Benessere e biosicurezza dove stiamo andando

benessere e biosicurezza
Le due discipline zootecniche sono in continua evoluzione. Ecco in quali termini secondo il veterinario bresciano Luigi Bertocchi

Persino l’idea tecnica di benessere animale può evolvere. Per esempio grazie al machine learning, oppure gra­zie alle ultime acquisizioni dell’etologia.
E soprattutto può consolidarsi, per dare risposte più immediate alle richieste del consumatore, come avviene con il si­stema Sqnba.
Lo stesso si può forse dire per il concet­to di biosicurezza: l’applicazione di que­sta disciplina può essere perfezionata e razionalizzata grazie a una progetta­zione dell’allevamento più attenta, a una più mirata azione sulle planimetrie.

Luigi Bertocchi

È quanto sostiene il veterinario Luigi Bertocchi, protagonista per decenni della zootecnia italiana con il suo la­voro allo Zooprofilattico di Brescia (Iz­sler). Vedremo dunque assieme a lui come questi due fondamentali aspetti dell’allevamento moderno possano svilupparsi.
Premessa: per inquadrare la taratura della nostra fonte, sottolineiamo sol­tanto che molti osservatori vedono in Bertocchi, e nel suo staff all’Izsler, il principale artefice della nascita di una quisquilia tecnica come il sistema Classyfarm.

Dottor Bertocchi, parliamo di benes­sere animale: quali sono le possibilità di sviluppo di questo concetto tecnico, nell’allevamento dei bovini?
Il futuro del benessere animale è legato all’applicazione dell’Sqnba, il Sistema di qualità nazionale benessere animale. È un sistema che è stato messo a punto e coordinato dai ministeri della Salute e dell’Agricoltura. È stato utilizzato molto nel 2025 per i premi legati alla politica agraria comunitaria, ma non è ancora entrato nel vivo, non ha ancora raggiun­to la sua piena applicazione, che consi­ste nell’arrivare a una etichettatura del prodotto agroalimentare finito. Un’eti­chettatura a vantaggio del consumato­re: per far sì che quest’ultimo, quando acquista il prodotto, possa contare su un’etichetta che gli garantisca che nel processo di allevamento è stato rispet­tato il benessere animale.

Relativamente a questa etichettatura sono emerse diverse criticità...
Certo, era da aspettarselo. Perché men­tre il mondo allevatoriale vorrebbe che tutti gli allevatori possano accedere a questa etichettatura, proprio perché si tratta di un’etichettatura non è un traguardo facile da raggiungere. Mi spiego: il benessere animale, in quanto etichettato, prevede situazioni superiori ai limiti minimi di legge; cioè prevede parametri, sia in termini di risorse sia in termini di stato degli animali, superiori ai minimi. Dunque quello dell’Sqnba non è uno standard facile da raggiungere. Però è raggiungibile dalla stragrande maggioranza degli allevatori. Ed è un traguardo che, a mio giudizio, per il fu­turo è importantissimo per gli allevatori italiani.

Perché?
Perché è quello che fa arrivare al citta­dino finale tutto il lavoro che abbiamo fatto per valutare e per migliorare il be­nessere animale nel mondo zootecnico. Ed è principalmente il cittadino la figu­ra che poi fa pressione perché venga migliorato il benessere animale, che si pone domande su come il mondo zoo­tecnico alleva gli animali, e quindi che chiede garanzie sul prodotto agroali­mentare che va ad acquistare.

Lei ha detto che l’Sqnba prevede pa­rametri superiori ai minimi di legge. Allora le vorrei chiedere cosa c’è in più nell’Sqnba rispetto a quanto già prevede Classyfarm, per le caratteri­stiche dell’allevamento.
Classyfarm ed Sqnba sono due facce della stessa medaglia. Classyfarm è un sistema integrato per la categorizzazio­ne del rischio e serve per avere tutta una serie di parametri rilevati in allevamento, in autocontrollo e nel controllo ufficiale; per avere idea di quali sono i livelli di be­nessere, sicurezza, sanità e consumo di farmaco degli allevamenti; per sviluppa­re da un lato attività di controllo, dall’al­tro progetti di sviluppo. Sanità, attività di controllo, progetti di sviluppo.

