
“Anche se una stalla gestisce bene il raffrescamento delle vacche in lattazione, lo stress termico nella fase finale di gestazione (periodo di asciutta) ha un impatto documentato e specifico, spesso trascurato ma che studi importanti hanno evidenziato come rilevante per produzione, fertilità e longevità”. È la segnalazione che consegna all’Informatore Zootecnico il tecnico Cristian Rota, molto attivo nella consulenza gestionale agli allevatori di bovine da latte del Nord Italia.
In altre parole: qual è per una stalla l’anello debole di fronte allo stress da caldo? Questo è da ricercare - sostiene Rota - nelle bovine in asciutta (fine gestazione), quando non abbiano goduto a sufficienza del raffrescamento operato dai noti dispositivi di climatizzazione adottabili in stalla.
L’agronomo Cristian Rota è un consulente aziendale molto attivo fra gli allevamenti di bovine da latte del Nord Italia. Negli ultimi anni si è dedicato con maggiore frequenza all’analisi dei dati aziendali e alla valutazione economico-finanziaria degli allevamenti.

Dottor Rota, come mai concentriamo l’attenzione proprio sulle asciutte?
Certamente possiamo farlo in base a dati osservazionali, derivanti dall’esperienza quotidiana degli allevamenti della Pianura Padana. Ma dobbiamo farlo soprattutto facendo riferimento a precisi studi scientifici. Comunque, partendo dal primo di questi due punti di vista, è evidente come l’estate 2026 sia stata una delle stagioni più critiche per il carico termico a danno delle bovine da latte. È vero che le stalle ben attrezzate con sistemi di cooling, compresi quelli applicati alle vacche in asciutta, possono ridurre efficacemente il danno diretto. Ma è anche vero che dove il raffrescamento in asciutta manca, o è insufficiente, gli effetti sulla madre, e potenzialmente sulla generazione successiva, restano operanti. In sintesi: l’effetto negativo è atteso, anche se difficile da quantificare. Soprattutto l’effetto negativo aggregato.
Aggregato?
Sì, un effetto negativo aggregato, sulla produttività di filiera nei prossimi 6-12 mesi, è atteso sulla base della letteratura scientifica, ma la sua entità esatta a livello di Pianura Padana non è oggi quantificabile con i dati pubblici disponibili, proprio per l’eterogeneità della capacità di raffrescare gli animali da parte delle diverse stalle. Attualmente non esistono ancora dati statistici consolidati che quantifichino l’effetto specifico dell’estate 2026 sulla produzione nazionale di latte, a eccezione di qualche primo intervento a opera di Agea e del Clal.
Quali sono i dati Agea?
Dati ufficiali Agea sulle consegne per ora li abbiamo soltanto sul primo semestre 2026: tra gennaio e giugno le consegne lombarde sono state 3.330.250 tonnellate, +5,1% sul 2025. Poi si è visto che tra luglio e agosto 2026 lo stress termico ha causato cali tra il 10% e il 15%; questa seconda cifra però è una stima derivante da osservazioni di campo, non è un dato Agea.
In merito invece al Clal, comunichiamo noi che questo centro studi - che la redazione ringrazia - ha fornito a IZ informazioni sull’andamento nel tempo dei picchi dell’indice Thi in stalla. Informazioni riassunte nei tre grafici pubblicati in queste pagine.
Relativamente a questi tentativi di quantificazione degli effetti negativi dello stress termico, vi è certamente una difficoltà oggettiva nell’isolare l’effetto clima da altri fattori, come i prezzi del latte, i prezzi degli alimenti per gli animali, la qualità dei foraggila gestione aziendale, la genetica… Tuttavia è indubbio che negli ultimi anni un numero crescente di stalle si è dotato di impianti e programmi di raffrescamento delle bovine (ventilazione forzata, docce/sprinkler, ombreggiamento, gestione della densità) più efficaci. E in queste realtà i dati di produttività e fertilità riportati dagli operatori del settore risultano piuttosto soddisfacenti anche nelle estati più calde.
