Come direbbe qualche intellettuale, è cambiata la narrazione. Dopo un paio d’anni di commenti ottimistici, a volte entusiastici, sulla redditività della zootecnia da latte, succede che ora, cioè da qualche mese, il prezzo del latte alla stalla sta diminuendo. Una nuova tendenza che IZ, soprattutto nel suo sito internet, ha via via puntualmente documentato.

Diversi osservatori se ne sono dichiarati sorpresi. Non così il presidente di Granarolo Gianpiero Calzolari.
Il quale già nel marzo del 2025, quando il prezzo del latte andava a gonfie vele e tutti erano contenti, in una lunga e impegnativa intervista sempre per l’Informatore Zootecnico mise in guardia i produttori sulla possibilità che il felice momento potesse non durare a lungo (si veda per questa intervista di marzo il numero 5.2025 dell’Informatore Zootecnico, oppure si vada al link https://informatorezootecnico.edagricole.it/economia-mercati/calzolari-mai-cosi-alto-il-prezzo-del-latte-ma-ora-ragioniamo/ ).
In quell'intervento il presidente Granarolo avvertiva: piano con l'euforia, perché l’elevato prezzo del latte deve poi trovare riscontro sul fronte del mercato al consumo. Ossia sul fronte dell’acquisto dei prodotti lattiero caseari da parte della gdo e dei consumatori; e il potere d’acquisto di questi ultimi non permette alla domanda di assorbire l’offerta a qualunque costo.
E ora oggi, in questa nuova intervista per IZ, Calzolari ritorna sulla sua interpretazione della questione supportato da riscontri a consuntivo.
Presidente Calzolari, siamo dunque di fronte a un'inversione di tendenza nel mercato del latte.
È così. Ed era prevedibile. Forse non prevedibile con questa entità. Dopo periodi in cui i prezzi vanno verso l’alto siamo abituati ad aspettarci poi grafici con linee che vanno verso il basso, ma tutti speravamo la discesa avrebbe avuto un andamento più dolce. In ogni caso oggettivamente, parlando di latte, di materia prima per l’industria lattiero casearia, ma anche di mercato e di consumi, oggi ci si trova lontanissimi dal clima che si respirava solo qualche mese fa.
Guardando alla nuova situazione dal punto di vista degli allevatori, si può dunque dire che il prezzo del latte alla stalla si sta avvicinando al costo di produzione del latte?
Guardiamo intanto al secondo di questi due elementi, il costo. Quello che non viene purtroppo mai tenuto in considerazione, anche da molti analisti, è che nelle aziende agricole oggi ci sono due fattori di costo che hanno un'importanza maggiore rispetto a dieci anni fa: il peso degli investimenti e la questione manodopera.
Iniziamo dal peso della quota annua di ammortamento degli investimenti.
Ultimamente, anche sollecitati dai piani di sostegno, dal Psr o dal Pnrr o da altre misure, molti allevatori hanno fatto investimenti importanti in azienda, fondamentali per assicurare il futuro alla propria impresa, il cui ammortamento però oggi, soprattutto a causa di un costo del denaro che è significativo, comporta un peso importante sul bilancio aziendale.
Il secondo fattore di costo da lei indicato è relativo alla manodopera.
Oggettivamente in agricoltura come in altri settori, ma forse in agricoltura anche più che in altri settori, oggi è veramente difficile trovare persone disposte a lavorare; e quelle che sono disponibili rappresentano un costo significativo. Oppure non hanno sufficiente formazione. L’imprenditore zootecnico rischia di affidare mansioni a persone che non sono immediatamente pronte a crescere in parallelo alla complessità di un'azienda zootecnica che oggi è spesso robotizzata, molto automatizzata, in ogni caso molto più complicata che in passato. Oppure al contrario capita che quando l’azienda trova una persona dotata di una buona formazione, poi questa avanza esigenze, peraltro legittime, e aspettative di reddito molto alte.
Dunque discutendo di costi di produzione oggi non possiamo più far riferimento soltanto alle altalene del costo dell’alimentazione delle bovine.