L’Sqnba invece?
Con l’Sqnba invece è una parte di Clas­syfarm che viene presa, che viene sele­zionata dal Comitato tecnico scientifico per il benessere animale. E la parte sele­zionata è quella che maggiormente ga­rantisce che il processo di allevamento rispetti benessere animale, benessere di sicurezza e minor consumo di farma­co. Quindi Classyfarm ed Sqnba sono due facce della stessa medaglia. Il pri­mo è rivolto allo sviluppo del settore e alle verifiche del settore, il secondo in­vece è rivolto alle etichettature e quindi prettamente alla comunicazione. Si può magari puntualizzare che l’Sqnba non è applicabile ad allevamenti a stabulazio­ne fissa a meno che questi non asso­cino la stabulazione fissa a un periodo di pascolo.

Ma rispetto al status quo, Sqnba chie­de qualcosa in più agli allevatori sul piano della tecnica di allevamento?
No, non chiede qualcosa in più. I para­metri sono gli stessi, il controllo ufficia­le, l’autocontrollo e l’Sqnba chiedono tutti gli stessi parametri, perché tutti alimentano lo stesso sistema. Più dati alimentano lo stesso sistema, maggiore è la consapevolezza e la conoscenza del sistema e migliori sono le pratiche che a tutti i livelli possono essere adot­tate per migliorare il sistema. È questo è il vero valore aggiunto dell’Sqnba, ossia che non c’è un’attività di controllo che fa una cosa, un’attività di autocontrollo che ne fa un’altra e un’etichettatura che ne fa un’altra ancora.

Tutte le attività fanno riferimento agli stessi parametri.
Sì, tutte fanno la stessa cosa e questa omogeneità garantisce: a) che il citta­dino non venga preso per i fondelli di fronte a un sistema in cui gli operatori facciano riferimento a parametri diversi, in cui quindi non ci sia chiarezza e coe­renza; b) che il sistema generale venga alimentato da dati anch’essi omogenei, quindi con la possibilità di avere maggiori informazioni rilevate da soggetti diversi, dal certificatore per l’Sqnba al ve­terinario aziendale per l’autocontrollo, al veterinario ufficiale per gli altri controlli.

Va bene, ma nessun sistema tecnico è cristallizzato, o rimane fermo negli anni; tutto è sempre in evoluzione, an­che solo guardando al medio o lungo periodo. Se questo è vero, allora anche il sistema tecnico del benessere ani­male è suscettibile di perfezionamenti o di avanzamenti, sempre in relazione soltanto alla tecnica. Per esempio po­trebbero essere già in embrione svi­luppi nel settore privato più che nella ricerca pubblica, oppure all’estero for­se più che in Italia… Qualche ambiente tecnico starà sicuramente mettendo a punto qualche procedura nuova.
Delle nuove decisive applicazioni che io sappia non ce ne sono. Però ci sono degli studi avanzati che secondo me avranno successo nei prossimi dieci anni. Fra questi la svolta più impor­tante nel benessere animale sarà data dall’applicazione delle tecniche di ma­chine learning.

Machine learning: di cosa si tratta?
È un’attività di rilevazione delle condi­zioni degli animali, rilevazione costante, che può essere anche quotidiana, che può essere fatta solo dalle macchine, dalle telecamere, dai sistemi di rileva­zione, dalle pesature, dai computer e da tutta una serie di altri dispositivi. Che possono dare un’idea delle condizioni del benessere animale in allevamento non solo con la frequenza delle rileva­zioni già fatte dall’uomo, dunque una volta o due all’anno, o una volta al mese, ma anche quotidianamente, quindi con un’efficienza maggiore.

E oltre alla frequenza delle rilevazioni?
Questi sistemi automatizzati hanno an­che un altro grande vantaggio: che una volta messi a punto non manifestano le variazioni che sono collegate invece alla normale valutazione soggettiva umana, perché la macchina non ha nessuna soggettività.

