Latte, il mercato tiene ma c’è l’incognita siccità

Ha colpito l’Europa centro-settentrionale. Potrebbe avere ripercussioni sugli allevamenti perché ha tagliato i raccolti di cereali. Intanto nel mondo aumentano produzione e prezzo dei lattiero caseari. Dal Dairy Forum del Clal

Produzione di latte in aumento a livello mondiale (+1,8% i volumi dei principali paesi esportatori nei primi otto mesi di quest’anno), boom del biologico, le nuove frontiere del commercio tra online, distribuzione organizzata e negozi di prossimità, alle prese con un consumatore che cambia e che cerca sempre di più prodotti sostenibili e benessere animale. È questo lo scenario in cui si muovono gli operatori internazionali del latte, riuniti lo scorso 5 ottobre a Bardolino (Vr) per il 7° Dairy Forum di Clal, portale di riferimento del settore lattiero caseario, di cui Fieragricola è partner.
Fra l’altro “nelle prossime settimane capiremo anche quale sarà il reale impatto della siccità che ha colpito il Centro e Nord Europa fra luglio e agosto e che metterà di fronte a una scelta gli allevatori: acquistare mangime, perché i raccolti di cereali e foraggio sono stati inferiori al fabbisogno, oppure ridurre le bovine in stalla e, prevedibilmente, contenere la produzione di latte”, ha detto Angelo Rossi, fondatore di Clal.it.

Aumentano le vacche macellate in Ue

Tra gennaio e luglio di quest’anno in Unione europea sono aumentate le macellazioni di vacche (+2,23%) toccando in sette mesi un totale superiore ai 4,3 milioni di capi abbattuti. La Francia, da sola, ne ha macellate quasi 960mila (+3,8% su base tendenziale; fonte: Teseo by Clal), seguita dalla Germania (707.000 capi, +2,2%), dal Regno Unito (374.260 vacche macellate, +8,5 per cento).
Dal Nord Europa, inoltre, proprio nei giorni del Dairy Forum di Clal.it, alcuni allevatori italiani hanno segnalato offerte di animali vivi. Segno che la scelta è stata compiuta, almeno da alcuni.
Se le conseguenze della riduzione dei raccolti a causa della siccità varieranno di stalla in stalla in termini di fabbisogno alimentare, un dato appare per ora incontrovertibile: il calo delle quantità raccolte. Secondo il report diffuso nei giorni scorsi dalla Ue, infatti, i raccolti cerealicoli sono stati inferiori dell’8% rispetto alla produzione media degli ultimi cinque anni, proprio a causa del fenomeno siccitoso. Le ripercussioni si percepiranno nei prossimi mesi.
Ingo Mueller, presidente di Dmk Group, la più grande società cooperativa del settore lattiero caseario in Germania, non si sbilancia e parla di una fase di altissima volatilità del settore. “Naturalmente non è escluso che la diminuzione dei volumi di latte raccolti determinata dall’ondata di caldo possa favorire un aumento dei prezzi – analizza Mueller -. Ma in questo momento esistono, oltre alla siccità, tanti altri fattori destabilizzanti, come ad esempio la guerra commerciale tra Stati Uniti e il resto del mondo, le sanzioni contro l’Iran o la situazione in Turchia, tanto che è pressoché impossibile azzardare qualsiasi previsione”.

Produzione mondiale di latte in aumento

La produzione di latte dei principali paesi esportatori a livello mondiale (Ue-28, Usa, Nuova Zelanda, Australia, Argentina, Ucraina, Bielorussia, Cile, Uruguay, Turchia) fra gennaio e agosto di quest’anno è aumentato dell’1,8%, secondo le elaborazioni di Clal.it, mantenendosi a un livello più elevato rispetto al 2017 e al 2016.
L’Unione Europea, con 94,5 milioni di tonnellate di latte prodotto nei primi sette mesi del 2018, ha registrato una crescita dell’1,6%, con una spinta produttiva in crescita del 4% sulle polveri di latte scremato, del 2,1% dei formaggi e del 2% del burro. In frenata, rispetto ai primi sette mesi del 2017, la produzione di polvere di latte intero (-4,6 per cento).
Gli Stati Uniti sono cresciuti fra gennaio e agosto dell’1,1% su base tendenziale, toccando quota 66,6 milioni di tonnellate.

Cresce anche il prezzo del latte

Sta crescendo nel mondo anche il prezzo del latte. In base alle ultime rilevazioni di Clal.it, le quotazioni sono cresciute del 4,5% negli Stati Uniti (con la media della materia prima valutata 30,35 €/100 kg nel mese di agosto), dello 0,2% in Oceania (30,34 €/100 kg la media a fine luglio) e del 2% in Europa (33,50 €/100 kg la media Ue in agosto).
In Olanda, Friesland Campina - una delle più importanti cooperative d’Europa – pagherà in ottobre il prezzo del latte 38 euro al quintale, 1 euro in più rispetto a settembre.