I due fattori di costo appena citati spesso vengono dimenticati da chi propone analisi di economia aziendale. Si continua a parlare solo di quanto costa la soia, di quanto costa il mais, ma le nuove voci di costo come le due appena citate spesso non vengono considerate, e questo è una sottovalutazione oggettiva. Poi è anche vero che credo che ci sia comunque ancora una certa marginalità, ma bisogna vedere dove si ferma la curva del prezzo.
Sostiene Manuel Lugli di Confagricoltura Mantova che il costo di produzione di un litro di latte si attesta sui 50 centesimi.
Ognuno dice la sua perché non esiste un dato certo per il costo di produzione di un litro di latte, oggettivamente ogni realtà produttiva ha un suo proprio tipo di costo; e questo mette in evidenza un altro tipo di problema, per la zootecnia da latte. È un problema cioè il fatto che non si sia ancora riusciti a evidenziare delle fasce, dei range, all’interno dei quali oggettivamente il costo di produzione possa variare. Non si riesce ancora ad affermare con un buon grado di attendibilità economica e scientifica che il costo del latte possa variare da X a Y. Senza questo dato è oggettivamente difficile negoziare con la parte acquirente.
Questa indeterminatezza nella quantificazione del costo del latte appare come un importante limite.
Certo, perché così continuiamo a rappresentare l'agricoltura come oggi non è più; oggi l'agricoltura è un sistema di imprenditori veri che hanno in mano importanti fattori di costo e importanti fattori di reddito. Il fatto che non si riesca a dire quanto costa produrre il latte costituisce un importante limite anche nell’ottica della giusta remunerazione del prodotto dell’allevatore.
La cooperativa Granlatte, la cooperativa di allevatori che controlla Granarolo, come affronta il problema?
Granlatte sta cercando di fare girare i numeri anche dei propri soci allevatori in modo da contestualizzare delle performance medie, area per area, dimensione per dimensione, qualità per qualità. Contestualizzarle in modo che almeno ogni socio sappia se sta lavorando all'interno di uno spread di compatibilità o se sta sbagliando qualcosa; o che magari sta rappresentando un'eccellenza. È un grande lavoro, ma è importante.
Bene, allora se questo è il discorso sui costi, diciamo che il discorso sui ricavi è forse più facile. Per dire, il recente accordo ministeriale sul prezzo del latte ha buttato giù tre cifre per tre mesi: un prezzo del latte alla stalla di 0,54 centesimi/litro a gennaio, di 0,53 cent a febbraio e di 0,52 a marzo mantenendo invariate le quantità prodotte nel primo trimestre del 2025.
La questione della dinamica costo/prezzo va affrontata guardando al mercato.
Per esempio va affrontata anche guardando al momento in cui il prodotto lattiero caseario viene infine proposto al consumatore? Il quale non ha una capacità di spesa illimitata…
Oggi siamo in una fase delicata perché non è solo un problema di capacità di spesa del consumatore, che fra l’altro oggettivamente è ancora peggiore forse di qualche mese fa. Il fatto è che alla fine il mercato può consumare quello che può consumare, più di tanto non può assorbire. Comunque nel 25 almeno le vendite all'estero sono andate molto bene: bene i formaggi dop, bene anche la mozzarella, o la burrata; anche lo yogurt sta andando bene.
Secondo Assolatte anche il mascarpone sta andando molto bene sui mercati esteri: il tiramisù è presente nella carta di tutti i ristoranti.
La Cina per esempio è un grande consumatore di mascarpone e di polvere più che di altri prodotti. Però non è un mercato infinito, quindi non avere contezza di quali dimensioni può avere il mercato, di quanto il mercato può assorbire, è un errore da non fare; e purtroppo l'abbiamo fatto. Il governo cinese poi ha imposto a fine anno dazi spropositati per l’importazione dei lattiero caseari come ritorsione per l’atteggiamento dell’Europa sulle auto elettriche, un problema oggettivo per il mascarpone che esportiamo dall’Italia, ma che potrebbe fermare in Europa volumi di latte che le grandi aziende Nord Europee polverizzano proprio per quel mercato, con conseguenze pesanti sui mercati domestici.
In che senso abbiamo fatto un errore?
