Due o tre appunti per il nuovo ministro – L’editoriale di IZ4

Le richieste del mondo della zootecnia a chi, nel nuovo esecutivo, governerà le politiche agricole

 

Fra qualche giorno, se dopo le elezioni si riuscirà a formare un governo, dovremmo conoscere il nome del ministro dell’agricoltura. Qualora questa carica non dovesse venire ricoperta ancora da Maurizio Martina, già ben informato di tutto, l’Informatore Zootecnico si permetterebbe di offrire al nuovo ministro un piccolo appunto, un veloce promemoria, sulle principali aspettative del mondo della zootecnia.
Che si potrebbero intanto elencare così:
a) Rivitalizzare l’idea del Fondo latte.
b) Battere il pugno sul tavolo nei consessi Ue.
c) Semplificare la burocrazia.
d) Combattere il fenomeno dei formaggi similari.
e) Non penalizzare ulteriormente il sistema delle associazioni allevatori.
f) Promuovere rapporti di filiera che arrivino sino alla gdo o ai consumatori.
g) Girare il mondo a sostegno dell’export.
h) Integrare e rinnovare i contratti di filiera.
i) Difendere e promuovere il ruolo di pubblica utilità giocato dalla zootecnia.
Ora sviscereremo questi nove punti, lo faremo in modo breve, leggero, incompleto, come si fa negli editoriali. Prima però alcune premesse di metodo.

Perché

Per esempio: perché dedichiamo un articolo a questo tipo di problemi? L’Informatore Zootecnico non è l’house organ di un sindacato agricolo o di un ente "politico"; è un giornale indipendente, di settore, professionale, abbastanza influente, ma soltanto un giornale. Però pur non avendo una inclinazione "politica" non può limitarsi a parlare esclusivamente di tecnica, o di economia: è costretto a occuparsi anche di politica agraria, dal momento che anche da questa dipende la redditività delle aziende zootecniche.
E c’è bisogno di un promemoria come questo? Be’, se ricordiamo che in passato sono stati nominati ministri noti esperti di agricoltura come Adriana Poli Bortone o Nunzia De Girolamo, forse sì.

Come

Infine: perché solo nove punti? Quali sono le "fonti" di questo elenco? Perché alcune istanze sono citate e altre no? La fonte sono le centinaia di prese di posizione diffuse dal mondo della zootecnia, dalle associazioni, dalle organizzazioni professionali agricole, dai consorzi. Ne abbiamo tenuto conto in questo articolo.
Pur conoscendone l’esistenza, non abbiamo invece inserito nell’elenchetto del nostro promemoria istanze anche importanti, sulle quali però il mondo delle produzioni animali è diviso, o non ha una posizione univoca.
Per esempio bloccare o promuovere altri trattati di libero scambio internazionali come quelli col Canada o col Giappone; oppure richiedere o meno un interventismo diretto della politica nella definizione del prezzo del latte; richiedere o meno divieti dirigistici a carico della gdo; richiedere o meno aiuti a pioggia, o una sanatoria sulle multe quote latte, o la libertà di produrre quanto latte si vuole anche in presenza di piani di regolazione dell’offerta; oppure rendere più lassi i vincoli della direttiva nitrati; eccetera.
Non c’è unanimità nei confronti di queste pur rispettabili richieste, non si possono definire "istanze del mondo della zootecnia", dal momento che parte di questo mondo le ritiene utili, parte le ritiene dannose, parte estranee alla competenza del governo. Per questo non sono rientrate nel nostro promemoria.

Cosa

Fine delle premesse. Passiamo ai contenuti, alla schematizzazione in nove punti delle aspettative del mondo della zootecnia, come detto all’inizio.

a) Rivitalizzare l’idea del Fondo latte. I primi quattrini legati Fondo latte stanno arrivando agli allevatori. Ma in quanto alla disponibilità totale si deve rilevare la grande differenza tra la cifra annunciata nel 2014 (108 milioni in tre anni) e quella che sembra rimasta sul piatto oggi (53).
Al nuovo ministro si potrebbe chiedere di giocare un po’ meno sull’effetto annuncio e di combattere un po’ di più per far arrivare alle stalle tutta la torta promessa. Magari anche varando un Fondo latte bis.