Perché parlava di dieci anni?
Perché il grande lavoro che si sta fa­cendo adesso è proprio di far sì che le macchine vengano confrontate con le osservazioni umane nella loro attività di rilevazione. Rilevazione, per esempio, del body condition score, delle zoppie, dei comportamenti prima del parto, dopo il parto o durante il parto… Sto parlando di macchine che rilevano dati per valutare se le vacche stanno bene (bene stare, benessere). Queste mac­chine devono però dare una rilevazione che corrisponda a delle valutazioni che sarebbero date dagli uomini, valutazio­ni positive o negative. Quindi in questo momento si sta facendo un grosso la­voro di confronto tra i risultati che emer­gono dalle rilevazioni delle immagini, prevalentemente, oppure per esempio dalle pesature.

Dalle pesature?
Nel caso delle zoppie ci sono attrezza­ture che riescono a valutare la pressio­ne dei singoli arti su una pesa. Quando l’animale zoppica tenta di alleggerire questa pressione, quindi la pesa rileva la zoppia. Tornando al confronto con il lavoro dell’uomo: il problema è quanti falsi negativi o falsi positivi la macchi­na rileva. Nel momento stesso in cui il numero di falsi negativi e falsi positivi è molto ben correlato con quanto ri­leverebbe la valutazione veterinaria, a quel punto la macchina può sostituire la rilevazione del veterinario, o quella dell’allevatore.

Una cosa complicata: per mettere a punto questo tipo di rilevazione automatizzata servirà molto tempo…
Io credo che ci vorranno molti anni. Qualche sistema però già oggi affronta il mercato, ma sulla capacità di rilevare esattamente questi dati serve tempo. Siamo a un buon livello con il body con­dition score, il Bcs, siamo a un discreto livello con le zoppie.

Siamo a un buon livello con il Bcs: grazie alle telecamere?
Sì, però poi devi tener conto del fatto che non sempre l’animale passa sotto la telecamera, non sempre ci passa un numero di volte sufficiente eccetera. Una volta che verranno conclusi questi studi, io penso che saranno di rapida applicazione nel mondo zootecnico; e a quel punto bisognerà correlare i dati di queste rilevazioni con il sistema di va­lutazione del benessere. Sistema però che, ricordiamolo, non valuta solo gli animali ma anche le strutture e il mana­gement. E quindi una volta fatta questa summa avremo un sistema di valuta­zione del benessere che sarà applicato più frequentemente e che sarà un po’ più libero da quella che è la soggettività del giudizio umano.

Stiamo sempre parlando dell’alleva­mento dei bovini.
Certo, questo discorso sulle telecamere fa riferimento al bovino in allevamento. Ma per esempio per l’allevamento suino siamo già più avanti con gli studi: lì l’u­tilizzo delle telecamere viene applicato al macello.

Al macello suino?
Esatto, perché al macello suino puoi ri­levare con facilità per esempio le lesio­ni cutanee oppure anche una eventuale compromissione dei polmoni dovuta a malattie respiratorie; e si possono fareanche altre osservazioni. Per gli alleva­menti di breve durata come l’avicolo e il suinicolo, che hanno cicli molto brevi, si può avere una rilevazione del benessere al macello; rilevazione che potrà essere utile ovviamente non per quella partita di animali che è stata macellata, ma per quelle successive che sono allevate ne­gli stessi allevamenti.

Questi studi di machine learning ven­gono condotti anche in Italia?
Sì, attualmente li stiamo sviluppando anche nel nostro paese, ci sono molte aziende private, molte start up che ci stanno lavorando anche in Italia. In Italia, ma questi studi vengono portati avanti in tante parti del mondo dove ci sono gli allevamenti. In Italia penso che ci sia più di un’università che se ne occupa, anche se l’università e gli istituti se ne occupa­no dal punto di vista della validazione, mentre invece lo sviluppo del modello lo fanno le aziende private.

Quali tipi di aziende private?
Di solito sono aziende attive nell’ela­borazione di dati, quindi aziende infor­matiche che sono attrezzate per ela­borare i dati che vengono estratti dalle immagini.

