Prodotti naturali alleati per bovini e vitelli

prodotti naturali
Non basta ridurre il metano: la vera sostenibilità unisce ambiente, salute animale e reddito. Le prove su vitelloni e vitelli a carne bianca dimostrano che l’uso di oli essenziali e tannini abbatte le emissioni fino al 21% e migliora la crescita, proteggendo gli animali anche dallo stress da caldo

La decarbonizzazione del com­parto zootecnico è sicuramente un hot topic (o magari un ever­green?) che risuona da tempo alle orecchie degli addetti del comparto. Sebbene sembri che, soprattutto a livello mediatico, “l’emergenza impatto degli al­levamenti” sia oggi relativamente meno stressata, l’incentivo comunque a “limi­tare fortemente” o “sostituire” il consumo di carne bovina con scopi ambientalistici è ancora un mantra ricorrente. Peraltro, anche le filiere agroalimentari, la grande distribuzione organizzata e persino le po­litiche nazionali e internazionali puntano in ogni caso l’attenzione sulla questione “sostenibilità ambientale” delle produzioni zootecniche.

Tra tutte le produzioni zootecniche, è il comparto carne bovina ad essere spes­so il più criticato, principalmente a causa delle emissioni metanigene da fermenta­zione ruminale, che rappresentano il 45% delle emissioni del settore zootecnia a li­vello globale.

In questo senso, benché sia assoluta­mente fondamentale perseverare nella comunicazione delle responsabilità reali della zootecnia, alla luce anche dei ragio­namenti sul ruolo “veritiero” del metano (CH4) definito come “biogenico” sul clima in confronto soprattutto con l’anidride car­bonica (CO42) derivante dalla combustione (n.d.r. dei combustibili fossili ad esempio), è comunque importante limitare il più possibile gli impatti anche in un compar­to virtuoso come quello zootecnico che fornisce al mondo alimenti essenziali.
La­vorare in questo senso rappresenta un’in­teressante opportunità, anche in termini economici e “di business”, se si amplia lo sguardo su quello che è il reale concetto di sostenibilità quando applicato a livello zootecnico, ben più articolato in realtà del solo riferimento all’ambiente.

Il concetto di sostenibilità in ambito zootecnico

Non bisogna infatti dimenticare che, per definizione, il concetto di “sostenibilità” prevede in realtà il bilanciamento di tre “pilastri” (ambiente, società ed economia), il cui soddisfacimento deve essere per­tanto equamente considerato.
Concentrarsi quindi su una sola di queste dimensioni nell’allevamento bovino, come la riduzione delle emissioni enteriche di CH₄, senza considerare la produttività, la salute animale e la sostenibilità economi­ca, è metodologicamente ed eticamente inadeguato.

Sebbene la riduzione del CH₄ sia essen­ziale, le eventuali strategie di mitigazione dovrebbero sostenere e includere anche gli altri pilastri della sostenibilità (Boyle et al., 2025; Arndt et al., 2022).
Questo anche considerando che si preve­de che la domanda globale di carne, e in particolare di quella bovina, aumenterà di circa il 13% tra il 2025 e il 2034, con una crescita costante fino al 2050, in linea con l’aumento previsto del 18% della popola­zione mondiale (UN Desa, 2024; Oecd & Fao, 2025).

All’interno di un “paradigma sostenibile”, questo incremento della domanda deve essere soddisfatto concretamente, e per altro attraverso una produzione più accessibile economicamente, che garan­tisca anche equità economica e sociale sia per i consumatori sia per i produttori (Fao, 2023). Inoltre, preoccupazioni etiche e sociali, come il benessere animale e la riduzione dell’uso del farmaco, sono in­cluse in questo paradigma e dovrebbero essere integrate in un sistema produttivo orientato al futuro, secondo un approccio “One health” (Fao, Woah & Who, 2022; Dia­na et al., 2020).

