L’editoriale di IZ 6 – La Pac di Greenpeace bastona la zootecnia

Dario Casati è un docente dell’Università di Milano.
L’organizzazione chiede di dimezzare entro il 2050 la produzione e il consumo globali di carne e prodotti lattiero-caseari. Sorvolando sul dovere di assicurare a tutti un’alimentazione migliore

Le tortuose vicende della politica italiana nel caos dell’informazione di questi giorni attirano l’attenzione con la complicità dei mezzi di comunicazione. Ma, mentre qui, animati dallo spirito di fazione, si seguono i tristi rituali della politica, il resto del mondo va avanti e propone molte notizie che da noi passano quasi inosservate.
È il caso di uno studio pubblicato ai primi di marzo e presentato da Greenpeace che chiede all’Ue di «tagliare di metà la produzione e il consumo globali di carne e prodotti lattiero-caseari entro il 2050 per “evitare i cambiamenti climatici” e realizzare gli impegni dell’accordo di Parigi». Greenpeace vuole che i governi europei si impegnino a «garantire che l’imminente riforma della Pac acceleri il passaggio a una produzione sostenibile di ortaggi e verdure e a ridurre gli allevamenti, ritirando il sostegno della produzione animale intensiva.
L’organizzazione è forse la più nota rappresentante di un ambientalismo militante protagonista di numerose campagne più o meno fortunate e molto abile nel presentare e sostenere le sue posizioni attraverso documenti, come quello di cui parliamo, ben confezionati. Quasi dei grandi spot in cui si toccano corde sensibili e si mescolano argomenti diversi per arrivare al risultato che ci si propone: una miscela di buon tempo antico, anticonsumismo, rimorso nei confronti del pianeta, della salute, dei meno fortunati e soluzioni pauperiste, in apparenza sensate e indicate come (quasi) obbligate.
In questo caso però vi sono contenuti che non possono passare sotto silenzio né essere accettati acriticamente. Vediamoli.
Non è sorprendente che un’organizzazione sorta per esercitare pressione chieda che la futura Pac, il cui cammino è appena iniziato, dimezzi produzione e consumi di alimenti di origine animale e acceleri il passaggio a una produzione sostenibile di vegetali ritirando il sostegno alla produzione animale intensiva. Ma lo sono il contenuto di questa proposta e le argomentazioni che la sostengono.
Innanzitutto vi è il bisticcio fra l’azione politica sulla produzione e quella sui consumi. La prima, essendo legata ad un’azione di politica economica, può essere proposta nell’ambito delle scelte dei poteri pubblici. Ma la seconda rientra nelle libertà individuali di ogni consumatore e non si capisce come e con quali motivazioni debba essere confusa e imposta, anche perché le tesi addotte non sono accettate da tutto il mondo scientifico.
Qui sorge l’altra osservazione di fondo: il testo è orientato verso soluzioni che non sono le uniche possibili. Della scienza, spesso richiamata negli scenari apocalittici presentati, trascura l’aspetto fondamentale: la costante capacità di trovare soluzioni ai problemi che si presentano grazie all’innovazione che nasce dalla ricerca. Ma questo aspetto è assente, così come lo sono le scelte produttive che già oggi esistono e sono in uso. La soluzione globale non è, e non può essere, la riduzione del 50% della produzione di alimenti zootecnici pareggiata da quella imposta ai consumi; ma la produzione in condizioni più sicure, più sane, meno dannose per l’ambiente. Questo è il punto chiave.
Ci si chiede perché concentrare i tagli sugli allevamenti intensivi confondendo, forse, le dimensioni con le tecniche. Al di là di una logica che impone una discriminazione arbitraria fra modi di produzione diversi, ci si dimentica che necessariamente negli allevamenti più intensivi si utilizzano pratiche più controllabili, anche in tema di emissioni di gas. Le emissioni non dipendono dalla forma di allevamento, ma dalle tecnologie impiegate e dai trattamenti eseguiti, ad esempio sugli effluenti.
Sul piano economico e della Pac Greenpeace dimentica che gli allevamenti intensivi sono già attualmente penalizzati dalle modalità di calcolo del sostegno al reddito.
Il problema principale rimane irrisolto: l’umanità, specie nei paesi della fame e in quelli emergenti, ha bisogno di mangiare sempre di più e sempre meglio con una produzione sostenibile sotto tutti i punti di vista. È con questa alimentazione che la vita umana si è allungata e le condizioni di vita sono migliorate.
La chiave di soluzione, allora, non è la dieta forzata e sbilanciata (e poi, chi e come decide chi dovrà consumare meno carne e più erba?) ma lo sviluppo della produttività. Quello che dice la Comunicazione della Commissione Ue dello scorso novembre nell’aprire il dibattito sulla futura Pac dopo il 2020, che al primo punto opera una grande apertura a favore della scienza e delle sue applicazioni in agricoltura, senza preconcette demonizzazioni. È questa la scelta di progresso che non può andare perduta.

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