ECONOMIA

Post quote. La filiera lattiero-casearia reggerà

Paolo Sckokai, della Cattolica di Piacenza, anticipa alcune conclusioni di uno studio sviluppato su incarico della Commissione Ue. Pochi cambiamenti, prospettive per l’export di formaggi

La filiera del latte europea reggerà al dopo quote: questa l'opinione del gruppo di esperti a cui la Commissione europea ha chiesto di elaborare l'analisi di scenario e che ha delineato alcune azioni possibili per contrastare il vero nemico delle aziende zootecniche da latte: la volatilità dei prezzi delle commodities e del latte.

 

Paolo Sckokai, professore dell'Università Cattolica di Piacenza, è il referente italiano del team e ha esposto, in occasione del focus “Sostenibilità, opportunità e criticità nella filiera del latte post 2015” tenutosi a febbraio nell'ateneo piacentino, alcune prime conclusioni che saranno ufficialmente presentate a giugno, quando la Commissione sarà chiamata ad esprimersi circa eventuali cambiamenti nella politica lattiero casearia in vista dell'abolizione delle quote-latte.

 

La Commissione ha chiesto agli esperti di formulare risposte a quesiti riguardanti aspetti specifici dello scenario post-quote, suddivisi in due aree: equilibrio di mercato e competitività; sostenibilità della produzione e dimensione territoriale.

 

In un mercato senza più le quote, in che modo le forze di mercato, le forme organizzative della filiera e gli strumenti di politica agraria potranno influenzare l'equilibrio tra domanda e offerta nell'Ue? In quale modo questi elementi influenzeranno il valore aggiunto, il portafoglio di prodotti Ue, la capacità di adeguare l'offerta alla domanda di mercato, la posizione competitiva dell'Ue sui mercati esteri e la necessità di investire nelle aziende agricole e in quelle di trasformazione? In quale modo sarebbe possibile operare un programma di riduzione temporanea volontaria della produzione, con compensazione per i produttori?

 

Per rispondere a queste domande il gruppo è partito da una serie di analisi economiche.

 

Nella sua relazione, Sckokai le ha sintetizzate illustrando come il mercato dei prossimi anni sia promettente per l'export dei formaggi (figura 1), mentre per latte in polvere (figura 2) e burro (figura 3) si stima una domanda stagnante. Oggi è convertito in esportazioni solo il 10% del latte prodotto in Europa e la prospettiva di scenario evidenzia come tra sei anni questa percentuale sarà incrementata di un solo di un punto percentuale (figura 4).

 

Ci si attende, dunque, una certa difficoltà nel riuscire a collocare efficacemente le produzioni europee sul mercato mondiale che, pure, mostra di richiederle. Il problema non sembra essere l'eccesso di offerta: l'analisi rileva come nel continente, ormai da otto anni, il latte prodotto non superi la quota complessiva e le previsioni indicano la stessa tendenza anche fra 10 anni (figura 5).

 

Analizzando le dinamiche intraeuropee, i rapporti tra i Paesi sono articolati e alcuni Stati membri quali Austria, Danimarca, Polonia, Germania, Olanda e Irlanda potranno potenzialmente produrre più della propria quota, con l'Italia stabilmente al di sotto, ma senza cambiamenti particolarmente significativi. Lo studio della Commissione ha concluso che l'abolizione delle quote dovrebbe essere sostanzialmente ininfluente sugli equilibri di mercato; anzi, potrebbe creare le condizioni per un migliore adeguamento dell'offerta di prodotti alla domanda di mercato (più formaggi e meno burro) anche se, in realtà, il sistema produttivo europeo sembra essere piuttosto rigido.

Volatilità delle quotazioni,
una minaccia

 

In questo contesto, secondo lo studio, le organizzazioni di produttori e quelle interprofessionali potranno svolgere un ruolo rilevante. Le prime, soprattutto per aggregare l'offerta; le seconde, dovrebbero essere lo strumento per un miglior coordinamento di tutta la filiera supportandola anche attraverso la fornitura di servizi (contratti quadro, informazioni di mercato, migliore adeguamento alla domanda, formazione operatori, logistica…) oltre a giocare un ruolo importante nella ridistribuzione del valore aggiunto lungo la filiera medesima. Compito che però non dovrebbe essere svolto enfatizzando troppo i piani di produzione dei formaggi dop che rispondono a una peculiarità del mercato, ma devono essere realizzati nei limiti previsti dal pacchetto latte (limitati nel tempo, senza accordi di fissazione dei prezzi, senza interferire con altri mercati).

 

La principale minaccia alla tenuta del mercato è e sarà la volatilità dei prezzi che si prevede possa continuare con caratteristiche simili a quelle degli ultimi anni.

 

L'analisi delle quotazioni richiede un inciso evidenziando come la peculiarità degli ultimi anni sia la cresciuta validità dei prezzi equivalenti di tutte le commodities, non solo del latte (per il quale è necessario precisare che, per quanto riguarda il prezzo mondiale, si tratta di quotazioni ricostruite sulla base dei quelle di burro e latte scremato in polvere).

 

È evidente (figura 6) come anche nella fase di massima volatilità, quando si è passati dai 40 centesimi/tonnellata del latte europeo a fine 2007 ai 25 centesimi/tonnellata del 2009, che il meccanismo europeo del prezzo minimo garantito è riuscito a contenere un po' la volatilità del prezzo rispetto alla quotazione mondiale: questa, nello stesso periodo del 2009, si aggirava su poco più di 15 centesimi.

Mantenere il prezzo minimo garantito

 

Lo studio europeo ha quindi concluso come sia utile mantenere la rete di salvaguardia del prezzo minimo garantito prevedendone un eventuale rafforzamento.

 

Sarebbe, inoltre, utile la creazione di una piattaforma di monitoraggio dei prezzi e delle quantità scambiate, in modo da anticipare movimenti anomali del mercato. In prospettiva, è necessario facilitare l'utilizzo da parte degli agricoltori di strumenti di mercato per fronteggiare la volatilità dei prezzi (futures markets), come già avviene, ad esempio, negli Usa e realizzare in modo adeguato lo strumento volontario di assicurazione dei redditi previsto dalla riforma della PAC post-2013 (al momento la proposta prevede che il produttore possa contribuire volontariamente a un fondo mutualistico pubblico, cosicché quando la perdita di reddito eccede il 30%, il produttore possa ottenere un rimborso fino al 70% della perdita).

 

Quanto alla richiesta della Commissione di valutare se non fosse il caso di prevedere l'implementazione di un programma per la riduzione volontaria della produzione, le conclusioni dello studio sconsigliano questa ipotesi che comporta troppe difficoltà e potrebbe interferire con meccanismi contrattuali, introducendo, inoltre, effetti negativi sui mercati collegati a fronte di un'efficacia molto dubbia

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