Dati soddisfacenti: possiamo quantificarli?
Diverse stalle che ben conosco grazie a un raffrescamento ottimale hanno contenuto la riduzione della produzione tra il 5 e il 7%. Questo significa che l’effetto aggregato a livello di filiera nel 2026 dipenderà molto dalla quota di stalle ancora prive di un raffrescamento efficace, un dato che non è possibile ovviamente conoscere in modo puntuale.
E si potrebbe stimare, anche solo limitandoci agli allevamenti della Pianura Padana, quante stalle possano dirsi prive di un raffrescamento adeguato?
Difficile da dire, ma le stalle con impianti insufficienti o comunque migliorabili credo che possano arrivare al 50% delle aziende, considerando in ottica futura un aumento dell’entità dello stress termico su bovine con una produttività tendenzialmente in crescita.
Dicevamo all’inizio che gli effetti dello stress termico sulla madre, e potenzialmente sulla generazione successiva, restano operanti. Sono stati documentati questi effetti?
Certo, a questo proposito possiamo citare alcuni studi scientifici, come anticipato in premessa. Uno abbastanza recente (2024) è la pubblicazione polacca di Stefannska e colleghi in merito a questa tematica. Per consultarla: Stefanska B., Pruszynska-Oszmalek E., Fievez V., Purwin C., Nowak W. (2024), “Impact of heat stress during close-up dry period on performance, fertility and immunometabolic blood indices of dairy cows: prospective cohort study”, Scientific Reports 14(1), DOI: 10.1038/s41598-024-72294-2.
In breve cosa è stato determinato in questo caso?
Si tratta di uno studio di coorte prospettico, ovvero di una ricerca scientifica che osserva nel tempo un gruppo di individui per scoprire le cause o gli effetti di un determinato fattore. Da questo studio emerge che l’aumento del THI nei 21, 14 e 7 giorni prima del parto ha ridotto la produzione di latte della lattazione successiva rispettivamente di circa 2,30, 2,60 e 2,90 kg/giorno; il THI nei 7 giorni pre-parto è risultato associato a un ritardo del primo estro post-parto, a un allungamento dell’intervallo interparto di circa 32 giorni e a un aumento di 1 inseminazione per gravidanza in media.
Altri studi da citare?
Per esempio uno interessante dell’Università della Florida del 2022, di Skiebiel e colleghi: Skibiel A.L., Koh J., Zhu N., Zhu F., Yoo M.J., Laporta J. (2022), “Carry-over effects of dry period heat stress on the mammary gland proteome and phosphoproteome in the subsequent lactation of dairy cows”, Scientific Reports 12(1):6637, DOI: 10.1038/s41598-022-10461-z.
Da questo secondo studio cosa è emerso?
In sintesi, questo. Su un gruppo di vacche Holstein dell’Università della Florida, lo stress termico nel periodo di asciutta (senza accesso a ventilatori/docce, contro un gruppo raffreddato) ha alterato in modo misurabile il proteoma della ghiandola mammaria – ovvero l’insieme completo di tutte le proteine prodotte dalle cellule del tessuto mammario - nella lattazione successiva, nonostante il fatto che poi tutte le vacche fossero raffreddate nelle settimane successive al parto. Con in più funzioni alterate legate a immunità, infiammazione e stress ossidativo. Inoltre uno studio collegato dello stesso gruppo di ricerca (Dado-Senn et al., “Dry period heat stress induces microstructural changes in the lactating mammary gland”, PMC6752841) ha riportato, sullo stesso disegno sperimentale, 4 kg in meno di colostro e 3,7 kg in meno di latte al giorno nelle vacche che si erano stressate per il caldo quando erano in asciutta rispetto a quelle che erano state raffreddate in asciutta.
Due dati degni di attenzione: 4 kg in meno di colostro e 3,7 kg in meno di latte al giorno.
