Dove va la produzione delle carni rosse

Dal convegno organizzato dall’Accademia nazionale di agricoltura . L’evento è stato l’occasione per analizzare lo stato dell’arte della filiera produttiva della carne bovina italiana nel suo processo dal campo alla tavola. Obiettivi: fare il punto sul mercato e diffondere informazioni corrette

Il convegno “Carni rosse: economia, salute e società”, svoltosi il 19 gennaio scorso a Roma nella sede di Confagricoltura, organizzato dall’Accademia nazionale di agricoltura, ha avuto come protagonisti un panel di professori universitari, ricercatori e specialisti del settore ambientale, agronomico e zootecnico.

Tra questi Giuseppe Pulina, professore ordinario di Zootecnica Speciale presso il dipartimento di Agraria dell'Università di Sassari, e Gabriele Canali, professore di Economia e politica agro-alimentare all'Università Cattolica del Sacro Cuore.

Cosa ci aspettiamo dal commercio internazionale

“Siamo 8 miliardi nel mondo – ha affermato il professor Pulina - e abbiamo bisogno di produrre più alimenti, tutti i tipi di alimenti, sia di origine vegetale sia di origine animale, ma con due compiti completamente diversi. L’aspetto più rilevante è che vi è una convergenza alimentare, ovvero i paesi sviluppati hanno stabilizzato quello che è la ripartizione dei piatti di diversi tipi di alimenti mentre i paesi in via di sviluppo stanno aumentando quello che è la richiesta di alimenti di origine animale. Quest’ultimi forniscono il 35% delle proteine globali del mondo e il 55% degli amminoacidi indispensabili per l’uomo.

La carne è legata alla crescita economica: nei paesi più sviluppati l’aumento del consumo di carne non varia molto all’aumento del reddito, mentre nei paesi in via di sviluppo minime variazioni del reddito comportano un forte incremento nel consumo di carne. Il consumo di cereali, essendo un alimento di base, è invece legato all’incremento di popolazione”.

La Fao ha ipotizzato lo scenario di quale sarà la carne più richiesta e consumata negli anni a venire. Sicuramente il pollo, e questa dinamica è accentuata in paesi a medio reddito (figura 1). Oggi il costo della proteina di carne come il pollo, ma anche di altri tipi di carne, è paragonabile a quella dei cereali quindi i prodotti di origine animale sono accessibili anche in termini economici.

Figura 1 - Produzione di carne e del consumo pro capite

“Cosa ci aspettiamo dal commercio internazionale della carne bovina? - continua Pulina - Attendiamo che vi sia un’area concentrata di surplus produttivo come l’India dovuto al fatto che i consumi in India, in realtà, non seguono l’andamento dell’aumento del reddito per motivi religiosi, così come il consumo di carne di suini non segue gli andamenti produttivi nei paesi islamici. Mentre Cina, Africa e la parte restante dell’Asia saranno gli importatori netti di queste derrate da qui al 2031.

Il suino sarà prodotto prevalentemente in Europa e i grandi importatori saranno i paesi asiatici (eccetto l’India), il pollo, la cui produzione esploderà soprattutto in Brasile e Stati Uniti avrà, come grandi importatori, sempre l’Africa sub sahariana e l’Asia (eccetto Cina e India).

Anche l’Europa gioca una sua partita quindi – sottolinea Pulina - dobbiamo stare attenti quando si parla di ridurre la produzione alimentare in europea perché se smettiamo di essere produttori ed esportatori non sarà soltanto un problema di approvvigionamento nel contesto europeo ma andremo in contro a un problema molto più vasto di equilibri internazionali alimentari. Ma purtroppo nelle aree in cui abbiamo le più elevate dinamiche demografiche e il più elevato aumento del reddito abbiamo anche le maggiori probabilità che le instabilità climatiche, dovute al cambiamento, possano frenare l’aumento della produttività”.

La Fao attesta che se riuscissimo a colmare il gap tra la produttività agricola che è presente nei paesi in via di sviluppo con la produttività che potremmo avere se in quei paesi fossero adottate le tecnologie più moderne e adattate al clima locale, il cosiddetto yield gap, ovvero il divario di rendimento, diminuirebbe del 20-30%.