In conclusione sviluppo del benesse­re animale grazie anche al machine learning.
Il benessere comunque sarà il frutto di tre attività. Una rimane sempre quella della rilevazione della resource base, cioè delle strutture e del management, che è necessariamente effettuata dall’uomo. Poi una seconda sarà quella della rilevazione dell’attività degli ani­mali, sarà effettuata dalle macchine che rilevano le condizioni quotidiane degli animali. La terza attività sarà quella di rilevazione dei dati da parte delle ban­che dati, e di banche dati ce ne sono di­verse in Italia: quella zootecnica, quella sanitaria... E quindi l’analisi dell’insieme di tutte queste informazioni, attraverso l’intelligenza artificiale, potrà offrire un quadro di come sono tenuti gli animali molto più completo attento e preciso di come non avvenga oggi con questi tre tipi di attività presi singolarmente.

Sempre in materia di benessere ani­male, oggi la ricerca si sta applicando anche ad altre situazioni?
Un’altra cosa che oggi sta coinvolgendo il mondo della ricerca è la rilevazione del positive animal welfare.

Positive animal welfare…
Oggi noi rileviamo solo dati che, dicia­mo così, dichiarano l’animale non in condizioni idonee: troppo magro, zop­po, con la mastite, con percentuale di mortalità elevata, eccetera. Ma ci sono aspetti che invece dimostrano una con­dizione emotiva positiva che potrebbe essere chiamata tra virgolette, tra dieci virgolette, felicità, quindi positive ani­mal welfare. In questi studi che si stan­no facendo si valutano atteggiamenti conosciuti da anni in etologia come il grooming, come altri modi di compor­tarsi, che indicano che l’animale si sta comportando in modo, diciamo così, di dimostrare la propria serenità.

Dunque in questa nostra discussione sul benessere animale siamo passati a parlare anche di etologia.
Sì. Però questo lo vedo molto più com­plicato, perché l’aspetto emotivo dell’a­nimale è ancora, checchè se ne dica, una situazione molto difficile da stu­diare, da interpretare. Ma certamente anche questa branca della ricerca in un futuro potrebbe trovare degli sbocchi e quindi diventare applicativa. Oggi non è per niente applicativa, ma se la vedia­mo a lungo termine ci sono prospetti­ve, anche perché sono a disposizione parecchi fondi per la ricerca per questo positive animal welfare.

LA BIOSICUREZZA

Bene, fin qui lo status quo e i possi­bili sviluppi per quanto concerne il benessere animale. Ora potremmo cambiare argomento e discutere di come potrà evolvere invece l’idea della biosicurezza.
L’attenzione verso la biosicurezza ha sicuramente subito una grossa acce­lerazione e quindi la biosicurezza negli ultimi anni è certamente migliorata. Sia nel mondo dei ruminanti, dove era mol­to blanda, trascurata, sia nel mondo dei suini e degli avicoli, perché le emergen­ze della peste suina e dell’influenza aviaria hanno spinto il settore ad applicarla in maniera attenta e precisa. Le regole di biosicurezza però sono le stesse di trent’anni fa, non hanno avu­to un’evoluzione come invece nel caso del benessere animale. Il problema è che non erano applicate in maniera attenta.

Quindi l’accelerazione di cui lei parla si ritrova nell’applicazione delle regole di biosicurezza, non tanto nello studio di nuovi metodi.
Esatto, nell’applicazione di queste re­gole di base. Che consistono nel con­trollo di tutto ciò che entra in alleva­mento, nel controllo di tutti i passaggi che si possono verificare tra alleva­mento e allevamento, tra interno ed esterno, le norme di igiene all’interno. Quindi l’accelerazione prevede un net­to miglioramento delle strutture, ma soprattutto, e lì c’è ancora un po’ da fare, un netto miglioramento della cul­tura dell’allevatore.

Miglioramento della cultura dell’allevatore...
Per parlare della situazione della bio­sicurezza uso spesso questo esem­pio: è come il caso delle assicurazioni. Quando accendi un’assicurazione auto fondamentalmente non acquisti niente che in quel momento ti sembri asso­lutamente necessario; questo perché stai bene, perché la macchina non ha incidenti, eccetera. Se fai una assicura­zione la fai per prevenire il futuro. Ora, per convincere gli imprenditori zootec­nici a comprare qualcosa per evenienze future, per convincerli della necessità di fare qualcosa per prevenire even­tuali danni futuri, bisogna fare un salto culturale.