Questa comunque non è una novità dal momento che non possiamo dimenticare gli esiti di uno studio scientifico fondativo, da questo punto di vista. È lo studio condotto da Collier e colleghi nel 1982: il primo studio a collegare il peso alla nascita del vitello, e la produzione di latte successiva della madre, allo stress da caldo subito nell’ultimo trimestre di gravidanza, dove la differenza tra stress e assenza di stress consisteva nella possibilità o meno delle vacche di essere ombreggiate. Anche questo studio è stato condotto all’Università della Florida; ha riguardato vacche e manze Holstein, seguite in estate in un clima caldo-umido subtropicale, per certi versi simile alle estati padane più afose. Ecco i riferimenti di questo studio: Collier R.J., Doelger S.G., Head H.H., Thatcher W.W., Wilcox C.J. (1982), “Effects of heat stress during pregnancy on maternal hormone concentrations, calf birth weight and postpartum milk yield of Holstein cows”, Journal of Animal Science 54:309-319.
I suoi risultati?
Possiamo schematizzarli in quattro punti:
• Peso dei vitelli: i vitelli nati dalle madri senza ombra pesavano meno alla nascita.
• Produzione di latte: la produzione era correlata linearmente con il peso del vitello, e le vacche non ombreggiate hanno prodotto meno latte dopo il parto. Una rassegna successiva quantifica il calo: la produzione prevista a 305 giorni è risultata inferiore del 12% nel gruppo senza ombra.
• Ormoni placentari: l’estrone solfato era più basso nelle vacche senza ombra (2.505 contro 4.433 pg/ml), mentre i progestinici erano più alti (6,0 contro 5,1 ng/ml). Il calo dell’estrone solfato indica una placenta meno funzionale.
• Tiroide: la tiroxina era più bassa (51,2 contro 66,4 ng/ml) e la triiodotironina più alta (1,8 contro 1,5 ng/ml), segno di un metabolismo alterato dal caldo.
In sintesi?
In sintesi, direi che questa ricerca ha ampiamente dimostrato in termini quantitativi i danni dello stress termico su produttività e salute delle vacche.
Quale conclusione possiamo trarne?
Questa: le stalle che raffreddano bene le vacche in lattazione ma non applicano lo stesso standard alle vacche in asciutta commettono un errore. Un errore che ha effetti non solo nel breve ma anche nel lungo periodo. È proprio nella fase di asciutta che lo stress termico genera una parte rilevante del danno produttivo, sia nella lattazione successiva sia anche nelle future successive.
L’effetto negativo si estende anche alle figlie?
Purtroppo sì. Gli studi disponibili (in gran parte su Journal of Dairy Science e riviste correlate) mostrano che lo stress da caldo subito dalla madre in gravidanza, se non adeguatamente contrastato, si ripercuote anche sulla generazione successiva. Posso citarne almeno tre.
Facciamolo: con il proprio motore di ricerca i lettori riusciranno agevolmente ad accedere alla documentazione per esteso.
• Monteiro, Tao, Thompson, Dahl (2016, J. Dairy Sci. 99:8443-8450): le vitelle nate da vacche esposte a caldo (non raffreddate) durante il periodo di asciutta mostrano poi una performance produttiva compromessa nella loro prima lattazione, rispetto a quelle nate da madri raffrescate.
• La stessa linea di ricerca (Tao & Dahl, J. Dairy Sci., review) documenta alterazioni epigenetiche (metilazione del DNA) nel tessuto mammario delle manze nate da madri non raffreddate, su geni legati a proliferazione cellulare e giunzioni epiteliali: un meccanismo biologico plausibile per spiegare l’effetto a lungo termine.
• Un filone di ricerca parallelo (Brown, Stallings, Clay, Rhoads, Plos One 2015-2016, su oltre 75.000 vacche Holstein in Georgia, Florida e Texas) mostra che le vacche concepite in estate producono meno latte, anche su più lattazioni, rispetto a quelle concepite in inverno.
Quest’ultima acquisizione è interessantissima e sarebbe ottimo approfondire: ci sono dati che quantifichino questa minore produzione?
