La sostenibilità non si impone per legge vietando gli allevamenti, ma accompagnando le aziende verso un miglioramento continuo, fondato su innovazione, misurazione delle prestazioni e investimenti. È questa la posizione di Coldiretti sulla proposta di legge promossa da Greenpeace (vedi quitesto-legge-con-relazione-illustrativa) e da altre associazioni ambientaliste, che punta alla riconversione agroecologica degli allevamenti definiti intensivi. A illustrarne le ragioni è Giorgio Apostoli, capo area zootecnica di Coldiretti, che in questa intervista spiega perché, a suo giudizio, il provvedimento rischia di produrre effetti opposti rispetto agli obiettivi dichiarati.
La proposta di legge vieta davvero gli allevamenti intensivi?
Sì. Il testo introduce un divieto preciso. Fino all'approvazione del Piano nazionale di riconversione vengono sospese le autorizzazioni per aprire nuovi allevamenti definiti intensivi e quelli già esistenti non possono aumentare il numero dei capi. Inoltre, il provvedimento prevede che la riorganizzazione del comparto possa passare anche attraverso una riduzione del patrimonio zootecnico nazionale. Non siamo quindi di fronte a un semplice programma di incentivi, ma al blocco preventivo di una parte del sistema produttivo prima ancora che sia definito il percorso della transizione.
Quali aziende rientrerebbero nella definizione di "allevamento intensivo"?
L'articolo 3 individua quattro criteri: più di due UBA per ettaro di superficie agricola utilizzata, prevalente dipendenza da fonti alimentari esterne non locali o regionali, densità di allevamento superiori a quelle previste dal biologico e assenza di accesso continuo e volontario all'aperto.
Il problema è che indicatori molto diversi tra loro vengono utilizzati per formulare un giudizio complessivo. Una soglia di Uba per ettaro, da sola, non dice nulla sul benessere animale, sull'uso corretto dei farmaci, sulle emissioni per unità di prodotto o sulla gestione degli effluenti.
Greenpeace sostiene però che il modello intensivo abbia costi ambientali e sanitari elevati. Non è un problema reale?
Gli impatti esistono e sarebbe sbagliato negarli. La zootecnia deve continuare a ridurre emissioni, perdite di azoto, consumi energetici e uso non necessario dei farmaci. Ma questo non significa che il divieto sia la soluzione.
Una politica efficace misura le prestazioni, fissa obiettivi progressivi e sostiene gli investimenti. Se diminuisce la produzione italiana senza diminuire la domanda, una quota crescente di latte e carne arriverà dall'estero. L'impatto ambientale non scompare: si sposta, insieme al lavoro, al valore aggiunto e alla possibilità di controllare come vengono realizzate le produzioni.
Perché ritenete sbagliata una moratoria sulle nuove autorizzazioni e sugli ampliamenti?
Perché rischia di bloccare proprio gli interventi necessari a rendere gli allevamenti più sostenibili. Pensiamo a un allevatore che voglia ampliare una struttura per aumentare lo spazio a disposizione degli animali, installare sistemi di ventilazione e raffrescamento, realizzare una vasca coperta per i reflui oppure introdurre robot e sensori.
Se questi interventi comportano anche un aumento del numero dei capi, potrebbero essere impediti fino all'approvazione del Piano. La transizione non si realizza congelando le aziende, ma orientando investimenti e competenze verso risultati verificabili.
C'è poi un altro aspetto: il Fondo previsto dalla proposta ammonta a cinque milioni di euro l'anno per tre anni, una dotazione del tutto insufficiente rispetto alla portata della riconversione immaginata.
Voi proponete di sostituire l'espressione "allevamento intensivo" con "allevamento specializzato e controllato". Non rischia di essere solo un cambio di nome?
Lo sarebbe se si trattasse soltanto di uno slogan. Per noi "specializzato" significa competenze professionali, investimenti, organizzazione e tecnologie. "Controllato" significa invece misurare e verificare nel tempo salute animale, alimentazione, qualità delle produzioni, impiego dei farmaci e parametri ambientali.
Non chiediamo di cambiare etichetta per nascondere i problemi, ma di valutare le aziende sulla base di dati oggettivi e dei risultati raggiunti, superando una contrapposizione troppo semplicistica tra allevamento intensivo ed estensivo.
La presenza degli animali in stalla può essere compatibile con il benessere animale?
Sì, se la stalla è progettata e gestita correttamente. Il confinamento, da solo, non garantisce il benessere, ma permette controlli che all'aperto non sempre sono possibili con la stessa continuità.
Si possono gestire meglio alimentazione e disponibilità di acqua, proteggere gli animali dal caldo e dagli eventi climatici estremi, rafforzare la biosicurezza e individuare tempestivamente problemi come zoppie, mastiti o cali di ingestione.
Il benessere va valutato osservando gli animali: spazio disponibile, riposo, movimento, assenza di lesioni, stato sanitario, longevità e comportamento. L'accesso all'aperto non è automaticamente sinonimo di benessere, così come la stalla non è sinonimo di sofferenza.»
Qual è il ruolo del Sistema Zootecnico Nazionale in questo modello?
Il Sistema Zootecnico Nazionale ha il compito di accompagnare il miglioramento della zootecnia italiana attraverso controlli funzionali, assistenza tecnica, laboratori, selezione genetica, formazione e informazioni affidabili.
L'obiettivo non è difendere qualsiasi situazione esistente, ma mettere gli allevatori nelle condizioni di conoscere a fondo la propria azienda, individuare le criticità, intervenire e dimostrare concretamente i risultati ottenuti.»
Perché attribuisce così tanta importanza ai dati?
Perché il futuro della zootecnia si gioca sulla capacità di trasformare i dati in decisioni. Studi condotti da diverse università europee, tra cui Wageningen, dimostrano che le informazioni generano valore quando sono di qualità, interoperabili, condivise con regole chiare e restituite a chi le produce.
In allevamento questo significa misurare, confrontare, prevedere, intervenire e verificare. Un dato può consentire di anticipare una malattia, correggere una razione alimentare, migliorare fertilità e longevità degli animali, ridurre l'uso di antibiotici e le emissioni per unità di prodotto. Può inoltre facilitare l'accesso ai premi di filiera, al credito e ai mercati.»
Quale proposta alternativa avanzate?
La nostra proposta è sostituire il divieto generalizzato con indicatori differenziati in base alle specie allevate e ai territori. Benessere animale, impiego del farmaco, emissioni, gestione dei nutrienti, biosicurezza, qualità delle produzioni ed efficienza nell'uso delle risorse devono diventare la base di piani aziendali di miglioramento.
Chi non rispetta le regole deve adeguarsi e deve essere aiutato a farlo. Chi investe, innova e dimostra risultati concreti deve essere premiato. Servono risorse adeguate, tempi realistici e una valutazione preventiva degli effetti che queste scelte potrebbero avere sulle importazioni, sull'occupazione e sulle filiere Dop e Igp.»
Qual è il messaggio alla fine?
La zootecnia italiana è consapevole di dover continuare a migliorare, ma non può essere smantellata. Spesso si dimentica che il nostro è già uno dei sistemi zootecnici più sostenibili al mondo, grazie all'efficienza produttiva, alla tracciabilità delle filiere, alla qualità delle produzioni e agli investimenti realizzati per ridurre gli impatti ambientali.
Questo non significa ignorare le criticità, ma affrontarle con serietà e strumenti efficaci. Vietare è più semplice che governare una transizione, ma non basta. La strada giusta è misurare gli impatti, controllare i processi, premiare chi migliora e riconoscere il valore degli allevatori che investono nel futuro.