La zootecnia per altro non è solo “causa” del cambiamento climatico, ma è anche soggetta agli effetti dello stesso. L’effetto più lampante riguarda lo stress da caldo. A causa dell’aumento delle temperature, è aumentata la frequenza e l’intensità dei periodi di stress da caldo, che influ­iscono negativamente sul benessere, sulla salute e sulla produttività degli ani­mali, riducendone drasticamente anche l’efficienza (Rojas-Downing et al., 2017; Thornton et al., 2022), e considerando il ruolo che hanno le attività industriali ed energivore in generale su tale aspetto si comprende come l’impatto di un compar­to possa avere riflessi che vanno ben oltre l’ambiente.

Ottimizzare l’efficienza produttiva  in un’ottica di sostenibilità a 360°

In questo contesto, migliorare benessere, salute, resilienza, e, di conseguenza l’effi­cienza produttiva, risulta cruciale, tanto quanto ridurre direttamente le emissioni di inquinanti, per raggiungere un sistema produttivo più “sostenibile” (de Passillé et al., 2005; Diana et al., 2020). Peraltro, una più alta efficienza produttiva è anche correlata ad un miglioramento indiretto dell’impatto ambientale, riducendo l’inten­sità delle emissioni di CH₄ (g CH₄/kg di prodotto finale) (Beauchemin et al., 2020).

Aumenta infatti la quantità di prodotto su cui “spalmare” le emissioni, a fronte spes­so per altro di un’ottimizzazione dell’uti­lizzo di risorse alimentari, altro aspetto fondamentale in un’ottica complessiva di sostenibilità. A conferma, negli ultimi decenni, il miglioramento dell’efficienza produttiva ha portato ad una significati­va riduzione dell’intensità delle emissioni di CH4 (Capper, 2020; Beauchemin et al., 2020).

Facciamo chiarezza su alcune strategie

Sebbene, quindi, una corretta gestione degli animali e dell’allevamento sia un buon punto di partenza per ottenere inte­ressanti risultati anche ambientali, l’appli­cazione di strategie, comprovate e “reali­stiche”, che abbiano bene a cuore questa complessità e che permettano un’azione combinata su multipli aspetti di sosteni­bilità, può rappresentare un interessante strumento dalla cui applicazione può mi­gliorare sicuramente anche l’aspetto di redditività economica e sostentamento dell’efficienza produttiva.
Gli approcci disponibili in questo senso sono molteplici, e ci si può sbizzarrire se si pensa al parco di integratori, molecole funzionali, principi attivi e generalmente additivi che si possono trovare in com­mercio o che sono comunque trattati dalla ricerca scientifica.

Nella scelta però dell’approccio che può risultare veramente vincente, nell’ottica precedentemente citata di “sostenibilità a 360°”, è necessario considerare l’azione ad ampio spettro e il bilanciamento dei diversi risultati di sviluppo sostenibile.
Ad esempio, diversi additivi alimentari, in­clusi composti con diretta azione antime­tanogenica, come il 3-nitroossipropanolo (3-NOP) e le alghe rosse contenenti bro­moformio, si sono dimostrati altamente efficaci nel ridurre le emissioni ruminali di CH₄.
Tuttavia, l’applicazione di questi additivi ha fatto sollevare preoccupazioni, evi­denziando, in alcuni casi, risposte anche allarmanti in fatto di produzione ma so­prattutto, aspetto ancora più critico, in fatto di salute animale.

Lampante in questo senso è il “Caso Da­nimarca”, dove, per assolvere a questioni ambientali, era stato imposto agli alleva­tori da latte l’uso, per almeno 80 giorni, del prodotto 3-NOP, pena severe multe per la mancata applicazione. Tuttavia, dopo meno di un mese dall’inserimento la maggior parte degli allevamenti ha de­notato un calo drastico delle produzioni, in abbinamento anche all’aumento dell’in­cidenza di dismetabolie e casi di malat­tia come febbre, diarrea, aumento delle cellule somatiche del latte, ed anche una forte riduzione delle performance ripro­duttive. Tutti aspetti che hanno portato gli allevatori a togliere il prodotto, sfidando addirittura il “rischio multa”, e a spingere le autorità competenti ad un’analisi più attenta dei suoi effetti.

