Uso degli antibiotici, ecco le linee guida

antibiotici
Pubblicate dal ministero della Salute, prescrivono un impiego “prudente”. Un ruolo chiave per il veterinario aziendale.

Attese dal mondo zootecnico, le linee guida sull’uso degli antibiotici negli allevamenti sono appena state pubblicate dal ministero della Salute. Si tratta di un altro passo nell’ambito della lotta all’antibiotico resistenza, una questione che ha obiettivi sociali generali ma che offre risvolti positivi anche agli allevatori, quantomeno in termini di risparmi sui costi di produzione.
Formalmente si chiamano “Linee guida per la promozione dell’uso prudente degli antimicrobici negli allevamenti zootecnici per la prevenzione dell’antimicrobico-resistenza” e si possono scaricare da Internet sul sito del MinSalute.
Trattandosi di “linee guida” vanno considerate come indicazioni generali che – come si legge – sono poi “da valutare e personalizzare per ciascun allevamento”. Ma i vantaggi di queste azioni sono subito evidenziati nello stesso documento appena pubblicato. Quando si sottolinea come l’attenzione all’uso corretto degli antibiotici (e dei farmaci veterinari in genere) può massimizzare il numero di animali sani in stalla.
Naturalmente, figura chiave in questa questione è il veterinario aziendale. E proprio sul rapporto tra veterinario e allevatore è dedicata una parte tra le più importanti delle linee guida ministeriali.
Più precisamente vengono indicate tutte le forme di collaborazione tra le due figure professionali. Ovvero da un lato ciò che il veterinario è tenuto a fare; dall’altro ciò che l’allevatore può attendersi dal suo professionista di fiducia, per arrivare all’obiettivo comune di limitare l’uso degli antibiotici, ottenendo una mandria più sana e costi in discesa.

Cosa deve fare il veterinario

Come premessa generale si spiega che il veterinario debba prescrivere agenti antimicrobici soltanto per animali che ha in cura e a seguito di un esame clinico eseguito direttamente in azienda; avvalendosi inoltre, qualora sia il caso, di una diagnosi di laboratorio. A tutto ciò si affianca anche la gestione di programmi di vaccinazione “laddove – viene indicato nelle Linee guida – i vaccini siano disponibili”.
Ma vediamo meglio ora quelle funzioni del veterinario che, prescritte dal documento, sono di maggior interesse per l’allevatore.
Innanzitutto deve fornire alla stalla assistenza – e si potrebbe dire, consulenza – attraverso un’adeguata informazione circa i programmi di management aziendale, immunizzazione e strategie nutrizionali in grado di ridurre l’incidenza delle malattie e la conseguente necessità di utilizzare sostanze antimicrobiche.
Il veterinario è bene che abbia un rapporto stabile con l’allevamento e conosca bene la stalla e dunque lo stato complessivo di salute dei capi allevati. Anche attraverso, nel tempo, esami post-mortem, esami diretti, in particolare colturali per agenti batterici patogeni e test di sensibilità.
In generale – si legge nelle linee guida – deve “prescrivere e/o somministrare antimicrobici solo quando necessario”; e comunque fornire all’allevatore tutte le indicazioni necessarie circa dosi, tempi di attesa, via di somministrazione, avvertenze per un uso prudente, magazzinaggio, manipolazione, conservazione dei documenti relativi agli antibiotici.
Comunque, la scelta di prescrivere antimicrobici deve avvenire sulla base delle evidenze cliniche e della diagnosi di laboratorio (isolamento del patogeno, identificazione e test di sensibilità). Il veterinario deve sempre privilegiare prodotti registrati per il trattamento delle specifiche malattie, con particolare attenzione alla via di somministrazione, a un adeguato regime di dosaggio e alla durata del trattamento.
Peraltro, una corretta prescrizione di antimicrobici deve tener conto della peculiare realtà di stalla, dalle condizioni di management alla situazione epidemiologica; e questo anche in caso di scorta, per evitare l’eccessiva presenza di medicinali veterinari in azienda che comunque – viene sottolineato nel documento MinSalute – “deve essere sufficiente per un periodo non superiore a 7 giorni”.
Infine, il veterinario deve comunicare prontamente al sistema di Farmacovigilanza eventuali reazioni avverse registrate in un’azienda, inclusa la mancanza di efficacia.

LE ALTERNATIVE

Le linee guida per l’uso degli antibiotici contengono anche uno studio sulle alternative all’uso di questi prodotti negli allevamenti. Si tratta di sostanze simili a quelle proposte in medicina umana che, essendo utilizzate anche per gli animali da reddito, devono rispondere, tra gli altri, a stringenti requisiti di sicurezza per la salute dei consumatori. Si tratta di molecole con meccanismi d’azione molto diversi, in grado di agire per la loro attività battericida/batteriostatica, di dare effetti positivi sul microbiota intestinale dei capi allevati e di stimolare il sistema immunitario.
Fra le sostanze più interessanti – evidenzia lo studio del MinSalute – sono da ricordare gli acidificanti, i probiotici, i prebiotici, i simbiotici, i fagi o la lisina fagica purificata, gli enzimi, gli estratti di piante e di alghe, gli olii essenziali, gli immunomodulatori, i peptidi, gli acidi grassi a catena corta e media, l’ozono ecc. Queste sostanze, pur avendo un’efficacia alquanto variabile, rappresentano uno dei supporti che, se associati ad altre strategie, possono aiutare concretamente a ridurre l’utilizzo di antimicrobici.

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