Alimentazione, no al fanatismo nel cibo

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La posta in gioco è il destino di intere filiere. Quelle delle carni bovine e suine, ad esempio, che generano un fatturato di oltre 30 miliardi di euro e danno lavoro a più di 185mila persone

La carne fa male. Il burro fa male. Il formaggio fa male. Il prosciutto fa male. E potremmo continuare all’infinito se dovessimo dare retta senza un minimo di equilibrio a tutti gli allarmi alimentari veri e presunti che sono costati al Made in Italy quasi 12 miliardi di euro negli ultimi 15 anni, soprattutto per effetto del taglio degli acquisti.

Spesso e volentieri quello che portiamo in tavola è legato alle mode della momento e la moda è anche frutto della pubblicità, che orienta i consumi verso un prodotto piuttosto che un altro. La carne, da segno di riscatto per un’Italia povera e distrutta dalla guerra sembra essere diventata oggi il parafulmine delle paure di molti consumatori. Basta non mangiare carne per vivere cent’anni, guarire da tutte le malattie, diventare più belli e salvare il mondo. Magari si vince anche il Superenalotto.

Qualcuno ci crede? Io, sinceramente, no. Anche perché la soluzione dei mali del mondo non è togliere una bistecca dal piatto, ma fare in modo che quella bistecca, quel salame o quel prosciutto, siano prodotti da allevamenti controllati e garantiti dal punto di vista igienico sanitario, con animali nutriti correttamente, con foraggio di alta qualità, in ambienti puliti e ordinati.

In Italia già lo facciamo nel 99,9% dei casi, mentre non possiamo essere altrettanto sicuri per quello che arriva dall’estero. In Italia abbiamo un livello di controlli e di garanzie che non ha eguali nel mondo.

Per questo è necessaria una sempre maggiore diffusione dell’etichetta di origine su tutti i prodotti in modo che i consumatori possano sempre vedere da dove arriva quello che portano a casa.

Anche l’informazione dei mass media gioca un ruolo decisivo: se è equilibrata, corretta e non spettacolarizzata. Perché la posta in gioco è il destino di intere filiere: quelle delle carni bovine e suine, ad esempio, generano un fatturato di oltre 30 miliardi di euro (quanto una legge finanziaria dello Stato) e danno lavoro a più di 185 mila persone.

La zootecnia e le grandi produzioni che da essa derivano (dalle carni Igp ai prosciutti e salami Dop) sono una risorsa e una forza dell’Italia, anche sui mercati esteri. Ed è chiaro che sono molti gli interessi che vorrebbero azzoppare questa forza per indebolire il paese.

Le grandi multinazionali che producono drink vegetali e cibi a base di soia o di altri componenti hanno tutto l’interesse ad alimentare la paura della carne. Per loro un mondo senza carne è perfetto, perché così tutti sarebbero costretti a comprare i loro prodotti, che già adesso non sono certo a buon mercato.

Quando si attacca la carne e i derivati delle carne, spesso è più semplice dire che fa male. Senza specificare che bisogna chiedersi quanta se ne mangia, da dove arriva, quali controlli sanitari ha affrontato, come sono stati allevati gli animali, quante trasformazioni industriali ha subito il prodotto, che tipo di additivi sono stati aggiunti: basti pensare agli Usa, dove il consumo di prodotti a base di carne è del 60 per cento superiore all’Italia e dove, sempre negli Stati Uniti, l’utilizzo di ormoni e di altre sostanze atte a favorire la crescita degli animali è considerato del tutto lecito.

Senza dimenticare che frutta e verdura non fanno bene a prescindere: se ci si ingozza anche quelle fanno male. Anche il vino fa bene, ma nella giusta quantità. Qualcuno potrebbe sostenere il contrario?

Certo che sì. Ognuno, nel campo della propria alimentazione, si deve poter regolare come meglio crede. Senza però voler imporre al resto del mondo un pensiero unico di stampo totalitario. Perché il vero problema è costituito da quel fanatismo, più o meno strisciante, più o meno mascherato da modi eleganti e garbati, che nella presentazione delle proprie tesi tende a schiacciare le ragioni, il buonsenso e le libertà di altri che non la pensano alla stessa maniera.

 

L’articolo è pubblicato su Informatore Zootecnico n. 7/2017

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