E questo salto culturale si sta verificando?
Secondo me sì. Grazie anche alla con­sapevolezza dei problemi che possono aver avuto dei colleghi imprenditori. Tu cominci a riflettere sull’opportunità di adottare precauzioni quando vedi i pro­blemi che si verificano in circostanze o in aziende simili alle tue: hanno visto l’arrivo della peste suina, hanno visto di conseguenza chiudere degli allevamen­ti, hanno compreso che le iniziative di biosicurezza devono essere intraprese sempre.

Altre situazioni che possono aver indotto questa accelerazione dell’applicazione della biosicurezza?
Un altro fattore di accelerazione fonda­mentale per la biosicurezza è questo: sia il benessere animale che la biosi­curezza concorrono a ridurre il consu­mo di farmaco. Perché più gli animali non si ammalano, più stanno bene, più reagiscono alle malattie, e più si ridu­ce il rischio di prenderle, le malattie. E quindi l’allevatore riduce l’utilizzo del farmaco. Oggi ci sono premi e spinte legali per ridurre il consumo di farma­co, quindi anche in funzione di questi incentivi il mondo della zootecnia e della veterinaria è diventato molto più sensibile alla biosicurezza, applicando di conseguenza regole che sono solo regole di base, che però prima veniva­no disattese.

Le regole di base sono fondamentali e consolidate. Però tutte le tecniche prima o poi hanno un’evoluzione. C’è qualche nuova regola di base, oppure un’applicazione di machine learning anche su queste regole di base relative alla biosicurezza? Per esempio forse nuove tecniche anche di progettazione dell’allevamento?
Sicuramente. Emergono nuovi princi­pi di progettazione, in cui finalmente, quando si disegna l’articolazione di un allenamento, si definisce un’area preci­sa nella quale hanno accesso solo gli operatori. Un’area che viene distinta dalla zona in cui hanno accesso anche i visitatori, che a sua volta viene distinta dall’area in cui ha accesso il pubblico. Per cui si cominciano a progettare gli allevamenti, oppure, soprattutto, li si ri­modulano o li si ristrutturano creando queste due o tre distinte aree.

Ma questo è stato fatto in modo scientifico, con dei protocolli?
Ci sono centinaia di studi che dimo­strano come i passaggi delle patologie animali da un’area esterna a un’area di accesso, e da un’area di accesso a un’area di lavoro diretto, avvengono at­traverso il passaggio dell’uomo, il pas­saggio delle attrezzature, il passaggio dei mezzi che devono supportare l’al­levamento, il mancato controllo degli animali interni, il passaggio degli ani­mali, il mancato controllo degli animali selvatici o dei volatili.

E c’è un protocollo da rispettare?
C’è il sistema Classyfarm, con le sue checklist per la biosicurezza e con il suo manuale dedicato: quelli sono i protocolli di biosicurezza per ogni al­levamento. Questi protocolli, scritti dai veterinari all’Istituto zooprofilattico di Brescia, hanno seguito le indicazio­ni riconosciute a livello mondiale per tutelare gli allevamenti nei confronti dei problemi sanitari. Non solo, ma in applicazione di direttive europee sono anche state riscritte le norme verticali sulla biosicurezza del suino, dell’avicolo e a breve uscirà anche la norma nazio­nale sulla biosicurezza dei ruminanti. Quest’ultima ovviamente traccia delle linee generali, fa un po’ più fatica ad entrare nello specifico, perché quando si parla di allevamenti di ruminanti in Italia si fa riferimento a decine e decine di tipologie diverse.

