Fazi 2026, il futuro della zootecnia passa dalla remunerazione

Focus sul prezzo del latte, il rilancio della carne e la redditività degli allevamenti alla Fiera agricola zootecnica italiana edizione 2026

Fazi
La sostenibilità economica delle stalle indispensabile per il rilancio

Tra caro carburanti, sostegno alla carne bovina, dibattito sui prodotti coltivati e prezzo del latte  i margini degli allevamenti sono stati tra i temi centrali della 98ª Fiera agricola zootecnica italiana (Fazi), che si è chiusa il 25 ottobre scorso richiamando a Montichiari operatori professionali e visitatori, ma anche il ministro dell’Agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste, Francesco Lollobrogida: «Il prossimo 4 novembre si concluderà l’iter del Coltivaitalia, che metterà a disposizione oltre un miliardo di euro, dei quali 300 milioni per produzione nazionale di carne bovina, rappresentando di fatto il più grande intervento strutturale di questa Nazione nella storia repubblicana». Si tratta, come ha sottolineato Coldiretti di attivare investimenti con particolare attenzione per la linea vacca-vitello. Le risorse sono distribuite su tre anni: 50 milioni di euro nel 2027, 200 milioni nel 2028 e 50 milioni nel 2029.

Anche  l’assessore lombardo all’Agricoltura Alessandro Beduschi ha sottolineato il valore di un’esposizione capace di coniugare «tradizione, visione e innovazione», assicurando un futuro alle produzioni lombarde e italiane di qualità, anche attraverso la valorizzazione delle Indicazioni geografiche.

Prezzo del latte e redditività tra Dop e non Dop

La remunerazione alla stalla è alla base della tenuta della zootecnia. Se da una parte vince il modello del Grana Padano con il direttore generale del Consorzio del Gana Padano, Stefano Berni  a sottolineare come sia la miglior remunerazione del latte a silomais»  dall’altra c’è l’offerta che cresce troppo e la destinazione a latte alimentare che, invece, viene pagata meno e spesso non riconosce agli allevatori un prezzo soddisfacente. Un sistema che penalizza tutto il latte nazionale, come ha sottolineato il presidente onorario di Confagricoltura Brescia Francesco Martinoni, nel convegno organizzato da Confagricoltura Brescia: «Gli allevatori garantiscono  – ha aggiunto Martinoni - qualità e investimenti, ma hanno bisogno di prezzi sostenibili». Il rapporto tra prezzo riconosciuto agli allevatori e l’aumento dei costi di produzione, soprattutto per l’energia, condiziona negli allevamenti la programmazione degli investimenti e il ricambio generazionale.

«Nel 2027 ci sarà – ha aggiunto – Berni – un maggiore afflusso di latte trasformato dai nostri caseifici che ci consentiranno di crescere di oltre il 3%, quindi ben oltre la crescita produttiva complessiva del latte italiano. Questo è possibile perché le vendite stanno continuando a crescere».  Occorre tuttavia aumentare in maniera programmata evitando gli eccessi del +5% del 2025.

Secondo Gabriele Canali, direttore del Crefis e docente di Economia agraria all’Università Cattolica del Sacro Cuore, «sarà vincente a patto che vi siano programmazioni dentro le grandi Dop lattiero casearie come Grana Padano e Parmigiano Reggiano e vi siano politiche di crescita per individuare nuovi mercati». Una sfida che coinvolge l’intera filiera, dalla produzione del latte alla trasformazione.

Di vendite oltre-confine ha parlato anche Paolo Zanetti, presidente di Assolatte,: «Abbiamo materie prime di qualità, imprese innovative e un settore che ha portato l'export di formaggi a circa sei miliardi di euro. Le produzioni italiane hanno ancora grandi margini di crescita, soprattutto fuori dall'Europa, che oggi rappresenta solo il 20% delle esportazioni».

«L’Italia si sta distinguendo nel mondo per gli alti valori di proteina nel latte vaccino, Abbiamo bisogno di un animale equilibrato, di taglia media, che sia produttivo ed efficiente – puntualizza Martino Cassandro, direttore generale di Anafibj e ordinario di Zootecnia generale all’Università di Padova -. dobbiamo continuare su questa strada, grazie alla genetica, legando sempre di più le nostre bovine alla produzione di latte per la caseificazione, grazie alle grandi Dop che caratterizzano il nostro Made in Italy».

Stalle alle prese con il caro-carburanti e il blocco del traporti

Riflettori alla Fazi anche sulla produzione nazionale di carne bovina, un patrimonio zootecnico da 55 miliardi di euro che dà lavoro a circa 800mila persone, oggi sotto pressione a causa del caro-carburanti e delle minacce delle multinazionali del cibo sintetico. Lo ha ricordato il presidente di Coldiretti, Ettore Prandini:  «In questi giorni gli allevamenti nazionali si ritrovano a fare i conti con gli effetti del caro-carburanti e con i problemi legati al blocco dei trasporti, soprattutto al Sud. A diverse stalle non viene ritirato il latte, che rischia di andare a male mentre l’interruzione delle consegne di mangimi mette in pericolo la salute degli animali».

L’obiettivo è consolidare la capacità produttiva italiana sia di latte che di carne anche attraverso  il rafforzamento degli strumenti di gestione e tracciabilità degli allevamenti, attraverso la Banca dati unica zootecnica e l’introduzione del fascicolo zootecnico elettronico, per integrare le informazioni e rendere più efficiente la gestione aziendale.

La consistenza della zootecnia nazionale comprende 5,8 milioni di bovini e bufalini, 5,4 milioni di ovini, 800mila caprini, quasi 7,8 milioni di suini, 9,3 milioni di conigli e oltre 151 milioni di capi avicoli. .

Carne coltivata, uno studio  dell'Università Cattolica la ridimensiona

La Coldiretti  si è focalizzata anche sui prodotti ottenuti in laboratorio e le implicazioni per gli allevamenti tradizionali: una ricerca dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, Campus di Piacenza, ha esaminato i limiti delle rese produttive, gli elevati costi e le difficoltà di rendere sostenibili questi processi su scala industriale, mettendo in discussione l’idea che la carne coltivata rappresenti automaticamente un’alternativa più economica e meno impattante rispetto alla produzione convenzionale. Le valutazioni preliminari indicano, nelle condizioni studiate, un impatto ambientale della carne coltivata circa venti volte superiore a quello della carne bovina tradizionale. Restano fondamentali, come ha ribadito l’organizzazione agricola. le valutazioni scientifiche indipendenti sulle caratteristiche nutrizionali e sulla sicurezza dei prodotti ottenuti in laboratorio.

 

Fazi 2026, il futuro della zootecnia passa dalla remunerazione - Ultima modifica: 2026-10-26T19:06:06+01:00 da Francesca Baccino

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