La filiera lattiero-casearia è di gran lunga la più importante nell’ambito del sistema agro-alimentare italiano, sia in termini economici che di impatto sul sistema territoriale nazionale. Questa filiera, come poche altre, richiede forti investimenti di durata pluriennale, richiede una programmazione produttiva ben strutturata ed efficace al fine di evitare i contraccolpi delle oscillazioni dei prezzi.

Non si deve nemmeno dimenticare che la filiera genera, direttamente e indirettamente, un importante impatto positivo a livello occupazionale, generando opportunità di impiego a tempo pieno e indeterminato, con un impatto economico molto significativo sui territori interessati.
Per queste ragioni la politica agricola ha da sempre tenuto in grande considerazione il destino di questo comparto. Grazie alle politiche di sostegno introdotte, il settore ha visto uno sviluppo formidabile negli anni Sessanta e Settanta, e all’inizio degli anni Ottanta la produzione di latte bovino in Europa era diventata più che sufficiente per soddisfare la domanda.
Dopo le quote latte
Anzi, gli interventi di acquisto di latte in polvere e burro che sostenevano il prezzo avevano portato a un accumulo di stock ingenti e crescenti perché ormai l’offerta aumentava più rapidamente della domanda. Da qui la necessità di passare al sistema delle quote latte, la politica più longeva dell’Ue, rimasta in vigore fino al 2015.
Dopo questo lungo periodo, che di fatto in modo più o meno efficace ha ottenuto una sostanziale stabilizzazione, si è deciso di superare questo strumento accompagnando il comparto verso un confronto più aperto con il mercato, con maggiore libertà per i produttori e un conseguente aumento della competizione.
Qui inizia la storia dell’ultimo decennio: la grande crisi di mercato del 2015-2016, il progressivo recupero e poi una serie di altri shock che hanno più o meno duramente provato il mercato del latte e il sistema delle imprese.
In questo contesto, il sistema dei titoli introdotto con la riforma Fischler della Pac del 2003, grazie all’applicazione del sistema individuale e storico per la fissazione dei valori, ha consentito di riconoscere pagamenti decisamente più alti della media nazionale alle imprese del settore latte.
Come è noto, tuttavia, il processo di convergenza nel tempo ha comportato una progressiva riduzione del valore di questi titoli. Ciò ha consentito di accompagnare le imprese via via sempre più verso un sistema in cui la redditività sia da ricercare esclusivamente sul mercato.
Un nuovo passaggio
Ora siamo di fronte a un nuovo passaggio particolarmente rilevante nel percorso evolutivo della Politica agricola comune, che dovrà accompagnare nel modo più efficace ed efficiente possibile l’evoluzione del sistema produttivo.
E in questo contesto viene da chiedersi se il sistema attuale sia utile a sostenere il settore lattiero caseario, o se non sia il caso invece di pensare a un modello di sostegno nuovo per questa filiera come quello che potrebbe essere rappresentato da una specifica e nuova Organizzazione comune di mercato (Ocm). Il termine indica, per la verità in modo piuttosto generico, un insieme di misure di sostegno che intervengono direttamente o indirettamente su uno specifico mercato.
Ovviamente, dopo le bruttissime esperienze del passato connesse con gli interventi diretti sui prezzi, le modalità di intervento, fatte salve le eventuali situazioni di grave crisi di mercato, saranno di tipo indiretto, focalizzate cioè sul rafforzamento delle imprese e delle filiere piuttosto che sul mercato. Gli esempi non mancano: l’Ocm Ortofrutta e l’Ocm Vino sono i due più importanti e con una lunga storia di successo alle spalle.
Gli operatori di queste due filiere, infatti, sono cresciuti nel tempo proprio grazie agli strumenti previsti da queste due Ocm. E in diverse indagini hanno espresso un grado di soddisfazione maggiore rispetto ad altri strumenti di intervento.
