«Si dice basta al meat sounding: non potranno essere utilizzate denominazioni tipiche dei prodotti di origine animale per chiamare prodotti di origine vegetale e tantopiù per quelli che vengono prodotti in laboratorio. Ieri l’Ue ha preso due decisioni importanti per ricondurre le cose alla normalità. È un successo dell’Italia che vede riconosciuto a livello europeo il proprio modello agroalimentare».
Con queste parole il ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste Francesco Lollobrigida ha commentato l’accordo raggiunto nel trilogo europeo sulla revisione del regolamento dell’Organizzazione comune dei mercati (Ocm), che introduce nuove regole sulle denominazioni dei prodotti alimentari. In particolare, viene rafforzata la tutela dei nomi legati alla carne, impedendo che prodotti di origine vegetale o ottenuti da colture cellulari possano utilizzare denominazioni che richiamano direttamente il mondo della carne.
Intesa raggiunta in ambito di trilogo
L’intesa raggiunta t stabilisce infatti il divieto di utilizzare termini tipici della carne – come “carne” o “bistecca” – per prodotti che non derivano da animali. L’obiettivo è evitare il cosiddetto meat sounding, cioè l’uso di denominazioni che richiamano prodotti di origine animale per identificare alternative vegetali o prodotti ottenuti in laboratorio.
La misura introduce una lista di termini che non potranno essere utilizzati per questi prodotti, con l’obiettivo di garantire maggiore trasparenza nei confronti dei consumatori e una distinzione più netta tra alimenti di origine animale e altre tipologie di prodotti.
In attesa del testo definitivo
L’accordo politico raggiunto nel trilogo rappresenta dunque un passaggio importante nel processo di revisione del regolamento sull’Organizzazione comune dei mercati, ma sarà necessario attendere la pubblicazione del testo ufficiale per verificare nel dettaglio tutte le disposizioni inserite.
Solo allora sarà possibile capire con precisione quali denominazioni saranno effettivamente vietate e come verranno applicate le nuove regole lungo la filiera agroalimentare europea.
Più chiarezza per i consumatori
Secondo Coldiretti la decisione rappresenta un passo avanti per evitare che prodotti diversi dalla carne possano utilizzare denominazioni che ne richiamano direttamente l’identità, generando potenziale confusione nei consumatori.
La lista delle denominazioni vietate, secondo l’organizzazione agricola, dovrà però essere ulteriormente ampliata per rafforzare la tutela delle produzioni e garantire un’informazione corretta su ciò che arriva sulle tavole.
«È un passo importante per la chiarezza nei confronti dei consumatori e per la tutela della filiera zootecnica - ha dichiara Serafino Cremonini, presidente di Assocarni -. Da tempo chiediamo che termini come carne, bistecca o filetto siano utilizzati esclusivamente per prodotti di origine animale».
Le critiche dal fronte ambientalista
Non mancano però le critiche. L’eurodeputata di Alleanza Verdi e Sinistra Cristina Guarda ha parlato di un compromesso che «salva almeno il buonsenso», ma che continua a limitare alcune denominazioni per i prodotti vegetali.
Secondo Guarda il tentativo di vietare completamente termini come “veggie burger” non è andato a buon fine, ma resta l’inserimento in una lista di termini che non potranno essere utilizzati per prodotti plant-based.
«Ostacolare il mercato plant-based significa fare un danno diretto al reddito agricolo» ha affermato l’eurodeputata, sottolineando come i prezzi delle materie prime vegetali destinate al consumo umano possano rappresentare un’opportunità economica per il settore agricolo.
Nuove regole anche sui contratti nella filiera
Oltre al tema delle denominazioni, l’accordo sul regolamento Ocm introduce anche nuove misure per rafforzare il potere contrattuale degli agricoltori. Tra questa figura l’introduzione di contratti scritti obbligatori nelle filiere agroalimentari, seppur con alcune eccezioni, e il riconoscimento del ruolo dei costi di produzione nella determinazione dei prezzi.
In particolare viene prevista la possibilità di inserire una clausola di revisione nei contratti di durata superiore ai sei mesi per la fornitura di materie prime agricole. Questo consentirà agli agricoltori di chiedere una rinegoziazione del prezzo di vendita in funzione dell’andamento del mercato.