Cina

Rallentano le esportazioni mondiali di prodotti lattiero caseari verso la Cina. Fra gennaio e luglio 2018 l’export complessivo è sì cresciuto del 4,3% rispetto allo stesso periodo del 2017, ma il ritmo è inferiore rispetto a quanto verificatosi nei primi sette mesi del 2016 (+21,5%) e del 2017 (+17,3%), dati entrambi su base tendenziale.
Le performance migliori spettano al latte per l’infanzia, al burro, al siero, mentre perdono terreno la polvere di latte scremato (Smp) e il latte sfuso e confezionato.
L’Unione europea risente del rallentamento dell’import di Pechino e cresce fra gennaio e luglio 2018 solamente dello 0,5%, contro il 6% dello scorso anno. Segnali incoraggianti dai prodotti ad alto livello di qualità e sicurezza, come il latte per l’infanzia (+29,8% l’export dall’Ue verso la Cina), del siero (+3,7%) e del lattosio per uso farmaceutico (+44,4 per cento).

India

A fine settembre il governo indiano ha deciso di aumentare nuovamente i benefici dei dazi per esportazione di latte e di alcuni prodotti lattiero caseari nell’ambito del programma esportazioni merci dall’India. In questa fase è stato deciso di aumentare gli incentivi all’export di latte e di alcuni prodotti a base di latte dal 10% al 20% per circa quattro mesi, fino al 12 gennaio dell’anno prossimo.
Gli incentivi all’export sono stati rafforzati in seguito alle proteste degli allevatori in alcune parti del Maharashtra, in seguito alla caduta dei prezzi del latte, provocati da un’offerta di gran lunga superiore rispetto alla domanda. Le agevolazioni riguardano formaggi, latte intero, latte scremato, latte alimentare, latte per neonati, latte condensato, yogurt, burro, siero di latte.

Bene l’Italia

Le rilevazioni del latte spot (cioè in cisterna, non legato a contratti di conferimento di durata pari o superiore ai tre mesi) sulle piazze di Verona e Lodi lo scorso 1° ottobre indicano un prezzo di 41,75 €/100 kg, in aumento rispettivamente dell’1,21% e del 2,45% rispetto alle quotazioni della settimana precedente.
Anche il latte di importazione vive una fase rialzista: 41,50 €/100 kg la Borsa merci di Verona (+1,22% sulla settimana precedente); 39,50 e 41,50 €/100 kg le rilevazioni di Lodi rispettivamente per il latte proveniente dalla Francia (+1,28%) e dalla Germania (+1,84 per cento). Per gli analisti di Clal.it, la riduzione del divario tra il prezzo del latte tedesco e italiano dovrebbe rallentare il tradizionale flusso di latte che dalla Baviera approda in Italia, rendendo l’acquisto della materia prima estera meno conveniente per i costi aggiuntivi di trasporto.

Boom del biologico

Aumentano le produzioni di latte biologico, a fronte di una richiesta sostenuta al consumo. Pur rimanendo una nicchia, in Germania e Francia (i primi due paesi dell’Ue per quantità di latte prodotto) l’incremento dell’«organic milk» nei primi sette mesi del 2018 è stato rispettivamente del 25,8% e del 39,8% rispetto allo stesso periodo del 2017.
I prezzi alla stalla, di conseguenza, si adeguano alla domanda dei consumatori e agli allevatori vengono riconosciuti prezzi interessanti: quasi 45 €/100 kg in Francia lo scorso luglio (ultimo prezzo rilevato), 47,23 €/100 kg in Germania (luglio), mentre ha toccato i 47 euro il prezzo di ritiro in Olanda per gli allevatori conferenti a Friesland Campina.
La tendenza dei consumi di latte e prodotti biologici è in aumento in tutti i paesi a reddito pro capite medio più elevato. Secondo un sondaggio commissionato recentemente da Arla Foods, infatti, negli Emirati Arabi Uniti il 38% dei consumatori ha acquistato negli ultimi 12 mesi più prodotti biologici rispetto all’anno precedente.

 

DA VERONAFIERE PREVISIONI POSITIVE PER IL LATTE

“La zootecnia è un pilastro fondamentale di Fieragricola – ha ricordato a Bardolino il direttore generale di Veronafiere, Giovanni Mantovani – e il latte rappresenta un segmento verso il quale Veronafiere ha dedicato molta attenzione, a partire dagli animali, dalla genetica, la mangimistica, la robotica e la zootecnia di precisione. Nella prossima edizione, in particolare, accanto al Open Holstein European Dairy Show, dedicato alla razza Frisona, avremo a Verona il confronto europeo per Nazioni della razza Bruna, un evento che arricchirà la vocazione internazionale, che si è arricchita del concorso europeo della Limousine, dedicato alla prestigiosa razza da carne”.
Non mancheranno poi i convegni, gli approfondimenti, le verticali del settore. La prossima edizione di Fieragricola è in programma a Verona dal 29 gennaio al 1° febbraio 2020.
Gli esperti di Veronafiere prevedono per i prossimi mesi un mercato sostanzialmente positivo per il settore del latte in Italia e in Europa, a patto che la domanda mondiale, oggi meno vivace per il rallentamento della Cina e per le incognite della battaglia globale dei dazi, riprenda quota.