E con questa argomentazione Pulina conclude: - “Possiamo produrre cibo buono e per tutti? Si, con l’avanzamento delle tecnologie riusciremo a sfamare il mondo. Soprattutto riempendo il gap delle produzioni”.

La produzione  di carni rosse in Italia

Di seguito, durante il convegno, è intervenuto il professor Gabriele Canali, professore di Economia e politica agro-alimentare all'Università Cattolica del Sacro Cuore. Il professor Canali ha trattato tematiche inerenti alle caratteristiche strutturali del mercato delle carni rosse, alla sostenibilità economica e il ruolo che hanno le filiere in Italia.

“L’Italia non è autosufficiente né per la produzione di carne bovina né per quella suina, – afferma Canali - l’indice di autoapprovvigionamento è di circa il 42% per le carni bovine e il 60% per quelle suine. Questo è un dato strutturale che è influenzato sostanzialmente dalla scarsa disponibilità di terra nel nostro paese. Non è solo una questione di indisponibilità di terreni ma anche del fatto che la scarsa disponibilità, che viene usata per mille usi diversi, crea dei costi di produzione indipendenti dall’attività e dalla bravura dell’imprenditore e che, di fatto, condizionano la scelta e quindi i costi di produzioni delle materie prime e di conseguenza i costi di produzione delle carni che delle materie prime si cibano. È quindi un dato di efficienza economica, di competitività economica, che noi paghiamo.

Dall’altra parte le produzioni caratteristiche nazionali svolgono un ruolo importante, soprattutto per la filiera suinicola (salumi Dop), ma anche per le carni bovine delle razze italiane (piemontese, romagnola, chianina ecc.) che apportano un valore aggiunto dentro una filiera nazionale che non è solo quella centrata sulla produzione e sull’allevamento, basti pensare al turismo.

Le carni bovine derivano anche dalla filiera latte dato che le vacche di fine carriera sono una grande risorsa e questa filiera è un grande esempio di sostenibilità.

“La nostra produzione di carne bovina – continua il professor Canali - è caratterizzata per essere feed intensive, impiega cioè mangimi in modo molto intensivo rispetto a quello che succede in altri paesi di Europa. Questo fatto è dovuto anche alla scarsa disponibilità di terreno.

La produzione di carni bovine deriva per il 22% dalle vacche a fine carriera, una quota deriva da carne di vitello, il restante 67% circa deriva da vitelloni e soprattutto da ristalli che l’Italia importa da altri paesi dell’Europa con un buon peso per poi seguire la parte finale dell’allevamento; anche in questo caso siamo dei trasformatori. Si può dire che sicuramente è un’attività, quest’ultima soprattutto, industrializzata ma è anche un’attività molto efficiente in termini produttivi di coefficiente di trasformazione dalla materia prima in alimento e, di conseguenza, questa efficienza si traduce nella riduzione degli impatti che questa produzione può generare.

La linea vacca vitello è la produzione nazionale di vitelli che poi potrebbero essere portati all’ingrasso nella fase successiva, è una linea che si adatta e si presenta tipicamente delle zone montane e collinari. È un’attività molto importante ma è relativamente debole ed è del tutto insufficiente per produrre o sostituire quei ristalli che sono richiesti dalle attività di ingrasso.

Gli animali allevati sui pascoli riescono realmente a dare un contributo sugli aspetti di sostenibilità che ricordava il professor Pulina, sono trasformatori di materie prime che l’essere umano altrimenti non utilizzerebbe. Il pascolo, inoltre, è un modello di produzione in cui il benessere animale è molto amplificato, tuttavia ci sono difficoltà nel rendere efficiente questo sistema.

Gli alimenti per gli animali

Qual è la connessione tra la produzione delle carni bovine e le materie prime necessarie per allevare? Continua il professor Canali: “A livello di export/import l’Italia è da una parte importatore delle materie di prime per soddisfare il nostro bisogno di carne, dall’altra ha una grande capacità di esportazione di prodotti lavorati a più alto valore aggiunto (figura 2 e 3). Anche la produzione di formaggi Dop rientra in un’esportazione che si aggira intono ai 4 miliardi di euro.

