Zootecnia, troppi tagli con la nuova Pac

Le scelte degli agricoltori. Pesante calo dei premi

Elide Stancari, allevatrice mantovana di bovini da carne, non avrà problemi con il greening. Sui 50 ettari di Sau che accompagnano il suo allevamento di limousine da 700 capi (in media 1.200 macellati/ anno) applica infatti la rotazione ormai da cinque anni. «In precedenza facevamo soltanto mais: da pastone, granella e trinciato. Come altri nella nostra zona, tuttavia, avevamo problemi di rese in calo. Abbiamo così deciso di cambiare radicalmente, avviando una rotazione con soia e grano o orzo. La prima finisce sul mercato, così come la granella dei cereali vernini».

Il cambio di strategia ha comportato un’insufficienza produttiva nel fabbisogno della stalla, ma ha riportato le rese su buoni livelli. «Rimediamo acquistando all’esterno un po’ di pastone di pannocchia e una parte della paglia, mentre siamo autosufficienti per il silomais», ci spiega l’allevatrice. Che, a differenza di molti colleghi, non condanna il principio del greening: «Dal punto di vista agronomico, l’obbligo di diversificazione ha una logica; il vero problema, per noi allevatori, è l’abbassamento dei titoli. Che, per quanto riguarda la mia azienda, sarà consistente. Ed è vero che il secondo pilastro fornirà una compensazione, ma soltanto parziale. D’altra parte, queste sono le decisioni di Bruxelles; per parte nostra possiamo soltanto guardare gli aspetti positivi e cercare di recuperare qualcosa laddove possibile».

 

«Recuperare sugli aiuti accoppiati»

Per esempio, spiega l’allevatrice mantovana, sui contributi accoppiati per l’allevamento. «Si passa da un premio di 48 €/capo rimasto in stalla almeno 7 mesi, a 60 € di premio (per chi fa anche l’etichettatura facoltativa) con una permanenza minima, però, ridotta a 6 mesi. Al di là dei 12 € in più, è importante il tetto temporale: importando vitelli dalla Francia, la permanenza in stalla è legata al peso di consegna e spesso non è possibile far trascorrere i sette mesi necessari. 30 giorni in meno, rispetto all’impostazione della precedente Pac, possono aiutare». Tra gli aspetti più negativi della pac, infine, Stancari segnala l’eccesso di burocrazia e la disparità di trattamento tra paesi membri, con controlli rigorosi in Italia, ma molto meno altrove.

 

180 vacche in lattazione

Anche per Alberto Cortesi, proprietario di 180 vacche in lattazione a Roncoferraro (Mn), è decisamente più significativa la riduzione dei premi. Sui 130 ettari che coltiva, Cortesi semina mais, medica e cereali vernini usati come foraggio, in proporzioni uguali. «Lo faccio da sempre, perché nella nostra zona il mais, pur avendo buone rese, non è adatto a tutti i terreni. Su quelli più forti, per esempio, viene decisamente meglio la medica».

Applicando già la diversificazione – peraltro con una leguminosa – Cortesi non dovrà modificare il suo piano colturale. «Sotto questo aspetto in effetti, siamo a posto.

Perdita notevole sui titoli - Per il resto, invece, con la Pac non ci siamo proprio: per cominciare, si riducono fortemente i titoli di base. Per quanto mi riguarda non ho ancora quantificato la perdita, che comunque sarà notevole.

In secondo luogo, il ritardo con cui si stanno definendo gli ultimi aspetti – un anno e mezzo dopo l’entrata in vigore del documento – non ci permette di programmare.

Medica, idee confuse - Infine, a mio parere anche l’applicazione italiana ci ha messo del suo, nel confondere le idee. Si veda, per esempio, l’andirivieni sulla medica, incomprensibile per dei tecnici di un Ministero, che dovrebbero avere ben chiaro il funzionamento delle leguminose e l’azoto-fissazione».

Psr, palleggio di responsabilità - Ritardi che, aggiunge Cortesi, si sono poi estesi ai Psr. «Il palleggio di responsabilità tra ministero e regioni ha comportato una dilazione nei tempi che è pesante sia per gli agricoltori sia, non dimentichiamolo, per l’indotto.Per concludere, una battuta: se per la Pac avessimo adottato il principio dei diritti acquisiti, come in ambito pensionistico, noi allevatori saremmo stati a posto. Del resto, non è un caso, se i nostri titoli erano alti: dipende dal fatturato e dall’indotto, ma di ciò non si è tenuto conto».

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