Peraltro, l’utilizzo di alghe è stato invece spesso correlato a possibili problemi di sicurezza alimentare, relativi al passaggio nei prodotti derivati di molecole potenzial­mente cancerogene, come il bromofor­mio, e di un eccesso di iodio (Maigaard et al., 2025; Muizelaar et al., 2021; Vijn et al., 2020; Glasson et al., 2022). Alla luce di queste criticità, a livello europeo l’uso di alghe per ridurre le emissioni di meta­no, come Asparagopsis taxiformis, non è attualmente autorizzato.

Il 3-NOP è invece tuttora registrato come additivo riducente le emissioni di metano nel registro europeo delle materie prime, ed è pertanto utilizzabile, nonostante le incertezze precedentemente sottolineate.
Inoltre, spesso i costi associati all’applica­zione di tali strategie ricadono in larga mi­sura sugli allevatori, il che può ostacolare l’adozione in assenza di benefici chiari in termini di produttività o salute animale (Ungerfeld, 2022).

Gli additivi fitogenici: un buon connubio

Al contrario, gli additivi naturali “fitogeni­ci” possono essere meglio allineati con questo concetto integrato di sostenibilità. Abbinano infatti, a un ormai comprovato ruolo benefico sulla salute, quale lo stimo­lo della risposta immunitaria e un’azione sul quadro ossidativo ed infiammatorio, riconosciuti effetti positivi di modulazio­ne a livello digestivo. Questo ha portato alla diffusione del loro uso a livello pratico come integrazione nelle diete moderne.

Di base, infatti, non si tratta di nulla di nuo­vo. La storia degli additivi naturali nella zo­otecnia è ben datata, e ci riporta indietro addirittura agli anni ’60, dove le molecole naturali venivano studiate per il loro ruolo omeopatico. A seguito poi dell’exploit de­gli antibiotici auxinici l’interesse era lieve­mente scemato, per poi riesplodere non appena sancito il divieto all’utilizzo di tali sostanze dall’Unione europea.
A seguito di tale divieto, e anche nell’ottica del recente passato e attuale di limitare l’uso del farmaco in zootecnia, sono pro­liferati gli studi sul ruolo di questi com­posti, prima sul sistema immunitario a cui si sono abbinati poi gli studi inerenti all’efficienza digestiva.
Nello specifico del ruminante quindi, tali prodotti sono riconosciuti anche come stimolatori della funzionalità digestiva, agendo sul microbiota ruminale e pro­muovendo una maggiore stabilità delle fermentazioni in abbinamento a una mag­giore efficienza energetica (Calsamiglia et al., 2007; Nastoh et al., 2024).

La testata capacità di modulazione sulla flora microbica ruminale, con una com­binazione di effetti diretti antimicrobici su talune specie target e di modulazio­ne verso fermentazioni ruminali più ef­ficienti, come la via del propionato, ha portato a provare a valutarne un effetto sulla produzione di CH₄ . A partire da una quindicina d’anni a questa parte, gli studi volti a valutare la potenziale efficacia di svariati blend o composti puri sono au­mentati velocemente, prima in vitro e poi anche in vivo sia nel bovino da latte che, sebbene in misura minore, nel bovino da carne, attribuendo in media una capacità di riduzione della produzione di metano variabile tra un 8 ed il 20% (Ku-Vera et al., 2020; Belanche et al., 2020; Beauchemin et al., 2022; Roque et al., 2019; Miller et al., 2023; Nastoh et al., 2024).

Sebbene i loro effetti sul CH₄ siano gene­ralmente più contenuti e variabili rispetto a quelli dei composti ad azione antime­tanogenica diretta, i potenziali benefici combinati descritti in precedenza posso­no rendere queste strategie più interes­santi all’interno di una valutazione olistica della sostenibilità (Nastoh et al., 2024), e in particolare assolutamente sicuri sia per la salute animale che per quella del consumatore.

Figura 1 - Esempi delle tre metodologie attualmente validate per la rilevazione delle emissioni metanigene. Rispettivamente: tracciante all'esafluoruro di zolfo, camera metabolica e GreenFeed.