Fig 2 - Le quantità di carni bovine fresche e congelate del commercio estero italiano
Figura 3 - Quantità di carni bovine preparate, in Italia

L’allevamento bovino da latte, concentrato sul latte per la produzione di formaggi Dop, è fortemente connesso con foraggi e alimenti di origine nazionale. La normativa richiede che almeno il 50% degli alimenti utilizzati per la produzione di Dop derivi da foraggi e materie prime agricole ottenute dal comprensorio del prodotto delle Dop. Questo crea forti interazioni tra l’allevamento e la produzione legata al territorio.

Le produzioni di foraggere e di leguminose sono particolarmente importanti dal punto di vista agronomico, produttivo e ambientale.

Le foraggere sono le colture che più contribuiscono a definire un equilibrio, e anche quelle strategie di carbon farming, dando un contributo al terreno di arricchimento di sostanza organica nel tempo. Se parliamo di leguminose queste contribuiscono alla fissazione di azoto atmosferico quindi portano a una riduzione di impiego di fertilizzanti chimici grazie alle rotazioni colturali. Questo vale anche per la soia.

Uno degli elementi di criticità e di difficoltà è quello legato al fatto che la nostra zootecnia, essendo così legata a produzioni quali mais e soia, riceve gli impulsi che derivano dai prezzi internazionali delle materie prime e ciò si riversa sulla competitività economica delle nostre produzioni. Essendo le produzioni italiane maggiormente feed intensive, il fattore prezzo delle materie prime crea maggiore difficoltà per le nostre produzioni zootecniche”.

Rischi per la sostenibilità economica

Il professor Canali continua la sua esposizione spiegano quali sono i rischi per la sostenibilità economica della filiera delle carni rosse: “La dipendenza dal settore feed, quella dai prezzi dei ristalli, dalle disponibilità delle materie prime per le produzioni Dop, l’alto rischio di mercato e i costi per il benessere animale. Quest’ultimo è un tema che non può essere trascurato perché dobbiamo valorizzare prodotti ad alto valore qualitativo. Gli allevatori ancora percepiscono come un costo gli adeguamenti necessari per soddisfare il benessere ma - afferma Canali - dobbiamo considerarlo come un investimento sul futuro perché crea nuove opportunità di valorizzazione sul mercato.

Le filiere delle carni rosse stanno affrontato un cambiamento epocale e probabilmente un ridimensionamento dei consumi nei paesi sviluppati. È tempo di fare investimenti necessari, come quelli relativi al benessere animale, energia solare, fotovoltaico, alla valorizzazione dei reflui zootecnici, al rafforzamento nazionale dei ristalli e della linea vacca-vitello e al rafforzamento di filiere per la produzione di materie prime per l’alimentazione zootecnica (mais, soia...) e infine alla valorizzazione della sostenibilità a 360° delle filiere nazionali delle carni rosse.

È importante ricordare che dietro queste filiere c’è un modello di gestione del territorio, dell’ambiente e dei terreni agricoli, anche di aree svantaggiate, che può dar maggiore valore e maggior grado di sostenibilità al territorio e al sistema economico-sociale. Inoltre, a livello globale ci sono delle carni, che importiamo, che vengono ottenute da deforestazione e noi avremmo, invece, la possibilità di produrre carni nelle zone collinari e montane dove il mantenimento dei pascoli sarebbe ciò che serve per aumentare la biodiversità e non ridurla come avviene con la deforestazione.

La nostra zootecnia su pascolo potrebbe avere esattamente l’effetto contrario, - conclude il professor Canali - è un’evidenza scientifica che ancora però non è percepita a livello di politica per cui i pascoli sono più l’anticipo di un abbandono che una modalità di gestione”.

(fine prima parte; nel prossimo numero dell’Informatore Zootecnico la seconda parte del nostro report su questo convegno)

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Dove va la produzione delle carni rosse - Ultima modifica: 2024-01-30T17:18:44+01:00 da Laura Della Giovampaola

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