L’accordo Ue-Giappone come un cavallo di Troia

giovane consumatore
Mette a rischio le nostre tipicità. In particolare i formaggi Dop

Per il Made in Italy agroalimentare l’accordo di libero scambio tra Unione europea e Giappone è come un cavallo di Troia: sulla carta prospetta vantaggi e tutele, ma in realtà nasconde insidie che mettono a rischio le nostre tipicità.
In particolare i formaggi Dop: per quelli riconosciuti nel testo, infatti, sono previste delle pesanti eccezioni, che di fatto autorizzano per i prossimi anni la produzione e la vendita di Asiago, Fontina e Gorgonzola Made in Japan ma anche di imitazioni locali con i nomi “grana”, “padano”, “romano”, “provolone”. Caso eclatante è quello del Parmigiano Reggiano, per il quale viene liberamente permessa la commercializzazione di formaggi “Parmesan”, una denominazione tipica dell’italian sounding che come Coldiretti denunciamo da sempre.
In pratica, quindi, si legalizza l’agropirateria, un business che ogni anno con i tarocchi dei prodotti alimentari Made in Italy fattura oltre 60 miliardi di euro.
Una situazione inaccettabile, contestata anche dal mondo dell’industria alimentare. I formaggi Dop, infatti, sono tra i campioni del Made in Italy agroalimentare: basti pensare che il valore del loro export nel mondo vale 1,65 miliardi di euro.
Purtroppo però l’Unione europea non è nuova a intese di questo tipo: le brutte copie di prodotti simbolo del Made in Italy agroalimentare, infatti, sono state esplicitamente autorizzate anche nell’accordo di libero scambio concluso con il Canada, il cosiddetto Ceta, che per la prima volta nella storia dell’Unione europea ha legittimato le imitazioni che sfruttano i nomi delle tipicità nazionali: dall’Asiago alla Fontina, dal Gorgonzola ai Prosciutti di Parma e San Daniele.
Nel caso del Ceta, poi, rischia di non funzionare neppure il meccanismo delle quote di esportazione in Canada dei formaggi europei e italiani, visto che il sistema, ideato dagli stessi canadesi e accettato dall’Europa, sta portando i costi di “affitto” delle quote a valori stranamente simili a quelli dei dazi formalmente cancellati.
Con accordi come questi si rischia anche che ingenti quantità di prodotti, come ad esempio la carne da destinare alla trasformazione, una volta arrivate in Europa e poi nel nostro Paese diventino italiane secondo un meccanismo per cui non conta l’origine della materia prima ma l’ultimo luogo in cui viene trasformata e confezionata, smantellando così un principio cardine che invece garantisce trasparenza e libertà di scelta ai consumatori.
Per questo guardiamo con grande preoccupazione al negoziato in corso con i paesi del mercato comune dell’America meridionale di cui fanno parte Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay (Mercosur). Sulle 291 denominazioni italiane Dop/Igp riconosciute dall’Unione europea è stata proposta una lista di appena 57 tipicità da tutelare, ma su 30 di queste sono state già presentate opposizioni, a partire dal Parmigiano Reggiano.
È inaccettabile che il settore agroalimentare sia trattato dall’Unione europea come merce di scambio negli accordi internazionali senza alcuna considerazione del pesante impatto che ciò comporta sul piano economico, occupazionale e ambientale. Così come sono pensati, questi sono accordi capestro che vanno fermati. Accettarli significa rischiare di svendere l’identità dei nostri territori.

Ettore Prandini
Ettore Prandini è il presidente di Coldiretti Lombardia.

Come Coldiretti lo abbiamo sempre detto, a differenza di altre associazioni che mentre noi denunciavamo i rischi per il nostro agroalimentare, ci criticavano dandoci dei populisti. Siamo convinti che l’internazionalizzazione vada fatta in modo diverso, tutelando le nostre tipicità e il patrimonio di storia, cultura e lavoro che esse rappresentano.

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