Meno latte dalla stalla? riduciamo il numero dei capi

Sovraffollamento di animali in una stalla di bovine da latte dell'Italia Settentrionale (foto L. Bertocchi).
Affinchè un allevamento possa diminuire la produzione di latte, sottolinea Luigi Bertocchi, dello Zooprofilattico di Brescia, non è opportuno modificare l’alimentazione degli animali. Infatti ne deriverebbero contraccolpi troppo dannosi a carico del metabolismo delle bovine. Né è opportuno anticipare la messa in asciutta, perché aumenterebbe il rischio di infezioni mammarie. Meglio migliorare il benessere animale diminuendo il numero delle bovine presenti in stalla, situazione che comporta anche altri vantaggi: si può risparmiare sui costi alimentari, fare selezione, ridurre il sovraffollamento

 

In questi mesi, già da marzo, numerosi caseifici/latterie stanno chiedendo, o meglio proponendo, agli allevatori conferenti di ridurre la produzione di latte. Questo per far fronte alla contrazione della domanda di prodotti lattiero caseari dovuta agli effetti esercitati sul mercato dalle restrizioni per coronavirus. Il problema è che per un allevatore non è tecnicamente semplice far diminuire da un giorno all’altro le quantità di latte prodotte dalle proprie bovine.
Bene, proprio a causa della difficoltà tecnica dell’operazione l’Informatore Zootecnico sta chiedendo a diversi esperti del settore come si possa eventualmente fare, in stalla, per rispondere a questa richiesta delle latterie. Tra le posizioni in materia di questi esperti, sul numero 13.2020 di IZ ne abbiamo proposto una particolarmente incisiva: quella del veterinario dirigente Luigi Bertocchi, esponente di spicco dell’Istituto zooprofilattico sperimentale della Lombardia e dell’Emilia Romagna (Izsler, con sede centrale a Brescia) e responsabile del CReNBA, Centro di referenza nazionale per il benessere animale.

Luigi Bertocchi.

Il quale premette: «Biologicamente è improponibile chiedere a una bovina di ridurre di punto in bianco la propria produzione di latte, la vacca non è una macchina che può chiedere i propri rubinetti. E comunque  ci troviamo in un periodo dell’anno, luglio-agosto, che già di per sé provoca una contrazione del 20-30% della quantità di latte prodotta».
E avanza una indicazione piuttosto precisa: «Affinchè una stalla possa diminuire la produzione di latte, non è opportuno che l’allevatore modifichi l’alimentazione delle bovine, perché ne deriverebbero contraccolpi troppo dannosi a carico del metabolismo delle bovine. Né è opportuno che, per dirne un’altra, anticipi la messa in asciutta: ne deriverebbero diverse controindicazioni a danno degli animali, per esempio un aumento delle infezioni mammarie. Sembra invece ben praticabile la strada della riduzione del numero dei capi presenti in stalla».
Dettaglieremo alla fine di questo articolo le argomentazioni che portano Bertocchi a scartare la contromossa delle modifiche alimentari o quella dell’anticipazione dell’asciutta. Ci concentreremo subito invece sulla contromossa della diminuzione del numero dei capi in stalla.

Meno costi alimentari

La quale «non è soltanto una strada facilmente praticabile, è anche una scelta giusta, fondamentale, che va bene a tutti, in quanto aumentando lo spazio vitale degli animali migliora la condizione di benessere. Inoltre: a) comporta un risparmio dei costi di allevamento, in particolare quelli di alimentazione; b) consente di selezionare gli animali migliori. Infine, punto c, la riduzione del numero dei capi riduce il sovraffollamento, diminuendo il rischio sanitario della mandria».
Dunque, per esempio, eliminando il 10% degli animali, scegliendo fra quelli meno performanti, ridurremo presumibilmente  il 5-7% della produzione. Ma così facendo si coglie anche il vantaggio di un risparmio sui costi di allevamento perché si deve alimentare un numero minore di animali.
«Se io devo mantenere degli animali in asciutta il costo alimentare è, semplificando, di 2 euro per capo al giorno; se questi animali sono in lattazione il costo alimentare è di 7 euro. Ma se io questi animali li ho eliminati dalla stalla il costo è zero, dunque c’è anche questo vantaggio economico».

Si fa selezione

Ma c’è da considerare anche un altro fondamentale vantaggio, secondo Bertocchi: ridurre il numero dei capi è anche l’occasione per migliorare la qualità della mandria.
Migliorerà facendo rimanere in stalla gli animali migliori e «portando via quelle bovine, che ci sono in tutte le stalle, che magari hanno avuto più controlli funzionali con cellule somatiche alte, oppure che non sono ancora rimaste gravide al terzo intervento, oppure quelle che hanno avuto un problema podale e hanno richiesto un intervento; insomma quei soggetti sempre presenti nelle nostre aziende  che potrebbero affrontare con difficoltà e bassa redditività il prossimo difficile  periodo estivo e autunnale».
Animali che «finchè ti pagano il latte a 0,40 euro più Iva può essere logico allevare; ma quando il prezzo scende a 0,34-0,33 si deve riflettere e forse valutare se non sia giunto il momento di serrare i ranghi e prendere decisioni per un futuro migliore».