Noi abbiamo aumentato la produzione di lattiero caseari. Abbiamo avuto una grande opportunità soprattutto all'estero per i formaggi duri e in base a questo abbiamo immaginato che si potesse produrre all'infinito. Questo paradossalmente avendo a disposizione degli strumenti unici: chi ha in Europa due dop così importanti che hanno piani produttivi che possono regolamentare l'offerta di queste entità? Nonostante questo in realtà abbiamo assistito a sovrapproduzioni di formaggio. Questa situazione ha chiamato latte: gli allevatori, allettati da un prezzo del latte alto come mai hanno visto, hanno prodotto molto latte. Dopodiché è arrivato il momento in cui il mercato si è fermato per ragioni di prezzo, perché chiaramente non si può pensare che il consumatore non abbia limiti di spesa. I limiti di spesa li ha, certamente in Italia ma vale anche per i consumatori europei. e poi c'è anche un limite fisico, relativo anche ai volumi e non solo ai valori. Qui non si tratta di fare della polemica, ma il sistema su questo deve fare le giuste riflessioni, a partire dalla diversa performance di queste settimane fra Grana Padano e Parmigiano Reggiano.
Andare a vendere all'estero ci ha dato grandi opportunità.
Certo, e se non avessimo accelerato sull’export oggi vivremmo difficoltà più pesanti. Però anche all'estero ci sono stati problemi, guardiamo per esempio al nostro export in America: le preoccupazioni create dai dazi hanno generato aumenti di overstocking, inizialmente tutti hanno fatto provviste. Poi i dazi americani in realtà sono stati confermati ai livelli che erano già pre-esistenti, ma a quel punto i magazzini erano pieni.
Il lavoro di comunicazione effettuato dai grandi consorzi ha permesso di riguadagnare l’interesse dei consumatori esteri.
Certo, è stato un ottimo lavoro. Però poi non avere contingentato la produzione, immaginando che soprattutto nella Pianura Padana si potesse fare tutto il latte che si ritiene opportuno, è stato un grande errore: ha trainato verso l'alto il prezzo anche del latte industriale, ma le industrie si sono trovate a proporre sul mercato un prodotto meno rinomato delle dop, più suscettibile della concorrenza dei produttori europei.
Lei allude a prodotti come la burrata o la mozzarella.
Oggi produrre mozzarella in Italia ha un costo, in Germania un altro costo e in Francia un altro costo ancora. Questi prodotti non sono ancora delle commodity, ma quanto più tu insisti su questi prodotti tanto più ti metti nelle mani di un consumatore che può anche decidere di preferire un prodotto che costa meno, che magari non avrà l’allure dell'italianità, però il risultato è che in Germania e in Francia oggi è più difficile vendere prodotti come questi quando hai un differenziale di prezzo così elevato, è un dato oggettivo.
Passiamo a un’altra questione; lei pensa che possano tornare a entrare in Italia quantitativi importanti di latte provenienti da altri paesi europei?
Io non credo che arriveranno tante cisterne di latte da lavorare, perché ormai il latte italiano c’è, i produttori italiani ci sono. Però penso che potrebbero arrivare, anzi stanno già arrivando, volumi importanti di prodotti finiti, dalla mozzarella da pizza alla mozzarella in palla, a diversi prodotti industriali…
Come mai?
Perché siamo di fronte a importanti differenziali di prezzo, per cui la distribuzione propone sullo scaffale due prodotti dicendo che uno è italiano l'altro no, e l'altro costa di meno. Sta qui la vera grande preoccupazione, di non essere competitivi sui mercati nazionali ed europei, anche se gli altri non sanno fare prodotti di qualità come i nostri. Perché noi a volte ci ubriachiamo delle cose che diciamo, che l'italianità è un valore… Certamente l’italianità è un valore, la qualità è un valore, però anche il costo e la capacità di spesa sono valori e se gli stipendi in Italia non crescono è importante l’export ma se non ripartono i consumi domestici il paese è nei guai.
In conclusione, stando così le cose, come vede i prossimi mesi, la prima metà del 2026?