 

L’ITALIA MIGLIORA L’AUTOSUFFICIENZA

In base ai dati pubblicati da Clal.it nel grafico qui sopra, risulta evidente che dal 31 marzo 2015, fine del regime delle quote latte, l’autosufficienza dell’Italia in materia di latte vaccino è cresciuta dell’8%, arrivando intorno all’84 per cento.
Senza le quote e con un mercato per ora stabile e senza previsioni imminenti di crolli, sorge legittima una domanda. In futuro crescerà ancora l’autosufficienza italiana? E alla luce di una tendenza che negli ultimi mesi appare consolidata, come si potrà valorizzare il latte italiano?
Produrre in modo efficiente potrebbe non bastare. Sarà fondamentale puntare sull’export, sulle Dop, senza dimenticare le esigenze dei nuovi consumatori, che chiedono prodotti sostenibili e diversificati, latte e derivati biologici, e prodotti in generale “smart”. Cambiano anche le tipologie di consumo, influenzate dalla presenza crescente fuori casa e dal lavoro.

Fonte: Clal.

 

LA BREXIT METTE IN ALLARME IL SETTORE DAIRY IRLANDESE

Il settore lattiero caseario irlandese guarda alla Brexit con apprensione. Già in questa fase precedente all’uscita del Regno Unito dall’Europa l’attenzione alle conseguenze economiche del “Leave” si fanno sentire.
Nei giorni scorsi, da Dublino, il commissario europeo all’Agricoltura, Phil Hogan, ha riconosciuto come fonte di preoccupazione i tassi di cambio fra euro e sterlina. La svalutazione della moneta britannica a partire dall’estate 2016, dopo cioè il voto referendario dei sudditi di sua maestà Elisabetta II, ha reso più costoso esportare nel Regno Unito. “Questo fattore sta creando condizioni difficili per le società irlandesi che esportano nel Regno Unito”, ha detto Hogan, ricordando che “il Regno Unito è, naturalmente, un importatore netto di formaggio e burro dall’Ue, per un totale di 480.000 tonnellate nel 2017”.
Peraltro, l’export verso il Regno Unito rappresenta, per l’Irlanda, oltre la metà della produzione totale di formaggio irlandese, ha detto, e per un quarto della produzione di burro irlandese.
“Dobbiamo mirare alla diversificazione verso nuovi mercati, sfruttando l’accesso al mercato che l’Ue ha negoziato per i prodotti lattiero caseari in Giappone, Messico, Vietnam e Singapore”, ha raccomandato Hogan.
Uno degli obiettivi dovrà essere la Cina, raggiunta da esportazioni irlandesi di prodotti “dairy” per 666 milioni di euro nel 2017, con il latte artificiale come principale prodotto di esportazione, tanto da rappresentare il 13% di tutto il latte per l’infanzia importato dal Paese del Dragone.
Opportunità dunque per un settore strutturato sia sul piano allevatoriale (sono 18mila le stalle a conduzione familiare) che industriale, con un ritmo di lavorazione pari a 7 miliardi di litri di latte all’anno.
Ma la Cina, per il commissario Hogan, presenta un significativo potenziale di sviluppo anche nel settore delle carni. “La Cina consuma un quarto della fornitura mondiale di carne e ha importato 700.000 tonnellate di carni bovine nel 2017 – ha dichiarato Hogan -. Esiste un enorme potenziale per un’ulteriore rapida crescita della domanda di carne bovina da parte dei consumatori, con un consumo che dovrebbe raddoppiare entro il 2020, guidato da una crescente urbanizzazione e dall’aumento dei redditi”.
L’importante è riuscire a delineare politiche commerciali alternative, a tutela dell’Irlanda e dell’Europa. “Complessivamente – ha riconosciuto Hogan - lo spostamento delle esportazioni alimentari irlandesi dal mercato del Regno Unito potrebbe creare un grave turbamento del mercato sul mercato comunitario, destabilizzando potenzialmente l’equilibrio del mercato dell’Ue”.

 

LA FRENATA DEL BURRO

Dopo un exploit che portò il burro a toccare la cifra record di 6,45 €/kg in Borsa merci a Milano nel settembre 2017, il prezzo del burro si è assestato su valori inferiori: 4,90 €/kg l’ultima rilevazione lo scorso 1 ottobre nel capoluogo lombardo (-2,97% su base congiunturale).
La tendenza al ribasso ha un respiro europeo: 5,075 €/kg i listini in Germania il 2 ottobre, con una flessione dell’1,46% rispetto alla settimana precedente. Recuperano i valori del burro negli Stati Uniti (4,37 €/kg il 28 settembre, +4,35%) e in Oceania (3,73 €/kg, +0,7%), mantenendosi comunque su livelli inferiori all’Europa.

 

 

 

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