento

Importanti in passato, importantissimi oggi. Gli insilati hanno conquistato negli ultimi anni posizioni su posizioni, nell’ipotetica graduatoria dei foraggi preferiti da allevatori e non. Certamente, buona parte del loro successo è legata al boom dei biodigestori, che di insilati si cibano, 365 giorni all’anno; tuttavia anche tra gli allevatori aumenta l’impiego di questi prodotti.

 

Per esempio, l’insilaggio ha salvato molte migliaia di tonnellate di erba la scorsa primavera, quando le continue piogge rendevano impossibile essiccare il fieno. Inoltre rappresenta un ottimo metodo per conservare prodotti energeticamente validi come grano, orzo o triticale, il cui impiego nelle stalle è in costante crescita. Scontata, infine, l’importanza del silomais nella razione alimentare delle vacche da latte in pianura Padana, eccezion fatta per l’area del Parmigiano Reggiano.

 

Assieme al prodotto assume importanza il metodo di produzione. Nel processo che porta dal foraggio all’insilato, lo stoccaggio è senza dubbio un momento cruciale, perché assicura o compromette la conservazione di tutto il raccolto e dunque da esso dipende la possibilità di utilizzare il medesimo nei mesi a venirei.

 

L’insilato resta per parecchi mesi in trincea ed è in questo momento che più facilmente qualcosa può andare storto. Per questo motivo nelle prossime pagine prenderemo in esame alcuni dei più comuni sistemi di stoccaggio analizzandone pregi e difetti e cercando di capire come migliorarne l’efficienza.

 

Volume

 

La soluzione tipica e senz’altro più diffusa per conservare l’insilato è la trincea. Che ha il pregio della durata (una volta fatta, si è a posto per decenni) ma non certamente quello della flessibilità. Prefabbricata o realizzata sul posto, è composta, come noto, da una base in calcestruzzo e da tre pareti fissate alla base con fondamenta o cemento. Si tratta, dunque, di un manufatto inamovibile e immodificabile; in altre parole, una volta che l’avete realizzata ve la tenete, grande com’è e nel posto in cui l’avete fatta costruire.

 

Il primo dubbio è dunque dimensionale: quanto dev’essere grande una trincea? La risposta è ovvia: il giusto. Non troppo poco, poiché la capacità complessiva delle trincee deve essere pari al fabbisogno di insilato per un anno intero, ma nemmeno troppo, in rapporto alla dimensione della stalla.

 

Uno degli errori più comuni, infatti, è quello di costruire una trincea troppo grande per le proprie capacità di consumo. Se nel giro di un paio di giorni non si riesce ad esaurire tutto il fronte, ricominciando a eroderne una nuova parte, si innescano fermentazioni che rendono il prodotto poco appetibile quando non inadatto al consumo.

 

Una regola vorrebbe che in un giorno la trincea arretrasse di un centimetro per ogni grado di temperatura esterna. Dunque, in estate, con 34°C si dovrebbero usare circa 35 cm di trincea al giorno. Forse la regola è un po’ estrema, ma di certo mette al riparo da brutte sorprese.

 

Compattamento

 

Fin qui ci siamo occupati del volume della trincea; tuttavia questa non è la sola dimensione che conta. Anche altezza e larghezza, infatti, non possono essere scelte a caso. Motivo: il compattamento.

 

Una delle operazioni più importanti per la creazione della trincea, come noto, è il calpestamento del prodotto da insilare. Se non è fatto a dovere, ovvero se resta troppa aria tra le particole di foraggio, con il tempo si formeranno inoculi di muffe che renderanno inutilizzabile il foraggio.

 

Pertanto, non solo schiacciare bene è essenziale, ma è un’operazione che condiziona i tempi di tutto il cantiere: se in trincea non vi sono abbastanza trattori per caricare e compattare a dovere, si finisce col rallentare le operazioni di scarico e, a ricaduta, si obbliga la trincia a restare ferma in attesa dei carri. Una sosta che, ovviamente, sarà fatta pagare all’agricoltore, se è stata causata dai suoi mezzi.

 

Altezza

 

Torniamo però a occuparci di dimensioni, cominciando dall’altezza. Qual è quella ottimale? In realtà, non sembra esisterne una, fermo restando quanto scritto sopra a proposito del rapporto tra dimensioni del silo e ritmo di consumo del suddetto.

 

La conferma ci arriva da Stefano Casiraghi, contoterzista di Montevecchia (Lc), raccoglie trinciato tra il confine svizzero e Crema; Casiraghi è specializzato, al pari del fratello Giancarlo, in trinciatura di foraggi. «Nelle aziende troviamo trincee di ogni tipo: l’altezza va da due a cinque metri, di solito. Ma ciò non significa che una di sei metri ci darebbe problemi. Purché le pareti siano alte sei metri, non ci sono controindicazioni. Quel che conta è pestare bene il trinciato».

 

Il limite è dato dunque dall’altezza delle pareti. «Infatti. Esaurite quelle, non si può salire più di tanto. Da parte nostra, consigliamo di non andare mai oltre i 50 cm di colmo. Farlo è necessario, per favorire il deflusso dell’acqua piovana: una trincea piatta sarebbe un grave errore. Ma non si deve andare oltre il mezzo metro, altrimenti sui lati non si può compattarla bene».

 

Il problema è noto, anche se molto spesso sottovalutato dagli allevatori. Quando si superano le pareti laterali, il trattore non può avvicinarsi più di tanto ai margini esterni del cumulo, altrimenti scivolerebbe giù dal medesimo, facendo un volo di diversi metri. Dunque, man mano che si sale la macchina resta sempre più all’interno, e non compata il perimetro esterno del silo. «Il margine esterno resta poco schiacciato ed è facile che si conservi male, provocando inoculi di muffa che possono danneggiare anche il prodotto vicino», conclude Casiraghi.

