Il cavallo deve essere riconosciuto pienamente come parte integrante dell’agricoltura e non essere considerato un animale marginale rispetto alle filiere produttive. È questa la posizione ribadita da Ferruccio Badi, presidente della Federazione Allevamenti equini di Confagricoltura e, a Bruxelles, del Gruppo di Lavoro «Cavalli» del Copa-Cogeca.
Il comparto continua infatti a confrontarsi con un quadro legislativo caratterizzato da incertezze, mentre, secondo Confagricoltura, è necessaria una visione strategica condivisa a livello nazionale ed europeo.
«In Italia – afferma Badi – è urgente completare il percorso di riconoscimento del cavallo come risorsa agricola a tutti gli effetti, valorizzando il ruolo economico, sociale e territoriale delle imprese che operano nella filiera».
Tra le priorità indicate dall’organizzazione figura quindi l’approvazione definitiva della proposta di legge sull’ippicoltura, ferma da circa tre anni. Il provvedimento è considerato uno strumento fondamentale per garantire maggiore stabilità agli allevatori e collocare finalmente il cavallo nel pieno contesto agricolo.
Il rischio della classificazione come animale d’affezione
Un altro punto considerato particolarmente delicato riguarda le iniziative legislative che puntano a classificare il cavallo come «animale d’affezione». Una scelta che, secondo Confagricoltura, potrebbe avere conseguenze rilevanti sull’intera filiera.
«Una simile impostazione – sottolinea Badi – rischierebbe di produrre un danno rilevante per l’intera filiera, escludendo il cavallo dal perimetro agricolo e indebolendo il ruolo degli allevatori».
Per Confagricoltura, infatti, il carattere agricolo della filiera non può essere limitato alla sola fase dell’allevamento. Dall’allevamento all’addestramento, ogni fase costituisce un processo produttivo agricolo che deve essere riconosciuto, tutelato e adeguatamente promosso.
Al 30 giugno 2026 si contano circa 170mila allevamenti per oltre 400mila capi
I numeri confermano la consistenza di un comparto che presenta dimensioni tutt’altro che marginali. Secondo il Censimento Istat 2020, in Italia circa 27mila aziende agricole allevavano equini, per un totale di circa 150mila capi.
Si tratta di un comparto in crescita, sostenuto anche dall’allevamento di razze particolarmente apprezzate in tutta Europa. Una realtà che, secondo Confagricoltura, richiede quindi una maggiore attenzione da parte delle istituzioni.
Il quadro attuale è tuttavia molto più ampio se si considera l’intero universo degli equini e le diverse tipologie di strutture nelle quali sono presenti. Al 30 giugno 2026 il settore interessa circa 170mila allevamenti per oltre 400mila capi, mentre sono oltre 520mila gli equini registrati nella Banca Dati Nazionale dell’anagrafe zootecnica.
Maneggi, scuderie e ippodromi
Una componente significativa è rappresentata inoltre dagli equini presenti negli «stabilimenti di ricovero collettivo», che comprendono essenzialmente maneggi, scuderie e ippodromi.
In queste strutture sono presenti oltre 90mila equini, mentre gli stabilimenti censiti sono più di 6mila. Si tratta di una rete che costituisce, secondo Confagricoltura, un ulteriore elemento di crescita, sviluppo e occupazione collegato al mondo del cavallo.
I numeri evidenziano quindi la complessità di un settore che non si esaurisce nella sola attività di allevamento, ma coinvolge una pluralità di attività economiche e produttive con ricadute sul territorio.
Necessario inserire il cavallo nella Pac
Il confronto non riguarda però soltanto il quadro normativo italiano. A livello europeo, attraverso il Copa-Cogeca, sono in corso diverse iniziative per rafforzare il riconoscimento del cavallo all'interno delle politiche agricole comunitarie.
«Come Copa-Cogeca – spiega Badi – stiamo lavorando su più fronti: sulla Pac è stata presentata la proposta di inserimento del cavallo a pieno titolo in tutti gli obiettivi strategici».
L'obiettivo è quindi quello di assicurare al comparto una collocazione più chiara anche nell'ambito della futura politica agricola comune. Ma, secondo Badi, la questione è più ampia e richiede un intervento organico: «In generale, occorre riscrivere le regole del settore, adeguandole alle reali esigenze con una normativa di inquadramento complessivo che ad oggi manca».
Benessere animale e nuove regole
Tra i dossier sui quali il Copa-Cogeca sta concentrando l'attenzione figura anche quello del benessere del cavallo. Il tema viene affrontato attraverso il lavoro dei gruppi di settore e mediante la collaborazione con gli organismi competenti a livello europeo e nazionale.
«Molto importanti, poi, i lavori che con i gruppi stiamo portando avanti sul benessere del cavallo, con la collaborazione con tutti gli enti preposti, europei e nazionali», aggiunge Badi.
Il tema del benessere si inserisce così nella più ampia richiesta di un quadro normativo capace di tenere conto delle caratteristiche specifiche delle diverse attività che compongono la filiera.
Agricoltura, territorio, turismo e sport
Confagricoltura conferma quindi il proprio impegno affinché il cavallo venga riconosciuto pienamente come componente della filiera agricola, attraverso norme chiare e una strategia nazionale ed europea coerente.
La sfida, secondo l'organizzazione, non riguarda soltanto il riconoscimento formale dell'attività agricola, ma anche la capacità di valorizzare un comparto che produce effetti economici e occupazionali e che presenta importanti connessioni con il territorio.
L'allevamento e l'addestramento si intrecciano infatti con turismo, sport e valorizzazione territoriale, contribuendo a costruire un sistema economico articolato attorno al cavallo. Per questo, conclude Confagricoltura, il settore necessita di una strategia capace non soltanto di garantire certezza normativa agli operatori, ma anche di valorizzarne adeguatamente l'immagine e il ruolo all'interno del sistema agricolo.