Sono uscite direttive europee in merito alla biosicurezza?
Più che a una direttiva europea si fa riferimento al “Piano d’azione congiun­to One Health 2022-2026” della World health organization (Who), un piano che fra le altre cose afferma che ogni stato membro deve sviluppare norma­tive sulla biosicurezza negli specifici settori di allevamento: suini, avicoli, ruminan­ti... A questo proposito si possono consultare i documenti Who di otto­bre 2022 e di dicembre 2023 nel sito www.who.int . Il lettore vi può ac­cedere anche attraver­so i link seguenti: https://shorturl.at/tY1zQ
https://shorturl.at/asHhN


Chi è Bertocchi

Il veterinario Luigi Bertocchi è stato direttore del Dipartimento tutela e salute animale presso l’Izsler, l’Istituto zooprofilattico sperimentale della Lombardia ed Emilia Romagna, con sede a Brescia. Inoltre è stato responsabile per il ministero della Salute del Centro di referenza nazionale per il benessere animale.
Viene ritenuto il protagonista della nascita e dell’affermazione del sistema Classyfarm, con le relative check-list e i collegati manuali tecnici.
È professore a contratto presso la Facoltà di Veterinaria dell’Università di Bologna, Scuola di specialità in Sanità pubblica veterinaria, dove tiene il corso di Igiene, biosicurezza e gestione nelle filiere bovine (latte e carni) e ovicaprine.


La percezione che ha il cittadino del benessere in allevamento

Luigi Bertocchi ha discusso con IZ anche della questione, di grande attualità, di come il consumatore percepisce l’attività di allevamento, di come la immagina e quindi la giudica. Una tematica molto collegata al grande capitolo del benessere animale, perché come sappiamo nell’immaginario del consumatore tutte le bovine per essere “felici” dovrebbero essere libere di scorrazzare nei prati, il vitello dovrebbe stare sempre in compagnia della madre, le aziende agricole dovrebbero sempre essere aperte ai visitatori, e così via.
Idee forse un po’ bucoliche, lontane dalla quotidianità produttiva, ma che devono essere approcciate con grande rispetto perché comunque alla fine il consumatore rimane sempre il terminale dell’attività di produzione di alimenti. E in ogni caso stanno acquistando sempre più importanza situazioni come le fattorie didattiche, l’agriturismo, i caseifici aperti, il racconto della pubblicità, e così via.

Dottor Bertocchi, non possiamo discutere di benessere animale senza prendere in esame anche la percezione che il consumatore ha della zootecnia.
È un discorso lungo questo. Innanzitutto noi operatori professionali della zootecnia non dobbiamo affrontarlo parlando di “consumatore”. Dobbiamo parlare piuttosto di “cittadino”. Di percezione del cittadino. Perché la figura del cittadino è certamente rappresentata dal consumatore che compra prodotti di origine animale, ma anche da colui che pur non comprando prodotti di origine animale mantiene comunque il diritto di esprimere il proprio parere su come vengono allevati gli animali.

Certo. E il cittadino oggi conserva un’idea molto bucolica rispetto a come dovrebbe essere condotto l’allevamento.
Per meglio dire, ha un’idea molto traviata, molto distante da come noi alleviamo gli animali. E questo semplicemente perché non lo ha mai visto, o se lo ha visto lo ha visto in condizioni non reali: le fattorie didattiche non rappresentano il vero mondo produttivo, gli animali al pascolo producono solo lo 0,5% del latte o della carne che arriva al mercato... Insomma, spesso l’allevamento a cui pensa il cittadino non corrisponde alla realtà. Se esistessero solo questi allevamenti minori poi lui non troverebbe sul mercato il latte, il formaggio, la carne che gli serve. E quando gli capita di vedere in televisione degli allevamenti veri non riesce a comprendere perché ci sia questa diversità rispetto a quanto immagina.

Dunque il mondo della zootecnia professionale come può affrontare questa divaricazione, e quindi comunicare con il cittadino?
Una risposta può venire dall’etichettatura di processo garantita dall’Sqnba. Che permette di andare a dire ai cittadini che anche gli allevamenti intensivi (o come li chiamano oggi gli allevamenti responsabili) mantengono ottime condizioni di benessere dell’animale, con la conseguenza che anche da questi allevamenti alla fine provengono alimenti sani, buoni, e con un costo di produzione tale da permettere ai prezzi al consumo di essere accessibili a tutti o quasi.

Una situazione molto presente nell’immaginario del cittadino è quella del contatto vacca vitello.
Non c’è dubbio che questo rimanga un problema, che magari verrà affrontato in futuro. In ogni caso il contatto vacca vitello è una situazione molto complicata perché durante i primi giorni di vita del vitello, dopo i 4-5 giorni di colostro, la bovina ha bisogno di svuotare la mammella in condizioni di massima igiene, per evitare di contrarre infezioni. E se noi lasciamo il vitello sotto la vacca diventa molto più complicato garantire questo obiettivo.