Blend di prodotti naturali con comprovata efficacia

Ci sono molteplici prodotti naturali, dalla cinnamaldeide, alla capsaicina, all’allicina, al timolo, ai tannini etc., così come diversi blend degli stessi che sono presenti sia sul mercato che nella ricerca, come sti­molatori con le suddette proprietà bene­fiche su salute, efficienza ed anche testati sulle emissioni metanigene.

Tuttavia non sono molti i prodotti per cui sussistono contemporaneamente com­provati risultati su performance, salute, resilienza e anche CH₄ in diversi contesti produttivi, non solo italiani, e in diver­se tipologie di animali (bovini da carne, vacche da latte ed anche vitelli a carne bianca) e con validazione da parte di di­versi enti di ricerca, applicando tutte e 3 le metodologie riconosciute ufficialmen­te per la determinazione delle emissioni metanigene, ovvero camera metabolica, Greenfeed e gas tracciante all’esafluoruro di zolfo (figura 1).

Tra questi spicca indiscutibilmente il blend di oli essenziali, flavonoidi e tannini “Anavrin”, supportato da un’importante attività di ricerca e di applicazione anche in campo, in contesti nazionali e non, che hanno dimostrato un effetto a tutto tondo, partendo da preliminari studi in vitro sulle emissioni metanigene e in vivo, in situa­zioni di campo, su performance e salute nel bovino da carne, nella vacca da latte e anche in un settore più specifico come il vitello a carne bianca, dimostrando co­erentemente un’azione favorente sull’ef­ficienza digestiva e sull’immunità (Sgoifo rossi et al., 2022; Sgoifo Rossi et al, 2021; Grossi et al., 2024).

A questi lavori sono poi seguite indagini scientifiche per valutarne l’effetto sulle emissioni metanigene, inizialmente in contesti stranieri e con riferimento soprat­tutto alla vacca da latte in nord Europa e sud America, e al bovino da carne in Uru­guay, sottolineando un’efficacia di ridu­zione media del 10% nella vacca da latte e del 15% nel bovino da carne per quanto riguarda la produzione di CH₄ per se (g/d), con anche evidenze in fatto di riduzione dell’intensità emissiva, quando rapportate all’assunzione di sostanza secca (-17.5% nel bovino da carne) (Montini et al., 2025).

Le prove sul bovino da carne

Al fine di testare gli effetti del blend di oli essenziali, flavonoidi e tannini “Anavrin” sono state condotte due prove di ricerca presso l’Università degli Studi di Milano.
La prima prova (Prova 1) ha coinvolto 30 maschi limousine, divisi in due gruppi di studio di 15 soggetti ciascuno, bilancia­ti per peso ed età all’inizio della prova e anche per emissioni metanigene basali. La prova ha avuto la durata di 210 gior­ni totali, di cui 168 di somministrazione del prodotto in polvere (dosaggio di 0.33 g/100kg di peso vivo) nel gruppo di trat­tamento (figura 2). Il periodo di prova ha incluso anche tutti i mesi estivi, permet­tendo di fare interessanti valutazioni sul ruolo del prodotto in condizioni di stress da caldo.
Nella seconda prova (Prova 2) sono stati invece inclusi 20 maschi (10 trattati e 10 controlli) di razza Aubrac, seguiti per 105 giorni totali, di cui 84 di somministrazione del prodotto, questa volta incluso in un pellet al medesimo dosaggio nel gruppo di trattamento (figura 3).

In entrambe le situazioni, i parametri considerati hanno fatto riferimento alle performance produttive, principalmente crescite e assunzione di alimento, e alle emissioni di CH4, misurate in entrambi i casi con la metodologia Greenfeed (figu­re 2 e 3). Nella Prova 1 sono stati anche valutati indicatori ematici relativi alla fun­zionalità epatica e allo stress ossidativo, specificatamente in relazione al periodo di stress da caldo. Infatti, il THI (indica­tore accorpato di temperatura e umidità) medio durante i mesi estivi della Prova 1 è stato sempre superiore a 74, soglia sta­bilita come indicatrice di stress da caldo nel bovino da carne, con anche periodi e punte superiori a 80, indicatrici di rischio maggiore, per altro senza scendere du­rante la notte, a valori inferiori alla soglia di rischio.