Quello di cui si sta parlando in queste settimane non è un accordo, ma un impegno. Quindi la cosa più importante è capire chi lo rispetterà, perché non è appunto un accordo formale, ma è solo un'intesa tra le parti. In ogni caso c’è stato secondo me uno sforzo comune per cui tutti si sono portati al tavolo con grande senso di responsabilità. E in merito al ministro, che ne ha creato le condizioni, devo dire che gli va dato atto di aver sbloccato una situazione che avrebbe generato molta tensione nelle campagne; le parti hanno accettato dei valori del latte anche se forse ognuna delle parti poteva anche sperare qualcosa di meglio per la propria categoria, chi poteva pensare di pagarlo di meno, chi poteva pensare di farselo pagare di più. Adesso il futuro è nelle mani delle imprese e degli allevatori.
Dunque giudizio abbastanza positivo sull’ultimo tavolo latte.
Tutti si sono presentati con spirito di collaborazione e responsabilità. Secondo me questa è una cosa che va apprezzata. Adesso bisogna vedere chi, al di là di questo particolare momento, rispetterà l’impegno preso; parlo soprattutto della parte industriale ma non solo. Secondo aspetto: credo che la cosa che si debba fare seriamente è quella di ridimensionare la produzione della materia prima e di ripristinare una condizione di equilibrio. Oggi c’è troppo latte che viene negoziato a prezzi di gran lunga inferiori all’impegno di cui sopra.
Per esempio?
Facciamo l’esempio della zootecnia tedesca. La Germania oggi è arrivata a ottenere molta produzione. Penso che nel momento in cui gli allevatori tedeschi si renderanno conto che stanno prendendo un prezzo basso cominceranno a ridimensionare la mandria. Quindi potrebbe essere che questo si verifichi nel giro di qualche mese, non domattina evidentemente, però i tedeschi sono molto veloci rispetto a noi (noi nel frattempo aspettiamo il provvedimento di sostegno, la misura, l'Araba Fenice…). È vero, le aziende zootecniche tedesche sono in media più grandi delle nostre, ma lì perdono meno tempo a parlare invece di agire; noi invece quando parliamo di agricoltura siamo dei grandi oratori, parliamo molto e quindi creiamo delle aspettative, aspettiamo che arrivi un sostegno, che poi o non arriva o arriva tardi e nel frattempo il danno cresce.
Però chi lo va a dire agli allevatori italiani che è ora di pensare in prospettiva a ridimensionare la mandria? Io non credo che siano molto recettivi nei confronti di questa proposta.
Noi abbiamo visto in questi mesi, basta guardare i dati della macellazione delle carni, che in stalla sono rimasti anche animali a fine carriera perché a quei prezzi lì tutti hanno tenuto in produzione gli animali. E la macellazione si è fermata. Perché in stalla il naturale ricambio non è stato fatto e quindi è aumentata la numerosità della mandria. Ma se oggi il prezzo si ridimensiona il dato della macellazione si modificherà.
La numerosità della mandria non è l’unico parametro che entra in questo discorso.
Infatti devo anche dire che i nostri allevatori sono molto bravi, perché hanno aumentato la resa produttiva in modo importante. Oggi ci sono stalle in cui gli animali hanno significativamente migliorato la resa, il seme sessato ovviamente ha fatto tanto , la genetica, l'alimentazione corretta, il benessere animale, sono entrati in gioco una serie di perfezionamenti tecnici che hanno aumentato le rese. Però alla fine l’imperativo è che bisogna produrre quel che serve, se no si buttano i soldi e si fa il gioco della speculazione.
E come fare, per produrre quello che serve?
Gli strumenti sono quelli classici della pianificazione. I consorzi hanno i piani produttivi, cui bisogna attenersi, il piano produttivo va rispettato. Se i produttori cominciano a rispettare il piano produttivo, se è vero come è vero che il 40% del latte in Pianura Padana è destinato alle grandi dop, se è vero che 3-4 aziende, come la nostra, Lactalis e qualcun'altra, un altro 25% del latte lo raccolgono, se è vero che la cooperazione controlla il 65% del latte… allora si può ragionare. Noi cerchiamo di farlo, anche con regolamenti non sempre popolari, ma da soli non possiamo certamente cambiare il mercato. Siamo orgogliosi del fatto che in 10 anni, pianificando la produzione alla stalla, la trasformazione industriale e esportando all’estero il 40 % del nostro fatturato abbiamo raddoppiato la raccolta del latte dai nostri soci consentendo loro di crescere in modo equilibrato, e se oggi abbiamo chiesto di rallentare la crescita è per preservare il buon lavoro fatto.
