Come nasce un mais di successo

Dietro alla messa in campo di un nuovo mais ci sono anni di ricerche e test

Ogni anno le case sementiere mettono sul mercato decine di ibridi, ciascuno con caratteristiche proprie e adatte a condizioni e usi diversi. Studiati per granella o insilato, per primo o secondo raccolto, a cariosside vitrea o farinosa, resistenti all’allettamento o alla siccità o alla piralide.
Gli agricoltori prendono nota, fanno i loro conti, azzardando da qualche previsione senza base scientifica sulla stagione prossima ventura e infine scelgono.
Solitamente, un mix di varietà. Per tenere, come si dice, il piede in più scarpe e non puntare tutto il budget su un cavallo solo, con il rischio di non avere granché da raccogliere a fine estate.
Questo processo è noto a chiunque si occupi di mais. Dietro, però, c’è molto di più. Anni di ricerca e prove di laboratorio, altri anni spesi in test, prima in ambiente protetto, poi in pieno campo. E milioni, soprattutto, investiti per pagare serre, laboratori, stipendi. Tutto per arrivare a un ibrido che, si spera, migliorerà la vita dei maidicoltori, e il loro reddito.

Il controllo del comportamento in campo è un aspetto fondamentale della ricerca

Un viaggio dietro le quinte

Per capire come si arriva alla dose pronta da caricare nella seminatrice abbiamo ripercorso, per sommi capi, il cammino di una nuova varietà, dall’idea iniziale alla messa in commercio.
Lo facciamo grazie alla collaborazione di Dekalb, ramo sementiero di Bayer ma soprattutto detentore di uno dei più vasti e articolati germoplasmi in materia di mais: decine di migliaia di genotipi diversi, ci dicono i suoi ricercatori.
Il risultato sono tre video-interviste, pubblicate a puntate sul sito di questa rivista e riassunte nel testo che state leggendo.

Dicevamo dei genotipi Dekalb. Ventimila di essi sono custoditi nei campi attorno a Olmeneta (Cr), dove ha sede il centro ricerche italiano della divisione sementiera di Bayer. È qui, ci spiegano, che nascono gli ibridi dedicati sia al mercato nazionale, sia al sud Europa.

La banca dei genotipi Bayer a Olmeneta (Cr) conta oltre 20mila ibridi diversi

Alla ricerca del giusto equilibrio

Ad accompagnarci nella nostra passeggiata è innanzitutto Jean Luc Pellet, Principal Scientist per il mais di Dekalb-Bayer.

Jean Luc Pellet, Principal scientist per il mais di Dekalb-Bayer

“Il vantaggio di possedere un germoplasma tanto ampio – ci spiega – è che si hanno a disposizione migliaia di caratteri diversi, che possiamo combinare in vario modo, cercando di ottenere varietà aventi le caratteristiche più favorevoli per l’ambiente di coltivazione. Il vantaggio per gli agricoltori italiani, invece, è che queste varietà nascono qui e sono dunque testate nelle condizioni ambientali italiane”.

La ricerca dei migliori caratteri non si ferma però al pur vasto germoplasma di Olmeneta. “Reperiamo ciò che ci serve ovunque nel mondo. Può accadere, per esempio, che un determinato carattere di un ibrido destinato al mercato italiano provenga da un mais tropicale o subtropicale. Negli ultimi anni, del resto, il clima è cambiato. Oggi siamo di fronte a una varietà di scenari diversi, con annate siccitose seguite da altre alluvionali, periodi di caldo intenso e poi forti grandinate. Il nostro lavoro è adattare i mais del futuro a questa situazione, creando ibridi in grado di resistere a un clima in evoluzione”.

Con numeri così alti – si parla di decine di migliaia di genotipi diversi – diventa indispensabile il supporto delle macchine e subito, oggi, il pensiero corre all’intelligenza artificiale. “Confermo. AI e algoritmi sono per noi un grosso aiuto. Dobbiamo pensare che ogni caratteristica di una pianta sia come l’elemento di un puzzle molto complesso. Se togli un pezzo, o lo sposti, tutto il puzzle si modifica. Per ricomporlo nel modo da noi desiderato, algoritmi e IA diventano quasi indispensabili”.

Nel concludere il nostro tour per i campi di Olmeneta non possiamo fare a meno di chiedere a Jean Luc Pellet quale sia l’obiettivo di questa ricerca: sicuramente massimizzare la produzione, ma è sufficiente questo?
“Non soltanto. La resa è un obiettivo da perseguire, ma dev’essere abbinata alla riduzione dei rischi. Non avrebbe senso selezionare un mais molto produttivo che si corica al primo temporale. L’ibrido perfetto, per noi, è un equilibrio tra alta resa e tolleranza agli stress, in particolare quelli dati dal clima che si estremizza. La massima resa, insomma, con il minor rischio possibile”.

Tutti in campo

Terminata la fase sperimentale, i ricercatori hanno a disposizione un carnet di ibridi, tutti con caratteristiche più o meno simili. Per arrivare a scegliere i migliori, quelli che possono davvero far bene, è necessario metterli alla prova in una situazione reale, ossia in campo aperto, nelle più estreme condizioni ambientali e agronomiche. Se ne occupa Samuel Atanassiu, responsabile delle prove varietali per Bayer-Dekalb.