Brown e colleghi (Virginia Tech, Plos One 2015) hanno analizzato i dati dei controlli funzionali di oltre 75mila vacche Holstein nate tra il 2000 e il 2010 in Florida, Georgia e Texas. Hanno confrontato le vacche concepite in estate (giugno-agosto) con quelle concepite in inverno (dicembre-febbraio) lungo tre lattazioni. Quelle concepite in inverno hanno prodotto quasi sempre più latte, con un vantaggio da 82 a 399 kg per lattazione, mentre gli effetti su grasso e proteine sono risultati variabili. Secondo gli autori, lo stress termico al concepimento riduce la produzione per tutta la vita della vacca, anche se il meccanismo resta sconosciuto. Va ricordato che si tratta di uno studio osservazionale: mostra un’associazione, non prova la causa. Tuttavia nel 2020 è poi uscito un fondamentale studio che ha dimostrato questo rapporto causa-effetto.
Citiamolo.
Lo studio, ancora una volta condotto in Florida, è quello pubblicato da J. Laporta e colleghi sul Journal of Dairy Science nel 2020 (Late-gestation heat stress impairs daughter and granddaughter lifetime performance Journal of Dairy Science - Vol. 103, Num. 8, pagg. 7555–7568, pubblicata nel 2020 - J. Laporta, F. C. Ferreira, V. Ouellet, B. Dado-Senn, A. K. Almeida, A. De Vries e G. E. Dahl , 10.3168/jds.2020-18154). Questo studio ha dimostrato che lo stress termico subito dalle vacche da latte nelle ultime fasi di gestazione genera effetti negativi multi-generazionali (su figlie e nipoti). Le discendenti (F1) di madri non raffreddate mostrano una forte riduzione della produzione di latte in tre lattazioni, una vita produttiva più breve e tassi di culla più elevati, con perdite economiche stimate negli Stati Uniti per centinaia di milioni di dollari all’anno.
Le conclusioni di quest’ultima importante ricerca?
Raffrescare adeguatamente le bovine in asciutta è fondamentale per salvaguardare la produzione e per prevenire danni a lungo termine sulla progenie.
La sua esperienza sul campo, Rota, conferma questi effetti?
Essendo effetti di lungo periodo solo una ricerca di lungo periodo come quella appena citata può mostrare la loro sussistenza, che sfugge all’esperienza quotidiana di chi come me non fa questo tipo di ricerche. Ma direi che la ricerca da tempo ci ha fornito dati sufficienti per non avere più dubbi in merito. A noi tocca solo mettere nella pratica queste osservazioni scientifiche.
I tre grafici CLAL
I tre grafici pubblicati qui sotto parlano dell'andamento dei picchi dell’indice Thi nelle stalle di tre province chiave per la zootecnia da latte, sono stati concessi all’Informatore Zootecnico da Clal.it.
Il Thi (Temperature-humidity index), ricorda il Clal, è un indice relativo al microambiente di stalla che combina temperatura e umidità, utile per valutare il rischio di stress da caldo nei capi da latte. Il Thi “sarà una variabile chiave per interpretare l’andamento della produzione di latte e valutarne le prospettive, considerando anche le ripercussioni sulla fertilità e sulla salute degli animali che possono protrarsi oltre la stagione estiva”.
Nel 2026 lo stress da caldo “ha rappresentato una criticità rilevante per il settore lattiero-caseario europeo, soprattutto nell’Europa occidentale, con ripercussioni sulla produzione di latte e sui costi degli allevamenti. Le ondate di calore sono iniziate precocemente e si sono protratte a lungo, con valori di Thi che in diverse province hanno superato i massimi del decennio precedente. Sul fronte delle avversità climatiche, il 2026 è stato per l’Italia paragonabile al 2022, un’annata che aveva messo a dura prova sia le produzioni agricole sia la produzione di latte”. E come mostrano i tre grafici del Clal l’andamento negli anni dei picchi del Thi ha seguito questo trend produttivo.