Si combatte il sovraffollamento

E se quello della possibilità di fare selezione è un preciso vantaggio messo a fuoco da Bertocchi conseguente alla riduzione del numero di capi, il veterinario bresciano continua indicandone un ulteriore: si risolve, magari anche in parte, il problema del sovraffollamento degli animali.
«Parliamoci chiaro, negli ultimi due anni il prezzo del latte è stato buono. Ed essendo stato buono oggi quasi tutti gli allevamenti sono molto affollati, o sovraffollati. Ma il principale problema di benessere animale per la vacca da latte, dal punto di vista gestionale e strutturale, è proprio il sovraffollamento».
Ridurre del 10% il numero degli animali, continua Bertocchi, vuol dire portare gran parte della stalla a condizioni di affollamento normali. «Questo provoca un miglioramento del benessere animale e  non sempre fa raggiungere l’obiettivo di ridurre la quantità di latte perché le vacche che rimangono in stalla sono le migliori, stanno meglio e quindi sono più produttive. Sicuramente però riduce i costi e le possibili perdite, presenti e future, perché le vacche che hanno più spazio stanno meglio».
«Ricordiamoci che il 10% in più di spazio, il 10% in più di cuccette, il 10% in più di accesso alla mangiatoia, il 10% in più di accesso agli abbeveratoi, comporta la possibilità per la bovina di alimentarsi meglio, riposare di più, avere un ambiente più asciutto comodo e pulito ed essere seguita più attentamente dall’allevatore,  tutti fattori che fanno star bene l’animale. E allora cogliamo l’occasione: vuoi ridurre la quantità di latte? Bene, allora riduci il numero degli animali, riduci i consumi di alimento per mantenerli, fai star meglio gli animali che rimangono, fai rimanere in stalla gli animali migliori».

No ad asciugare prima

Altre strade per diminuire la quantità di latte sarebbero sbagliate, sostiene Bertocchi. Per esempio c’è chi sostiene che si potrebbe risolvere il problema del surplus produttivo anticipando il momento della messa in asciutta oppure riducendo  la quantità o la qualità dell’alimentazione della bovina.
Due contromosse entrambe da scartare. Guardiamo prima l’idea di anticipare la messa in asciutta.
«Quando un animale viene asciugato con più di 22 litri di latte al giorno, rispetto a un animale che ne fa meno di 22 litri avrà, in esordio di lattazione, più del doppio di probabilità di avere infezioni mammarie. In altre parole andare in asciutta con produzioni elevate di latte può costituire un  problema. Un problema dovuto a un eccesso di pressione mammaria in grado di provocare la mancata chiusura dello sfintere del capezzolo e conseguentemente provocare la perdita di latte da uno o più quartieri nelle settimane successive. la perdita di latte rappresenta la via di ingresso delle infezioni batteriche mammarie, che non diventeranno patologiche al momento dell’asciutta, ma potrebbero diventarlo al momento del parto».
In conclusione asciugare prima non è una buona idea. «La bovina è geneticamente programmata verso un calo graduale della capacità produttiva antecedente la fase di asciutta; e alterare questa predisposizione rappresenta un rischio sanitario, anche rispetto alla evoluzione della prossima fase di parto».
Si diceva infine che molti vedono nella contrazione dei rifornimenti alimentari un modo efficace per indurre la bovina a ridurre la produzione di latte. Ma Bertocchi avvisa che anche questa idea è controproducente.