b) Battere il pugno sul tavolo nei consessi Ue. Se il governo potesse offrire al mondo zootecnico una personalità forte, che facesse valere le esigenze degli allevatori italiani nelle lontane stanze dei bottoni comunitarie, non sarebbe male. Però con interventi incisivi, non con le stanche genericità di cui riferiamo a pagina 11 di questo numero di IZ.
Ce n’è bisogno? Mah, solo pochi giorni fa è stata diffusa un’ipotesi della Commissione Ue sul primo bilancio pluriennale dopo la Brexit, ipotesi che prevede un taglio dei fondi destinati all’agricoltura (Pac) nel bilancio per l’Unione europea.
Per esempio: non sarebbe male poter contare su un ministro autorevole, e soprattutto presente, che lotti nelle sedi che contano a Bruxelles perchè venga mantenuto alla zootecnia da latte e da carne un sostegno accoppiato; o meglio perché quello che c’è venga rafforzato. L’aiuto accoppiato serve proprio a quei settori che hanno criticità specifiche, e la storia ci dice che quando una criticità arriva in zootecnia si tratta veramente di una criticità pesante.
Altro esempio: fare in modo che le misure di "gestione del rischio", e in particolare gli Ist (strumenti di stabilizzazione dei redditi), vengano introdotti e specificati nelle politiche Ue, per poi impegnarsi per una loro rapida applicazione nazionale.

c) Semplificare la burocrazia. Da anni le organizzazioni professionali agricole si rivolgono al governo per ottenere norme che riducano il costo della burocrazia per l’azienda agricola. Confagricoltura per esempio sostiene che gli adempimenti burocratici sottraggono in media all’agricoltore una quantità di tempo equivalente a cento giorni all’anno.
E in zootecnia il problema diventa ancora più pesante, con adempimenti che le produzioni vegetali non conoscono come gestione reflui, veterinario aziendale, registrazione farmaci e mantenimento documentazione, anagrafe (registro aziendale di carico-scarico da aggiornare entro tre giorni dalle movimentazioni, iscrizione vitelli…), modello IV…

d) Combattere il fenomeno dei formaggi similari. Da qualche mese il non nuovo problema dei formaggi similari, dei simil-grana, è tornato alla ribalta. Si tratta di quei sempre nuovi formaggi che pur venendo prodotti al risparmio, senza seguire le regole delle Dop, cercano di assomigliare ai grana, con l’obiettivo di confondere o ingannare il consumatore.
Recentemente il problema è stato posto con forza all’attenzione di tutti grazie ad alcune uscite pubbliche di Stefano Berni, direttore del consorzio Grana Padano («La situazione è oltre il limite… questa guerra ci sta facendo male… è diventato un rogo che sta investendo tutto il sistema»), o di Ettore Prandini, presidente di Coldiretti Lombardia («Il fenomeno dei formaggi similari sta diventando il principale problema del comparto lattiero caseario italiano»). Sino all’assemblea del Grana Padano del 2 febbraio scorso, dove il presidente del consorzio Nicola Cesare Baldrighi ha prospettato precise contromisure come nuove azioni di marketing e una proposta di modifica dello statuto per vietare ai consorziati la diffusione di questi prodotti.
Ma all’assemblea Baldrighi ha anche chiamato in causa, ed ecco che rientriamo nel tema di questo editoriale, il ministero dell’agricoltura: «Ci attiveremo per pretendere che negli scaffali di super e ipermercati ci sia una netta separazione tra i prodotti Dop e Igp e i loro similari, sollecitando l’emanazione di norme precise da parte del ministero delle Politiche agricole. Esattamente come fece il ministero dello Sviluppo economico nel 2009 per i panettoni e i loro similari, un’azione che portò a un forte decremento delle vendite dei finti dolci».

e) Non penalizzare ulteriormente il sistema delle associazioni allevatori. L’accorpamento delle Apa nelle Ara sarà anche stato una razionalizzazione, una risposta obbligata al taglio dei fondi pubblici. Ma non è stato assolutamente indolore a livello locale: gli allevatori hanno subito perdite nell’offerta di assistenza/consulenza tecnica, tante importanti professionalità sono uscite dal sistema delle associazioni, il rapporto con l’associazione è diventato meno diretto, tanti servizi che prima c’erano oggi non ci sono più.
Impensabile che il mondo della zootecnia non chieda al governo di trovare nuove risorse per le associazioni allevatori. O almeno di smetterla coi tagli.