Allora si può ragionare, fare pianificazione è possibile.
Certo. Poi è chiaro che l'andamento climatico che cambia può ostacolare la pianificazione. Nel 2025 siamo entrati in estate pieni di preoccupazione perché mancava latte: c'era stata una primavera tardiva caldissima, gli animali si erano bloccati, mancava latte. Preoccupazione perché per esempio d’estate i consumi di mozzarella crescono. Poi ci siamo trovati a gestire un agosto fresco, è ripartita la produzione, è calato il consumo di mozzarella e quindi ci siamo accorti paradossalmente di avere troppo latte.
Tutti gli allevatori ormai hanno dotato le proprie stalle di ventilatori, di doccette, di impianti di climatizzazione, di ventilatori, di reti ombreggianti...
E dunque il consueto calo produttivo di agosto non c'è stato... In ogni caso voglio dire che le contromisure rispetto a un cambiamento climatico così repentino non bastano più. Pensiamo alle coltivazioni foraggere, mais compreso: una volta tu seminavi in primavera e raccoglievi in autunno, settimana più settimana meno. Adesso semini quando puoi e raccogli quando puoi, e quello che c’è, perché nel frattempo troppo acqua, poca acqua, vento, niente vento, troppo caldo, poco caldo, pioggia quando non deve piovere, parassiti che non si conoscevano…
Non riesci a seminare il mais perché i campi imbevuti d’acqua sono inaccessibili...
L'anno scorso i nostri allevatori hanno avuto foraggi di qualità scarsissima, quest'anno mi dicono che sono molto buoni, ma non è colpa di nessuno, è che il clima quest’anno ha aiutato e l'anno scorso ha penalizzato. Ci sono state anche le alluvioni, e per queste l’opinione pubblica si è preoccupata degli agricoltori. Ma anche se non c’è l’alluvione i nostri agricoltori continuano a operare in condizioni di lavoro difficili a causa del clima. Insomma, questo aspetto oggi non lo riusciamo a inserire in una pianificazione.
Come fare allora?
Sarebbe interessante cominciare a usare i nuovi strumenti, i grandi calcolatori, Centro Meteo, Leonardo, Tecnopolo, eccetera, per cominciare a far girare dei numeri che oggi non interpretiamo. Dobbiamo essere in grado di immaginare cosa potrà succedere nei prossimi anni... Si tratta di un obiettivo difficile, quello di pianificare nell’ambito di questa situazione, ma se non facciamo neppure il tentativo… Pianificare vuol dire che quando arriva il momento critico devi rimanere freddo e lucido.
Oltre che in campagna la pianificazione deve arrivare anche in stalla.
Deve intervenire sulla numerosità della mandria. L’allevatore non può pensare che se aumenta la resa, la numerosità dei capi, la dimensione della stalla, alla fine il latte resta un prodotto che comunque trova sempre una sua destinazione. Abbiamo visto che si è arrivati a un punto in cui abbiamo troppo formaggio, troppo latte, troppa offerta. E il mercato si ferma. In più la situazione può prestarsi anche ad approcci speculativi.
Però le sue considerazioni fanno capire che lei è fiducioso perché tutti i vari fattori che lei ha via via citato, la cooperazione, i piani produttivi, lo spirito collaborativo degli industriali, lo spirito collaborativo della parte agricola... permettono intanto di affrontare la situazione.
Io dico che ci vuole un tavolo, un tavolo virtuale ovviamente, dove proviamo a fare sul serio la pianificazione, non è solo un meccanismo di quote, le quote sono le cose più semplici di questo mondo. Il clima non segue le quote. Bisogna ragionare anche con altre diverse strategie. Si può ragionare anche di compensazione tra i formaggi duri e le mozzarelle, come è sempre stato fatto. Però bisogna avere la volontà di dire: si può fare, proviamo a farlo, ricordando che se non fai centro rispetto agli obiettivi allora dovrai pensare anche a delle misure diverse. Però oggi quello che è mancato, secondo me, è l'utilizzo degli strumenti di pianificazione.