In entrambe le prove gli animali sono stati seguiti fino alla macellazione, raccoglien­do i dati sulle carcasse, e anche, nella Pro­va 2, alcune evidenze sulla qualità della carne. Tutti i dati sono stati opportunamente analizzati dal punto di vista statistico.

Effetto sulle emissioni metanigene
L’a­spetto di maggiore interesse in entrambe le prove riguardava per l’appunto l’effetto sulle emissioni di CH₄. Come riportato in figura 4, in entrambi gli studi il risultato è stato assolutamente significativo con una riduzione media in fatto di produzione di CH₄ del 10.68% (174.8 vs 195.8 g/capo/giorno di CH₄ rispettivamente nel gruppo di Trattamento e nel Controllo) (P<0.05) e del 21.00% (157.3 vs 202.15 g/capo/giorno di CH₄ rispettivamente nel gruppo di Trattamento e nel Controllo) (P<0.05) rispettivamente nella Prova 1 e 2.
Inoltre, tali risultati sono assolutamente in linea con il lavoro svolto con il medesimo blend in Uruguay, in cui è stato evidenzia­to un 15.5% di riduzione delle emissioni in bovini da carne in feedlot (Montini et al., 2025).

Peraltro, lavori effettuati con altri prodotti, contenenti oli essenziali simili in blend o dosaggi differenti però, hanno mostrato similmente una capacità di azione sulle emissioni metanigene, che però si è fer­mata a valori del 5-10% di riduzione nel bovino da carne (Castro-Montoya et al., 2015; Batley et al., 2024), evidenziando quindi invece una più forte efficacia del prodotto in questione, potenzialmente dovuta anche all’interazione tra gli oli essenziali, in dosaggi specifici e cali­brati, e altri componenti quali tannini e bioflavonoidi, con riconosciute azioni antimetanogeniche.
Anche la persistenza del risultato, su pe­riodi lunghi che richiamassero la realtà pratica del ciclo di ingrasso era in questo senso, un obiettivo chiave di queste pro­ve, che porta i presenti studi a differen­ziarsi da lavori svolti sui prodotti simili precedentemente citati, la cui durata non superava i 60 giorni di somministrazione (Castro-Montoya et al., 2015; Batley et al., 2024).

In entrambe le prove l’efficacia sulla ri­duzione della produzione di CH4 si è in­fatti dimostrata stabile e continuativa nel tempo (figure 5 e 6), senza evidenziare alcuna perdita di effetto che potesse far supporre un meccanismo di adattamento nel rumine a livello di popolazioni microbi­che e vie fermentative, come riscontrato invece in altre indagini di ricerca su altri prodotti naturali (Hristov et al., 2025). Nello specifico, nella prima prova la per­centuale di riduzione si è mantenuta per l’intera prova stabilmente su valori variabi­li tra l’11% al 13% lungo tutte le settimane della prova (figura 5). Similmente, anche nella seconda prova (figura 6), la percen­tuale di riduzione si è mantenuta signifi­cativa, e mediamente intorno al 20%, per l’intera durata della prova.

Effetto sulle performance produttive


La stabilità sottolineata dai risultati relativi alle emissioni metanigene può essere spiegata con una riflessione sui mec­canismi di funzionamento specifici dei composti presenti all’interno del blend: non si tratta soltanto di un effetto diretto antimicrobico sugli Archea responsabili della produzione di CH₄, ma di una combi­nazione di azioni favorenti sul microbiota del rumine in toto, spostando quindi le fer­mentazioni verso processi più “efficienti”, come la produzione di propionato.
La produzione di propionato “sequestra” idrogeno dal rumine, riducendo quindi la necessità di “inglobarlo”, per stabilizzarlo, in quanto altamente reattivo nel rumine, ed eliminarlo velocemente per eruttazio­ne, nella molecola di CH₄.

Indirettamente quindi, impedisce in parte la metanogenesi a fronte della maggiore produzione di un acido grasso volatile al­tamente energetico e più favorevole per l’animale. Questa combinazione porta quindi ad avere un rumine, e in linea gene­rale, un animale, più efficiente che meglio sfrutta le risorse alimentare per scopi di crescita senza “sprecarle” in CH₄ e valo­rizzando le proprie potenzialità produttive.