Ora, il modello di Ocm che probabilmente potrebbe essere preso come riferimento per l’eventuale creazione di una nuova Ocm Latte potrebbe essere quello del settore ortofrutticolo.
Il modello ortofrutta
Nel caso dell’Ocm ortofrutta, il sostegno viene riconosciuto a Organizzazioni di produttori (Op) come cofinanziamento di misure e interventi realizzati a favore dei propri associati, sia in termini di servizi che di introduzione di innovazioni tecnologiche, manageriali e produttive.
Ciò dovrebbe essere realizzato mediante una programmazione pluriennale, strutturata su piani annuali di intervento, e sulla base di risorse certe definite fin dall’inizio, quantificate in misura proporzionale rispetto al valore della produzione realizzata dall’organizzazione di produttori (e quindi dai singoli produttori).
Ovviamente una simile Ocm dovrebbe essere messa a punto tenendo conto delle specificità della filiera, ma non può sfuggire come questa modalità di intervento, che pure richiederebbe un adattamento del comparto, potrebbe avere indubbi vantaggi. Innanzitutto, questo approccio rafforzerebbe ulteriormente l’organizzazione del sistema produttivo favorendo, sia pure indirettamente, un più equilibrato rapporto nell’ambito della filiera.
Ma l’introduzione di innovazioni nelle imprese potrebbe essere meglio valutata e implementata grazie al sostegno di servizi più mirati ed efficaci quali potrebbero essere quelli cofinanziati dall’Ocm.
La forza del nostro sistema produttivo nazionale, come è emerso in modo ancor più evidente negli ultimi dieci anni, si basa soprattutto sulle nostre produzioni di formaggi Dop, vera chiave di volta della competitività per il sistema produttivo nazionale.
Oggi diverse criticità
Ma la filiera si trova ora ad affrontare diverse criticità: la transizione ecologica, che richiede alle imprese produttrici investimenti per far fronte alla domanda crescente in termini di benessere animale e di sostenibilità; la transizione digitale, con le opportunità offerte dalla zootecnia di precisione, che tuttavia richiedono investimenti sia economici che formativi importanti.
E non va nemmeno dimenticata la transizione demografica, e la condizione specifica del mercato del lavoro, che richiedono ormai una attenzione crescente alla ricerca di lavoratori con adeguata formazione professionale disponibili a investire la loro vita in questo settore, premiante ma anche esigente.
I mercati internazionali, inoltre, rappresentano una grande opportunità per le nostre imprese di trasformazione, per la gran parte cooperative, ma lo sviluppo commerciale su questi mercati è ugualmente molto esigente.
In questo contesto di cambiamenti profondi viene da chiedersi se non servano, ora, politiche di accompagnamento e rafforzamento della competitività e della sostenibilità della filiera diverse rispetto al passato.
Programmare l’offerta
Non è da sottovalutare nemmeno un altro effetto indiretto di una politica di questo tipo: il rafforzamento delle forme organizzate nella filiera rappresenta un passaggio molto utile anche al fine di coordinare meglio l’offerta con la domanda di mercato, sia a livello di singole Dop, anche quelle più piccole, che a livello di mercato per il latte industriale. E la situazione di mercato di questi ultimi mesi ci dice, ancora una volta, quanto sia importante programmare l’offerta rispetto all’evoluzione della domanda e del contesto internazionale. Si tratta di attività che non potrà mai fare il singolo produttore da solo.
Perché non provare a progettare, quindi, qualcosa di nuovo per la filiera ma già sperimentato in altri casi, come una Ocm Latte? La riflessione è stata avviata anche nella filiera dell’olio d’oliva.
Dopo la battaglia sulle risorse per la nuova Pac, che sembra avviata ad una soluzione positiva, la sfida più importante per la nuova Pac sarà quella di trovare e implementare gli strumenti più efficaci per l’uso di quelle risorse. E l’Ocm potrebbe essere uno di questi, forse quello decisivo.