Strumenti di pianificazione. Per esempio?
La cooperazione ha lanciato quest'idea dell'Ocm latte, che per quanto sia tutta da sperimentare oggi è più compatibile anche con la nuova discussione che si sta facendo sulla Pac. Secondo me, quello che sta succedendo oggi è la prova provata che un’Ocm, forse non sarebbe la soluzione, però ci aiuterebbe, Quindi: mettici i piani produttivi dei consorzi delle dop, mettici le grandi aziende che sono in grado di pianificare… (perché quando hai un insieme di allevatori è chiaro che c'è un meccanismo di compensazione: ci sarà chi fa di più e chi fa di meno, quindi è molto più facile pensare che il singolo allevatore se si è impegnato a fare 100 potrà anche fare 105, 95, però se siamo in tanti compensiamo). Quindi tutti questi fattori messi insieme ci permettono di non essere proprio pessimisti.
Ci permettono di non fasciarci la testa.
Così come ci eravamo esaltati quando il prezzo del latte andava bene, adesso che c'è un trend di diverso tipo dovremmo pensare a cosa fare . Il pessimismo non serve, serve la ragione. Poi è chiaro che la ragione deve essere supportata da strumenti rigorosi come quelli della pianificazione. Se noi avessimo tutti voglia di pianificare le produzioni, quantomeno non ci troveremmo in queste situazioni così drammaticamente violente.
Violente?
Ieri parlavamo di un latte a 60, oggi che c’è l’intesa parliamo di un latte a 53, se si ferma lì. E perdere in poche settimane il valore di 7 centesimi è tanta roba. Per non parlare del latte spot, il cui prezzo è crollato eppure le produzioni alla stalla di dicembre continuano a crescere.
Dunque la pianificazione risulterebbe un fattore molto utile, di primaria importanza. Però anche la pianificazione potrebbe forse venire ostacolata da eventuali turbative provenienti dall'estero.
Forse, però come detto prima l’eventualità di tali turbative l’abbiamo limitata, dal momento che in questo periodo registriamo un certo arrivo di prodotti finiti, non di latte da lavorare. Io non escludo che qualche industria possa comprare del latte dall’estero, ma non si tratterà di un fenomeno rilevante, perché oggi il latte a basso costo purtroppo lo si potrà trovare anche in Italia.
Perché?
Perché l'accordo appena definito impegna le aziende a comprare il latte nelle quantità prodotte, consegnate l’anno precedente, al prezzo definito dall'accordo, mentre lascia invece la libertà di comprare l'eccedenza eventualmente ai prezzi del latte spot. Quindi vuol dire che anche in Italia avremo un latte che avrà un prezzo e poi avremo un secondo prezzo. Dunque non c'è motivo perché arrivino dall’estero tante cisterne di latte: potrebbero arrivare delle confezioni di latte, potrebbero arrivare delle mozzarelle, potrebbero arrivare delle cagliate. Ci farebbero male anche questi ultimi tipi di prodotto, perché vorrebbe dire che sullo scaffale anziché essere presenti solo mozzarelle italiane, sarebbero presenti anche mozzarelle che vengono dal nord Europa, dall'est Europa… E questo sì, comprometterebbe il nostro sforzo di pianificazione.
Cosa bisogna fare allora?
Per me la cosa da fare oggi è riportare la produzione a un dialogo più equilibrato tra offerta e domanda. È la regola più semplice che c'è, la regola aurea: domanda e offerta. Proviamo ad attenerci a questo.
Poi magari è anche possibile che aumenti la domanda.
Certo: Granarolo dieci anni fa faceva il 3% di export, oggi facciamo il 40% e arriveremo al 50%. Quello che va a cercare mercati esteri è tutto prodotto che non grava sul mercato nazionale. Il Grana Padano ha fatto un lavoro incredibilmente positivo in questa direzione, il Parmigiano Reggiano ha visto le vendite all'estero superare le vendite in Italia, il Gorgonzola ha fatto un lavoro enorme sui mercati esteri, la Mozzarella di bufala sappiamo che risultati ottiene... E anche la burrata si inserisce fra questi esempi virtuosi.
