Quote latte, multe chieste alle Regioni

In vigore un decreto che implica il recupero, a favore dello Stato, di 71 milioni di euro dovuti dalle singole amministrazioni regionali

Alcune Regioni italiane dovranno rimborsare lo Stato per aver omesso una serie di adempimenti sulle quote latte. Stiamo parlando di una delle tante questioni aperte su questa annosa materia, ma tutto sommato si tratta di una faccenda meno preoccupante di altre. Intanto la cifra in gioco, quasi 70 milioni di euro, è ragguardevole ma ben poca cosa rispetto ai 1.343 milioni di euro che pendono sulla testa di alcuni allevatori italiani per le multe non regolate tra il 1995 e il 2009. Inoltre, in questo caso, a essere chiamate a pagare non sono le stalle ma alcune amministrazioni regionali.
Ma spieghiamo cosa è successo. Per arrivare all’inizio della faccenda bisogna risalire al 2006 e al 2008 quando, durante controlli di routine, gli ispettori della Commissione europea hanno riscontrato che nel corso delle campagne tra la 2004/2005 e la 2006/2007 erano state commesse irregolarità di vario tipo – imputabili in particolare a ritardi nella gestione degli obblighi sulle quote latte – da alcune Regioni; in particolare: Abruzzo, Lazio, Marche, Puglia, Sardegna, Calabria, Friuli Venezia Giulia e Valle d’Aosta.
Per quelle irregolarità, dopo le opportune verifiche, nel 2011 la Commissione aveva stabilito una “rettifica finanziaria forfettaria” di circa 70,9 milioni di euro. Come prassi nell’Ue, quel denaro che il nostro Paese (o meglio le regioni interessate) avrebbe dovuto versare è stato a suo tempo direttamente trattenuto dalla Commissione, sottraendolo dai fondi che, a vario titolo, provenivano da Bruxelles verso l’Italia.
È capitato così che, per evitare che altre misure e finanziamenti rimanessero scoperti, il nostro governo ha dovuto anticipare quel denaro prendendolo dalla fiscalità generale, cioè dalle imposte pagate dai cittadini italiani. Nel frattempo, e cioè negli anni scorsi, l’Italia è però ricorsa contro la decisione della Commissione alla Corte di Giustizia dell’Ue che, con un pronunciamento del dicembre 2014, ha dato torto al nostro Paese. Secondo i giudici europei infatti le irregolarità commesse dalle regioni italiane evidenziate degli ispettori della Commissione avevano fondamento, e la sanzione comminata all’Italia – i quasi 71 milioni di euro di rettifica finanziaria – era congrua.
A partire dal 2015 era dunque evidente che la responsabilità delle irregolarità, in particolare di ritardi nella gestione delle quote latte, era delle regioni interessate.
A questo punto è diventato giocoforza per lo Stato rivalersi su queste regioni (e cioè Abruzzo, Lazio, Marche, Puglia, Sardegna, Calabria, Friuli Venezia Giulia e Valle d’Aosta) per una questione di equità verso i cittadini che pagano le tasse.
Per questo, nel 2016 è stata predisposto uno schema di decreto che ha avuto un iter lungo e travagliato, che è terminato in questi giorni con la sua pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale.
Un decreto che implica il recupero, a favore dello stato, delle somme dovute dalle singole amministrazioni regionali attraverso una compensazione sul fondo di rotazione spettante alle regioni nell’ambito dei rispettivi Piani di sviluppo rurale.

Rinnovo delle aliquote di compensazione Iva sulla vendita dei capi bovini e suini vivi
Per il terzo anno consecutivo vengono confermate le aliquote “maggiorate” di compensazione dell’Iva sulla vendita dei capi bovini e suini vivi. Una misura voluta dal governo e che interessa direttamente molte aziende zootecniche: precisamente quelle che vendono capi bovini e suini e che aderiscono al regime fiscale forfettario.
A stabilirlo è il decreto 2 febbraio 2018 del Ministero dell’Economia e finanze, un provvedimento previsto dalla Legge di bilancio 2018 e formato da un solo articolo che aggiunge l’anno 2018 alle disposizioni di un precedente decreto del gennaio 2016. Proprio quest’ultimo decreto aveva previsto l’innalzamento delle aliquote di compensazione Iva per i bovini e i suini.
Cerchiamo di capire meglio. Stiamo parlando dei casi di vendita di capi vivi da parte di allevatori. Una pratica dunque quotidiana sia nel caso della produzione di latte (vitelli e vacche a fine carriera, per esempio) sia ovviamente nel caso di allevamenti di bovini da carne che di suini. Come in ogni vendita, la fattura che l’allevatore emette per farsi pagare deve esporre l’imposta sul valore aggiunto (Iva), che attualmente, per questa merceologia, è pari al 10%. Per quegli allevatori che, per ragioni di obbligo o opportunità fiscale aziendale, hanno optato per il regime ordinario, questa è l’Iva che incassano e che andrà in compensazione con l’Iva pagata con le fatture di acquisto dei fattori della produzione. Per costoro, dunque, questo decreto non cambia nulla. Per quelle aziende invece che hanno scelto il regime speciale Iva, e dunque non hanno una contabilità che registra le fatture degli acquisti, la compensazione avviene per via forfettaria sull’imposta incassata sulle vendite. Vediamo un esempio schematico.
Se un allevatore vende bovini (o suini o bufalini) per 10.000 euro, ed espone l’Iva al 10%, incasserà dall’acquirente dei suoi capi un’imposta sul valore aggiunto pari a 1.000 euro. Imposta che dovrebbe versare allo stato, una volta però compensata dall’Iva sugli acquisti. Non disponendo di quest’ultimo dato, proprio in quanto aderente al regime speciale, la legge gli consente di compensare l’imposta sul valore aggiunto trattenendo direttamente una parte dell’Iva incassata. E questa “parte” viene stabilita dalle aliquote di compensazione.
Sino al 2015 queste aliquote erano pari al 7% per la cessione di capi della specie bovina (e bufalina) e al 7,3% per la vendita di capi della specie suina. Ma per venire incontro alle crisi di settore, già a fine 2015, con l’approvazione della Legge di bilancio 2016, queste aliquote venivano innalzate al 7,7% (bovini e bufalini) e 8% (suini). Ciò significa che l’allevatore deve all’erario solo il 2,3% (10% - 7,7%) dell’Iva incassata nel caso di vendita di bovini (e bufalini) e il 2% (10% - 8%) nel caso di cessione di suini. Nel nostro esempio: 230 euro o 200 euro al posto di 1.000 euro.
Alla fine, il guadagno rispetto alle aliquote in vigore sino al 2015 è dello 0,7% sia per bovini che per suini (nel nostro esempio: 70 euro): non molto, ma nel complesso di un anno di vendite, un risparmio fiscale significativo.

@stefanoboccoli

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