Samuel Atanassiu, responsabile delle prove varietali per Bayer-Dekalb

“Il nostro obiettivo è selezionare gli ibridi che performano di più e resistono meglio agli stress. Per questo motivo li coltiviamo in microparcelle – circa 80mila per ogni stagione – distribuite in tutto il Nord, dal Piemonte al Friuli. Qui selezioniamo gli ibridi per l’Italia, ma anche per Spagna, Portogallo, Grecia, Turchia e, da qualche stagione, per l’Egitto”.
Per estremizzare le condizioni ambientali non occorre fare nulla: ci pensa il cambiamento climatico. Se invece si parla di variabili agronomiche, è necessario l’intervento dei ricercatori.

“Facciamo diversi interventi. Per esempio, aumentiamo la densità per metro quadrato e riduciamo l’apporto di azoto. Lo facciamo sia per valutare le caratteristiche dell’ibrido, sia per selezionare i migliori, anche in base alle tendenze normative europee, che portano appunto a ridurre l’impiego di concimi e mezzi tecnici. Quelli che eccellono diventeranno ibridi a catalogo. Solitamente sono i più produttivi, ma anche quelli che resistono meglio, per esempio, al vento. Perché più una pianta produce, più si sbilancia e dunque diventa sensibile ai colpi di vento. Questo test è particolarmente severo nel Bresciano, dove quasi ogni anno abbiamo episodi simili, con forti temporali e venti impetuosi”.

Pubblico e privato

Non sono soltanto i sementieri a fare test in campo per individuare gli ibridi migliori. “La normativa europea stabilisce che le nuove varietà siano iscritte a un registro nazionale, prima di essere diffusi su larga scala. Il nostro ruolo è di effettuare i test preliminari a questa iscrizione”, spiega Anna Giulini, ricercatrice del Centro difesa e certificazione del Crea.

Anna Giulini, ricercatrice del Centro difesa e certificazione del Crea

Un ente pubblico, dunque, che in un certo senso verifica e avalla il lavoro fatto dal privato. “I nostri test sono di due tipi: descrittivi e agronomici. Con i primi valutiamo le caratteristiche morfologiche di un ibrido, utilizzando uno specifico protocollo tecnico. A seguire, facciamo test di confronto tra l’ibrido in fase di iscrizione e alcuni genotipi già sul mercato, appartenenti alla stessa classe e aventi caratteri simili al candidato. Soltanto così è possibile stabilire a quale classe appartiene un nuovo mais e come deve essere iscritto”.

Una nuova famiglia

In questo compito, i tecnici del Crea si sono trovati di fronte a un caso particolare, come ci spiega sempre Anna Giulini: “Dekalb ha chiesto l’iscrizione per un ibrido in classe Fao tardiva ma con un aspetto tra il vitreo e il semi-vitreo. Una cosa insolita, che ci ha spinti a cercare un tardivo semi-vitreo, peraltro non facile da trovare. Normalmente, infatti, gli ibridi tardivi sono dentati; questo nuovo prodotto di Dekalb, invece, ha caratteristiche più vicine agli ibridi vitrei, che tuttavia sono tipici delle classi precoci”.
L’ibrido in questione è il DKC6845 di Dekalb-Bayer, classe Fao 600 che ha, però, una granella più rotondeggiante dei tradizionali 600, caratteristica che conferisce vitrosità alla cariosside.

Emanuele Badalotti, Agronomy expert per il mais di Bayer

Lo spiega nel dettaglio Emanuele Badalotti, Agronomy expert per il mais di Bayer. “La vitrosità è importante, perché rappresenta una barriera contro parassiti e patogeni, piralide in primis. DKC6845 si presenta come vitreo, ma al suo interno è un tipico farinoso e il peso specifico, ben diverso dai vitrei che conosciamo, lo dimostra. È un prodotto con buona tolleranza alla piralide – tanto che possiamo parlare di una riduzione del danno del 30% circa rispetto a un farinoso classico – ma con caratteristiche che lo rendono adatto all’impiego per pastone o granella”.

La tolleranza alla piralide, fa notare Badalotti, determina anche miglior tenuta agli attacchi fungini: “Una granella più sana, con meno rosure da parassiti è meno sensibile alle micotossine, a iniziare dal Fusarium Verticilloides, fitopatogeno responsabile di grossi danni alla spiga. Naturalmente, questa maggior tolleranza non può prescindere da corrette pratiche di gestione dei patogeni, sempre da osservare per massimizzare i vantaggi dati dalla genetica”.

La presenza di uno stocco robusto e un apparato radicale ben sviluppato, conclude il ricercatore, rendono l’ibrido adatto anche a semine ad alta densità, superiori alle otto piante per metro quadrato.
“Il DKC6845 non è comunque il solo ibrido avente queste caratteristiche: nei nostri campi sperimentali ne abbiamo già altri tre simili. Per questo motivo direi che non si deve parlare di nuovo ibrido ma piuttosto di una nuova famiglia di ibridi, che va a creare un gruppo intermedio tra vitrei e farinosi”.

Come nasce un mais di successo - Ultima modifica: 2026-02-02T16:25:06+01:00 da Laura Della Giovampaola

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