Nelle 2 prove il trattamento ha infatti avuto un effetto favorente sulle crescite, come visibile in tabella 1. Nella Prova 1 l’incremento è risultato significativamente superiore nel gruppo di trattamento, con un miglioramento del 6% (+70g/capo/giorno) mentre nella Prova 2 la differenza è stata di +115 g/capo/giorno, sebbene non significativi per questioni di potenza statistica dovuti alle dimensioni contenu­te della popolazione. Tutto questo senza un parallelo aumento significativo dell’as­sunzione alimentare media in entrambe le prove. A immagine quindi di un’efficienza produttiva ottimizzata.

Effetto contro lo stress da caldo
Tutta­via, nella Prova 1, sebbene sul totale del periodo l’assunzione fosse similare nei gruppi, è emerso che il trattamento ha si­gnificativamente ridotto il calo nell’intake nei mesi estivi conseguente allo stress da caldo, come rappresentato in figura 7, dimostrando quindi una maggiore resi­lienza negli animali che hanno ricevuto il pool di prodotti naturali.

Questa maggiore resilienza può essere dovuta alle proprietà antiossidanti dei composti bioattivi del blend, conferma­te anche, dai risultati ottenuti sui prelievi ematici (tabella 2). Lo stress da caldo è riconosciuto come fattore predisponente per l’insorgenza di condizioni sistemiche pro-ossidanti. Tuttavia, nella presente pro­va, il trattamento ha fatto evidenziare un effetto di mitigazione interessante, poten­ziando le difese antiossidanti significati­vamente (364.9 vs 330.0 mmol HCl/mL) (P<0.05) e riducendo numericamente la produzione e presenza in circolo di mo­lecole pro-ossidanti (1.78 vs 2.11 H2O2/L di metaboliti reattivi dell’ossigeno), con poi effetti continuativi sul lungo periodo fino al termine della prova, sottolineando quindi una protezione anche contro altri potenziali stressori, come possono esser­lo le diete “spinte”, con alti livelli di amidi e quindi potenzialmente a rischio di aci­dosi, tipiche dell’allevamento del bovino da carne.

Peraltro, il trattamento ha anche soste­nuto la funzionalità e l’integrità epatica, come testimoniato dai livelli più bassi dell’enzima aspartato-aminotransferasi (tabella 2), indicatore di danno e di ossi­dazione nel fegato, come effetto diretto delle proprietà antiossidanti del prodotto, e anche della potenziale stabilizzazione a livello ruminale, riducendo quindi il so­vraccarico sul fegato.

Prove sul vitello a carne bianca

Ulteriori verifiche della funzionalità, ma anche versatilità, del prodotto, arrivano da due recenti prove effettuate su una tipologia di animale non sempre ade­guatamente considerata ma che per nu­meri, con i suoi circa 550-600 mila capi macellati per anno che rappresentano il 24% delle macellazioni italiane, e per le criticità intrinseche del sistema produtti­vo, basato su animali molto giovani e de­licati, non sempre coperti adeguatamente dal punto di vista immunitario, e in cui si applica un sistema alimentare peculiare, rappresenta un settore di tutto interesse per l’applicazione di strategie di sviluppo sostenibile che abbinino la mitigazione ambientale alla tutela dell’animale e so­prattutto della funzionalità e sviluppo del rumine: l’allevamento del vitello a carne bianca.

Nella prima prova, sono stati coinvolti 541 vitelli Frisoni maschi, divisi nei due gruppi di studio che si differenziavano solo per l’inclusione, nell’alimento solido del grup­po di Trattamento, del blend Anavrin (0.33 g/100 peso vivo).
La prova ha coperto l’intero periodo di ingrasso a partire dal loro arrivo in alle­vamento fino al momento della macel­lazione avvenuta 190 giorni dopo, ed ha previsto la registrazione delle performan­ce produttive, focalizzando l’attenzione su crescite e assunzione di alimento, della salute e della qualità delle carcasse. Sono anche state misurate le emissioni metani­gene a livello ambientale, mediante 2 cen­traline Cynomys (Via Palestro 10, 16121 Genova – Italia) installate nella medesima posizione nei gruppi trattato e controllo.