La burrata?
Oggi la burrata si consuma in gran parte anche all'estero. Era un prodotto tipicamente italiano, anzi neppure italiano ma solo locale, perché aveva una vita brevissima; oggi la tecnologia ne ha aumentato la vita. Tu vai a Berlino, vai a Londra, vai a Parigi e ti trovi la burrata pugliese. Tutti gli chef, italiani e non, ti propongono una ricetta con la burrata. Durerà o non durerà, oggi è così. E quindi devo dire: chapeau. Perché dieci anni fa se andavi nel Sud Italia la burrata la mangiavi, ma non la trovavi neppure nei negozi del centro. È diventato un prodotto anche più abbordabile dal punto di vista del prezzo e della shelf life. Quindi questo è un risultato da sottolineare.
Dunque aspettiamo che si tenga un secondo tavolo latte.
Sì, noi lo auspichiamo... Nel frattempo noi cerchiamo di pianificare, di impegnarci al massimo con la pianificazione.
Quando usa la parola noi a chi si riferisce?
A noi della Granarolo, con la nostra filiera Granlatte. Sapendo che ogni tanto devi poter dire agli allevatori anche delle cose non simpatiche. Perché io capisco che per un allevatore aumentare la produzione può essere quasi più importante che avere un centesimo in più per un litro di latte. Però dobbiamo anche dire che nella misura in cui abbiamo creato le condizioni per il mercato, possiamo anche chiedere di avere più latte. Se no, bisogna che ci fermiamo e contiamo fino a dieci: in questo momento il mercato è saturo.
Il mercato è saturo…
Sì, però se siamo responsabili io non sono così negativo. Magari nella seconda metà dell'anno potremo già vedere qualche inversione di tendenza. Magari un cambiamento dolce, non così repentino come abbiamo avuto. D’altra parte purtroppo l’equilibrio del mercato dipende anche da tanti altri fattori: climatici in primo luogo, socio-economici, socio-politici, socio-internazionali...
Comunque la speranza è che in questi due anni di prezzi alti, di redditività alta, l'allevatore abbia fatto investimenti in azienda.
Li ha fatti. Gli allevatori che hanno investito sono parecchi, hanno investito molto. Questi imprenditori sono quelli che forse oggi hanno qualche elemento di preoccupazione in più, però sono anche quelli che hanno una prospettiva, prima di tutto dal punto di vista del ricambio generazionale.
In conclusione si può dire che da lei provenga un messaggio di non-pessimismo.
A patto che prevalga la ragione, prevalga la capacità di mettersi insieme e di trovare una quadra. Se tutti gli attori della filiera casearia lo fanno, se le dop lo fanno, se le grandi aziende come noi, come Lactalis, come altri, lo fanno, se la cooperazione lo fa, allora potremmo essere meno pessimisti. Inoltre, se riuscissimo a fare passare l'idea di una Ocm Latte, avremmo anche uno strumento normativo. Poi bisogna che i finanziamenti per la crescita siano veramente finalizzati a offrire la certezza del collocamento del prodotto.
Fondamentale poter lavorare con questo tipo di certezza.
Chi opera in filiera oggi sa che se ha fatto un investimento il suo latte è comunque collocato, poi il prezzo sarà quello che dice il mercato. Quando prima dell'intesa erano partite le disdette di alcune grandi aziende, noi registravamo un clima di angoscia fortissima nelle campagne perché avere il latte disdettato, per chi ha fatto investimenti più o meno grandi, è la cosa più terribile che possa capitare.
Erano produttori che non agivano in filiera quelli che hanno avuto il latte disdettato?
Erano produttori che avevano dei contratti labili, diciamo così. La cooperazione invece, da questo punto di vista, è la migliore garanzia che un allevatore possa avere. Non è che diciamo che in cooperazione sia tutto facile, ma questa è una bella differenza.