No a ridurre l’alimentazione

«Se la bovina da latte è un animale come si dice ad alta produzione, è tale per motivi genetici, non per motivi alimentari. Non è l’alimentarista bravo che ti fa fare tanto latte, è la genetica che ti fa fare tanto latte. L’alimentarista bravo è quello che disegna  il programma alimentare che consentirà alla vacca di fare tanto latte senza avere problemi. E se ridurre la quantità di latte di un animale riducendo gli apporti alimentari è possibile, c’è da ricordare che poi in questo modo si provoca una grave  alterazione del metabolismo con grave sovraccarico epatico, alterazione dei grassi nel sangue, chetosi, e conseguentemente una serie di disturbi fisiologici e sanitari che si esprimeranno attraverso un aumento del numero e della gravità di animali zoppi, con mastite clinica ed elevati tassi di infertilità».
La moderna bovina da latte «è un animale che già in condizioni normali ha un carico epatico notevole. Deve usare 4.000 grammi di proteine e 14-15.000 grammi di zucchero per trasformarli in 1.100-1.300 grammi di proteine ad alto valore biologico e caseario, in 1.600-1.700 grammi di lattosio, in 1.300-1.400 grammi di grasso. E’ una macchina metabolica in grado di trasformare sostanza organica vegetale in animale che non ha eguali nel mondo animale, basata su delicati equilibri metabolici che non possono mai essere ridotti senza provocare squilibri biologici pazzeschi».
Anche una riduzione bilanciata della razione creerebbe problemi. Infatti «questi animali sono geneticamente programmati per produrre molto latte.  E loro, essendo programmati così, purtroppo cercano di continuare a farlo anche in caso di una riduzione dei rifornimenti alimentari, anche se così vanno incontro a problemi metabolici».
Questi tipi di problemi metabolici «sono soprattutto accentuati nella bovina a inizio lattazione; e restano presenti per lo meno sicuramente finchè la bovina non è gravida. Quando la bovina è gravida allora è più facile ridurre la produzione aumentando la percentuale di fibra nella razione e riducendo gli alimenti ad alto valore biologico come gli zuccheri semplici o le proteine per esempio quelle della soia. Perché? Perché normalmente, in natura, quando un animale è gravido, “si preoccupa” più di garantire la nuova generazione che di mantenere elevata la produzione di latte, necessaria ipoteticamente ad alimentare il vitello della gravidanza precedente che però ormai è in grado di cavarsela da solo attingendo ad alimenti diversi dal latte».
Infatti «c’è un meccanismo ormonale che dice all’animale: cara bovina, ora che sei gravida pensa soprattutto al feto e non preoccuparti più del vitello che è nato prima. Perché se sei rimasta gravida vuol dire che il vitello che è nato prima è a posto, ha bevuto il tuo latte da tempo e ora non ha più necessità assoluta. Prima che la bovina fosse gravida non produceva latte allo scopo di permettere a noi uomini di fare il formaggio, ma allo scopo di alimentare il suo vitello. E quindi se il suo vitello voleva 70 litri di latte allora lei mette a rischio la propria vita dimagrendo, autodistruggendosi pur di mantenere ad ogni costo quella produzione di latte, perché quei meccanismi ormonali danno la precedenza alla continuità della specie rispetto alla sopravvivenza della madre».
Insomma, se l’allevatore riduce l’apporto energetico e proteico, «la bovina dimagrisce, va a utilizzare le riserve corporee, sovraccarica il fegato, va incontro a problemi epatici, questi sono poi la conseguenza di dismetabolie a loro volta alla base di quasi tutti i problemi sanitari delle nostre stalle, soprattutto nei primi 150 giorni di lattazione».

Attenzione ad alzare il rapporto foraggi/concentrati

I fautori dell’idea di ridurre l’alimentazione della bovina allo scopo di ridurre la quantità di latte suggeriscono in particolare di agire sulla razione aumentando la quantità di foraggi e diminuendo la quantità di concentrati.
Un’idea pure questa rigettata da Bertocchi, anche ricorrendo alle sue note iperboli provocatorie: «Se abbiamo una vacca cosiddetta ad alta produzione, che fa 60 litri di latte, e le diamo solo foraggi e niente concentrati, questa muore! Dei concentrati la vacca ha bisogno, non è che glieli diamo perché siamo pazzi, glieli diamo perché hanno una capacità di apporto nutrizionale elevata e le servono».
Se noi riduciamo l’alimentazione della bovina, «questa va incontro a problemi sanitari. E i problemi sanitari sono ovviamente oltre a tutto anche un costo elevato per il bilancio economico dell’allevamento. Il risultato economico di un risparmio fatto oggi ce lo potremo poi ritrovare fra sei mesi sotto forma di maggiori costi».
Mentre invece, sempre paragonando la situazione di oggi con quella ipotetica fra sei mesi: «Se al contrario noi oggi, quest’estate, riduciamo il numero dei nostri animali, facciamo selezione, riduciamo il sovraffollamento, facciamo in modo che gli animali stiano bene e abbiano benessere, oggi avremo meno latte e ridurremo i costi e poi fra sei mesi ci ritroveremo in mano anche un vantaggio. Questo vantaggio: avremo in stalla animali a) selezionati e b) che hanno superato al meglio il periodo critico di luglio-agosto-settembre».

Luglio agosto settembre

Sì, perché luglio agosto e settembre sono tre mesi «che nessun allevatore di bovine da latte vorrebbe affrontare. In questi mesi c’è il tasso di cellule somatiche più alto di tutto l’anno. In questi mesi c’è il tasso di mortalità più alto di tutto l’anno. In luglio-agosto si registrano le maggiori frequenze di interventi veterinari…».
Situazioni che rendono luglio agosto settembre un tris di mesi critici per l’allevamento di bovine da latte. «Ma sicuramente, riducendo l’affollamento e offrendo più spazio di vita agli animali, riduciamo la criticità di questo periodo. E i risultati positivi ce li ritroveremo in ottobre novembre dicembre, quando fra l’altro le bovine ricominceranno a fare più latte e, speriamo, la crisi di mercato potrebbe essere finita».                  l

 

Meno latte dalla stalla? riduciamo il numero dei capi - Ultima modifica: 2020-07-14T12:42:58+02:00 da Giorgio Setti

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