Nella seconda prova, volta prettamente alla determinazione delle emissioni di CH4, sono stati convolti 24 vitelli maschi frisoni, rappresentativi per peso e carat­teristiche, divisi nei due gruppi di studio che si differenziavano solo per l’inclusio­ne, nell’alimento solido del gruppo di Trat­tamento, del blend Anavrin (0.33 g/100 peso vivo).
La prova ha coperto l’intera durata dell’in­grasso, partendo dopo i primi 50 giorni di accasamento, da giugno fino a novembre, coprendo quindi anche in questo caso il periodo estivo. Nello specifico sono stati raccolti dati sulle emissioni metanigene, mediante il sistema Greenfeed (figura 8), oltre alle consuete performance produt­tive, e ad alcuni parametri di qualità della carne.

Figura 8 - Vitelli a carne bianca durante le misurazioni delle emissioni di metano

Effetto sulle performance produttive
Dalla analisi delle performance ottenute nella prima prova emerge come il pro­dotto abbia portato ad un miglioramento significativo, dimostrato da un aumento del 5.7% (1.116 vs 1.055 kg/capo/giorno nel gruppo Controllo) (P=0.005) in fatto di incremento di peso medio giornaliero, pari a +60 g/capo/giorno, con un effetto di riflesso anche sul peso finale (+10 kg) (P=0.0096). Conseguentemente anche il peso medio delle carcasse è risultato mi­gliore nel gruppo di trattamento (137.9 vs 133.1 kg nel gruppo Controllo) (P=0.034), con anche un’incidenza minore di car­casse di peso inferiore ai 110kg, ritenute meno di valore.

Peraltro, questo miglioramento delle per­formance è stato evidenziato, sebbene su un numero minore di vitelli, anche nella seconda prova, dove si è evidenziato un miglioramento dell’incremento di +111 g/capo/giorno (+8%), con conseguenti effetti migliorativi anche sul peso vivo finale (+5.27% pari a +15.67 kg) e peso carcassa (+9 kg) (P<0.05).
Anche in queste situazioni, la spiegazione dell’efficacia del prodotto risiede in una potenziale azione a livello ruminale, sia di modulazione della microflora, e quindi di potenziale di digestione degli alimen­ti, che di sviluppo fisico e anatomico del rumine.

Infatti, il pool oli essenziali, bioflavonoidi e tannini utilizzato nella presente indagi­ne è riconosciuto in grado di influenzare positivamente la microflora ruminale sia nei bovini adulti che in soggetti giovani (Grossi et al., 2023; Poudel et al., 2019) con un aumento della produzione di acidi grassi volatili (Agv), in particolare di bu­tirrato e propionato (Poudel et al., 2019; Kazemi-Bonchenar et al., 2017).

La maggior produzione di butirrato è fun­zionale nel miglioramento dello sviluppo ruminale, essendo il principale nutriente coinvolto nella crescita delle papille ru­minali. Pertanto, una maggiore produ­zione di butirrato ottimizza lo sviluppo della componente anatomica attiva del rumine coinvolta nell’assorbimento degli Agv, rendendo il rumine quindi più “pron­to” anche fisicamente a digerire “meglio” gli alimenti. Questo migliore sviluppo e capacità del rumine può spiegare l’au­mento dell’assunzione di alimento solido registrato in entrambe le prove.

Infatti, nella prima prova, il gruppo di trat­tamento ha fatto registrare un aumento dell’assunzione media giornaliera di ali­mento solido pari al 6.9% (+110 g/capo/giorno di alimento solido) (P<0.0001), che alla fine della prova hanno portato a una differenza sul totale di +22kg di mangime assunto per capo. A conferma, i dati del secondo studio dimostrano un aumento dell’assunzione di alimento solido nel grup­po di trattamento (2.95 vs 2.71 kg/capo/giorno nel gruppo di Controllo, pari ad un 8.85% di aumento) (P<0.0001), con diffe­renze ancora più marcate nei mesi estivi, a riconferma dell’effetto di tutela contro lo stress da caldo, anche in questa realtà.