 

Il motivo che spinge gli allevatori a esagerare con l’altezza è facilmente immaginabile: il bisogno di stipare più prodotto. «In qualche caso si hanno produzioni superiori alle attese, oppure il volume totale delle trincee è un po’ scarso rispetto al fabbisogno della mandria. Allora si cerca di riempire il più possibile, dimenticando che riempire troppo equivale a sprecare. In casi come questo, quando proprio si ha la necessità di stipare trinciato che non si sa dove mettere altrimenti, consigliamo di allungare la trincea, oppure di realizzare un mucchio sull’aia, senza pareti». La prima soluzione si può ottenere in diversi modi: con pareti mobili, per esempio, ma anche con semplici rotoballe che prolungano le pareti laterali. «In questo modo si possono aggiungere un paio di metri in lunghezza, non di più. Non sono molti, ma meglio di niente».

 

Il mucchio sfuso è un altro modo di far fronte all’insufficienza di spazio. «Si fa un cumulo sul piazzale, senza pareti, e lo si copre normalmente. Se si calpesta bene, insistendo sui lati, e se non si sale oltre i due metri, si conserva quanto una trincea classica».

 

Larghezza

 

L’ultima nota riguarda la larghezza. Che non è, come si potrebbe pensare, ininfluente sul risultato finale. Perché il compattamento, come noto, si fa con un trattore, macchina che ha una larghezza ben determinata.

 

«Come regola, i migliori risultati si ottengono se la trincea è larga almeno il doppio del trattore. Dunque, più o meno sei metri. In questo modo la macchina ha spazio di manovra e soprattutto può passare, con le ruote, in ogni punto del silo. Se la trincea è, invece, di quattro metri o meno, si fa fatica a calpestarla al centro. Sotto i tre metri quest’operazione diventa praticamente impossibile, perché anche stando a filo di parete non si riesce a passare, con le ruote, nella zona centrale», spiega Casiraghi.

 

A pareti mobili

 

Una parte di questi problemi può essere aggirata da un particolare tipo di trincea: quella a pareti mobili. In questo caso, come è facile immaginare, le pareti laterali non sono fisse ma appoggiate sul piazzale e la larghezza dell’area di stoccaggio si può quindi aumentare o diminuire a seconda delle necessità. Chi l’ha provata ne è generalmente soddisfatto, perché permette di adattarsi alla produzione di insilato facendo fronte a rese superiori al normale oppure di ridurre lo spazio in caso di annate scarse.

 

Va detto, comunque, che la trincea mobile può essere una soluzione tampone, ma ben difficilmente si può insilare l’intera produzione aziendale in questo modo. Infatti i blocchi jersey che costituiscono le pareti non hanno un’elevata resistenza alla pressione laterale e dunque l’altezza massima non potrà superare di molto i due metri.

 

Per contro si può smantellare completamente liberando il piazzale quando non è necessaria o è stata svuotata ed è dunque un ottimo sistema per rendere più versatile un metodo di stoccaggio di per sé piuttosto rigido.

 

Silobag

 

In alternativa alla trincea si può ricorrere al silobag o tunnel. Si tratta di un saccone lungo decine di metri, all’interno del quale una speciale macchina insilatrice infila il trinciato, compattandolo a dovere. Una volta completata l’operazione, basta chiudere l’estremità del saccone e il gioco è fatto. Il prodotto nel silobag si conserva più o meno quanto quello in una trincea tradizionale e ha il vantaggio di presentare un piccolo fronte di taglio: è quindi adatto anche per stalle con pochi capi, che non riuscirebbero a consumare nei tempi debiti la classica trincea da quattro metri per tre. Altro aspetto assai interessante è la possibilità di collocare il silobag in un’area inutilizzata dell’azienda, per esempio a margine del piazzale o lungo una strada interpoderale sufficientemente larga.

 

Esistono, naturalmente, anche le controindicazionii, che sono essenzialmente due: il costo, superiore all’insilaggio tradizionale, e il rischio che il telo del saccone si possa forare, a causa di urti o anche per l’azione degli animali. In altre parole, al suo interno l’insilato è indubbiamente meno protetto che in una trincea con pareti in cemento. Infine vanno considerati i tempi di insilaggio, decisamente più lunghi rispetto ai canonici.

 

Se il sacco rimane integro, la conservazione sembra invece assicurata. «È però importante adottare un taglio corto, perché la pressione esercitata dall’insilatrice arriva fino a un certo punto, ma non è pari a quella di un trattore», fa notare Casiraghi.

 

Con una particolare variante dell’insilatrice mobile si possono insaccare anche le normali rotoballe, per esempio per salvare un campo raccolto in condizioni di umidità eccessiva. Infine un’altra macchina, prodotta da una ditta austriaca, permette di imballare e quindi fasciare il normale trinciato e rappresenta dunque un’ulteriore soluzione. Molto interessante, per esempio, per aziende di montagna che necessitano di poche centinaia di quintali di insilato in un anno.

 

Come si vede, le possibilità per conservare l’insilato sono diverse, anche dal punto di vista strutturale. La scelta della migliore dipende dalla realtà aziendale e dalle sue necessità. L’importante è usare ogni tecnica per quel che può fare e nel modo corretto, senza cercare di ottenere risultati che richiederebbero, invece, un diverso sistema di stoccaggio.

Allegati

Scarica il file: Insilamento
CONDIVIDI

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci il tuo nome