Ma il vitello soffre per la separazione dalla madre, e anche quest’ultima soffre.
Oggi il danno emotivo dovuto alla separazione è stimato di portata molto inferiore rispetto al danno sanitario, e produttivo, provocato da un’infezione. Qualche anno fa questa situazione era forse meno complicata, quando avevamo animali che facevano 10-20 litri di latte al giorno. Ma con animali come quelli di oggi, che fanno 30-40-50 litri al giorno, diventa tutto meno facile. Però anche con le condizioni attuali si sta studiando la possibilità di lasciare il vitello almeno un paio di giorni sotto la bovina, due o tre giorni, non di più, perché poi comunque bisogna separarli; e se il contatto venisse mantenuto troppo a lungo il danno emotivo della separazione diventerebbe maggiore. In ogni caso il danno sanitario inficerebbe il vantaggio di aver evitato il danno emotivo.

Sono state fatte esperienze nella direzione di un contatto prolungato?
Che io conosca, c’è solo un’azienda nel Trentino in cui il veterinario che la gestisce ha messo a punto un protocollo per mungere le vacche e nel contempo lasciarle anche assieme al vitello; ma è un’azienda molto piccola, di una dozzina di vacche. Oggi prevalgono piuttosto le esigenze di biosicurezza e di controllo delle patologie infettive; e anche aspetti di benessere animale. Nonostante questo l’argomento attualmente è oggetto di molti progetti di ricerca, anche se prevedere un contatto prolungato è estremamente difficile.

Un’altra tematica critica, all’interno del problema della percezione della zootecnia da parte del cittadino, è quella della macellazione. È critica per motivi intuibili, posto che sia accettato che si tratta di una fase inesorabile e che se non esistessero i macelli non ci sarebbe disponibilità dell’alimento carne.
Oggi i macelli sono pesantemente regolamentati per quanto riguarda la tutela del benessere degli animali, dal momento in cui questi arrivano in macello a quello in cui sono abbattuti. Ci devono essere dei recinti dotati di acqua e cibo per mantenerli in buone condizioni, ci devono essere spazi sufficienti, ci deve essere igiene, e ci deve essere anche lo stordimento preventivo all’abbattimento. Non solo, ma tutti i macelli d’Italia sono costantemente, quotidianamente, supervisionati dai veterinari.

E questi cosa controllano?
Inizialmente i veterinari andavano sul posto essenzialmente per verificare la sanità degli animali. Ma oggi gran parte del lavoro che fanno i veterinari dei macelli è invece soprattutto quello di garantire che vengano rispettate tutte queste norme di benessere che abbiamo velocemente citato prima. Rispettate, ripeto, da quando l’animale viene scaricato fino a quando viene macellato. Norme che sono conseguenti alle norme di benessere animale da rispettare durante l’allevamento.

E che si estendono anche al trasporto degli animali.
Certo, le norme del benessere devono essere rispettate durante il trasporto. Il trasporto degli animali è rigidamente normato, sia per quanto riguarda il trasporto a lungo termine sia per quello a breve termine. Per cui alimentazione, rifornimenti di acqua, spazi, lettiera, densità, sono tutte situazioni rigidamente normate, c’è una normativa per il benessere durante il trasporto. E le forze di polizia possono attuare posti di blocco per fermare il camion e verificare il rispetto delle norme, sempre in associazione con i veterinari delle Asl, perché naturalmente le forze di polizia hanno bisogno del supporto veterinario durante queste attività.

Come consultare la normativa legata a queste problematiche?
Per la macellazione si veda il regolamento Ce numero 1099/2009 sulla protezione degli animali durante l’abbattimento, con le relative 130 pagine di linee guida del ministero della Salute. Per la protezione degli animali durante il loro trasporto si veda il regolamento Ce numero 1/2005.

Benessere e biosicurezza dove stiamo andando - Ultima modifica: 2026-05-28T11:35:22+02:00 da Laura Della Giovampaola

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