La maggiore capacità di assunzione è immagine di un rumine appunto più pre­parato, capace e sviluppato tanto da po­ter efficientemente digerire più alimento, aspetto cruciale quando si parla di ani­mali giovani e soprattutto per il comparto del vitello a carne bianca, che in passato è stato attenzionato sotto questo aspetto, per il ruolo che il corretto sviluppo del ru­mine ha dal punto di vista del benessere animale, e che non veniva correttamente soddisfatto da diete prettamente basate sull’alimentazione lattea.

Effetto sulle emissioni metanigene
Que­sta azione modulatrice sul rumine, con un effetto diretto sulla microflora ruminale e con la modulazione verso una digestione più efficiente, con maggiore produzione di propionato, è stata riconfermata, anche nel vitello a carne bianca, dai risultati ot­tenuti sulle emissioni metanigene.
Anche in questo caso, come visibile dai risultati ottenuti tramite il Greenfeed nel­la seconda prova, si conferma un effetto significativo del prodotto sulle emissioni di CH₄ con una riduzione complessiva del 17.8% (60.73 vs 73.98 g/capo/giorno di CH₄ rispettivamente nel gruppo di Tratta­mento e di Controllo) (P<0.05).

Anche utilizzando un semplice sensore ambientale, come le centraline Cynomys usate nella prima prova, un effetto po­sitivo è stato comunque registrato nel gruppo di trattamento con una riduzione del 5.24% sui livelli di metano ambientali (86.20 vs 90.97 g CH₄/m3 rispettivamente nel gruppo di Trattamento e di Controllo) (P<0.05), con effetti per altro più evidenti a partire dell’ottava settimana di allevamen­to, momento corrispondente a un aumen­to dell’assunzione di alimento solido, più forte nel gruppo di Trattamento.

Effetti sulla qualità della carne?

Al netto della necessità di verificare e validare sempre gli effetti di un qualsiasi additivo “sostenibile” sui parametri ogget­tivi di performance e ambiente, un’altra preoccupazione riguarda la possibilità che questi additivi “alterino” la qualità della carne, considerando che comunque agiscono a livello di rumine sia sulla pro­duzione di acidi grassi volatili, alterando quindi il rapporto tra acetato, propionato e butirrato e quindi alterando la presenza di substrati (principalmente acetato) diretti per la lipogenesi, che potenzialmente sul­la bioidrogenazione degli acidi grassi, con eventuali alterazioni della composizione in fatto di acidi grassi saturi ed insaturi, che poi si può ritrovare anche a livello di muscolo.

Se da una parte i bassi quantitativi som­ministrati e la conoscenza della moltitu­dine di effetti ben più rilevanti (caratteristi­che della dieta, specifiche materie prime, gestione degli animali, scelte aziendali solo per fare alcuni esempi) in grado di influenzare aspetto, composizione, te­nerezza e sapore della carne, è tuttavia lecito accertarsi di questo aspetto.
In questo senso, campioni di carne sia di bovino adulto che di vitello sono stati prelevati nelle prove sopra riportate, e sot­toposti alle tradizionali analisi chimiche, colorimetriche, e relative alla tenerezza e alle perdite per scongelamento e cottu­ra, senza evidenziare alcuna variazione (tabella 4-5, figure 9-10), neppure sulla componente acidica da cui dipende il gu­sto (tabella 6).

Conclusioni

La combinazione di tutti questi risultati che spaziano dalla riduzione significativa della metanogenesi, alla resilienza, all’effi­cienza ruminale, alla salute sistemica, alle performance, senza per altro intaccare la qualità del prodotto finale, supportando quindi l’uso del pool di oli essenziali, tan­nini e bioflavonoidi oggetto di indagine come strumento per una produzione di carne “sostenibile a 360°”, in cui nessun pilastro della sostenibilità viene “dimenti­cato o trascurato”.

Prodotti naturali alleati per bovini e vitelli - Ultima modifica: 2026-04-24T14:56:03+02:00 da Laura Della Giovampaola

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