f) Promuovere rapporti di filiera che arrivino sino alla gdo o ai consumatori. È opinione comune che converrebbe favorire ulteriormente il decollo delle Op, delle Aop, dell’interprofessione nel settore lattiero. Ma a questa idea si oppone la considerazione che molto sia già stato fatto da parte di Ue e governo e che ora l’iniziativa sia soprattutto competenza dei produttori.
Una cosa però sulla quale finora non si è ancora visto nulla sarebbe quella di ampliare l’interprofessione, o i rapporti di filiera, sino a comprendervi in modo organico e ufficiale anche gli ultimi due anelli della filiera, ossia la gdo e i consumatori. È compito dei privati e non del governo? Questione di opinioni: almeno sul piano progettuale, o sul piano di una moral suasion, un buon ministro dell’agricoltura potrebbe fare molto in questo senso.
Includere anche i consumatori? Oggi parlando di filiera generalmente si esclude questa categoria. Invece iniziare a considerarla potrebbe essere utile per meglio indirizzare le strategie commerciali dei produttori; in più servirebbe anche a dare un senso alle decine di associazioni dei consumatori oggi presenti in modo caotico sulle scene nazionali.

g) Girare il mondo a sostegno dell’export. Da libro dei sogni vedere un ministro agricolo mettere il proprio impatto mediatico al servizio dell’export, facilitando con la propria presenza i tentativi dei produttori di stipulare accordi all’estero. Troppo più importante rimanere in Italia a combattere fazioni avverse all’interno del proprio partito.

h) Integrare e rinnovare i contratti di filiera. I contratti di filiera sono misure e fondi nazionali (ai quali possono aggiungersi fondi regionali) che rispettano le norme Ue sugli aiuti di stato. Quindi sono una cosa che investe molto la competenza del Mipaaf e delle Regioni. Tra le misure sono previste quelle per la trasformazione lattiero casearia e per la produzione di carne bovina.
Bene, da più parti si chiede che siano apportate ulteriori risorse per le misure in questione e che siano convocate le Regioni per cofinanziare il maggior numero di progetti possibile. Non si può sprecare una simile occasione. Il bando è stato sicuramente un successo vista la risposta del sistema agroalimentare, anche nel Sud Italia. Sono decine i progetti presentati, diversi di questi sono zootecnici.

i) Difendere e promuovere il ruolo di pubblica utilità giocato dalla zootecnia. Tra questi progetti di filiera ce n’è qualcuno che prevede di rilanciare la linea vacca vitello (nella foto in alto) e di farlo allevando i bovini nelle zone appenniniche. Al di là del fatto che la cosa ridurrebbe la dipendenza dall’import di vitelli da parte del comparto della zootecnia bovina da carne, chiediamoci quale grande valore l’affermazione di questo nuovo tipo di zootecnia avrebbe in termini di tutela del territorio.
Gli insediamenti agricoli nelle zone collinari sono una delle poche risorse su cui le aree svantaggiate italiane possono contare per difendersi dall’erosione, dalle frane, dal dissesto idrogeologico, dall’abbandono demografico ed economico, dal degrado sociale. Un buon ministro dell’agricoltura dovrebbe tuffarsi con tutte le proprie energie nella promozione di un nuovo tipo di zootecnia come questo, dato il grande interesse pubblico che rivestirebbe. Ma in passato non si sono visti sprechi esagerati di energie, finanziarie o politiche, in quest’ambito.
E non sarebbe l’unico ruolo di pubblica utilità che la zootecnia potrebbe giocare, se adeguatamente sostenuta da un buon ministro. Sarebbero di pubblica utilità anche azioni più incisive nel campo della sicurezza alimentare, della salute pubblica, della lotta all’inquinamento, del benessere animale, eccetera. Ma negli anni scorsi al di là di grandi proclami retorici si è ottenuto ben poco di pratico da questo punto di vista.

Fermiamoci qui. E' chiaro che si potrebbero mettere a fuoco pure un decimo o un undicesimo punto. Ma anche soltanto questi nove possono già costituire un buon promemoria per il nuovo ministro, nonostante restino punti incompleti, superficiali e parziali.    

 

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