Il lockdown ha sottolineato il ruolo chiave degli agricoltori

Gianpiero Calzolari, presidente del Gruppo Granarolo.
Poi c’è chi ha continuato a denigrarli, come la televisione. O a dimenticarli, come la politica. (l’editoriale di Gianpiero Calzolari, presidente del gruppo Granarolo, in uscita con il numero 10.2020 dell’Informatore Zootecnico)

Non accadeva dal dopoguerra, ma nel frangente del lockdown gli agricoltori sono stati definiti categoria fondamentale. Insieme al personale sanitario, abbiamo lavorato e con noi i nostri fornitori, per dare cibo ad un Paese che per 70 giorni è rimasto chiuso in casa, con uffici e fabbriche sbarrati.

Troppe volte sfugge all’opinione pubblica che se non ci fosse chi coltiva e chi alleva non ci sarebbe il cibo, e di cibo ce n’è bisogno e ce ne sarà ancora di più se la popolazione del mondo è destinata a crescere fino a superare i nove miliardi e settecentomila persone entro il 2050.

La disponibilità di cibo nei secoli ha deciso la pace e le guerre. La scoperta dei nuovi mondi e le guerre di invasione servivano a trovare sostentamento per una umanità che voleva crescere.

Noi italiani oltre a nutrirci del cibo ne abbiamo fatto un’arte che ci consente di esportare nel mondo 43 miliardi di euro sommando produzioni agricole e produzioni agroindustriali.
Se consideriamo la produzione agricola, l’industria di trasformazione, la distribuzione e la ristorazione siamo il primo settore economico e sociale del Paese con 538 miliardi di euro di fatturato e circa 3,6 milioni di occupati.

Quando tutto questo sarà finito faremo bene a ricordarlo anche a quanti in questi anni si sono compiaciuti di denigrare l’agricoltura per il presunto inquinamento delle falde e dell’atmosfera o perché, secondo alcuni, sfrutteremmo i nostri animali. È incredibile la vergogna di alcune testate della televisione pubblica che ha continuato, anche nei giorni più drammatici dell’epidemia, a divulgare una immagine offensiva e falsa del mondo agricolo.

Stiamo rinunciando a giocare all’attacco

Devo però riscontrare che sono bastate poche settimane dagli assalti ai supermercati per ricondurci, mogi mogi, all’angolo del dibattito politico.
Colpa della classe politica certamente, ma sarà pure anche colpa nostra se ogni volta lasciamo che ci utilizzino per scelte, per quanto meritevoli come gli aiuti agli indigenti o la regolarizzazione di seicentomila lavoratori stranieri, che con l’agricoltura hanno poco a che fare.

Se il comparto non riesce a rivendicare una politica agricola nazionale neppure quando ci viene riconosciuto, pubblicamente e per decreto, che siamo un comparto essenziale, è difficile immaginare che le cose possano mettersi per il meglio nel prossimo futuro. Già siamo tutti in fila per vendere qualche forma o qualche prosciutto in più, o magari per chiedere una qualche altra forma di sussidio, intanto che industria e produzione agricola riaprono la ciclica battaglia sul prezzo del latte.

E grazie a Dio che nel frattempo la gdo, ancora frastornata dal rocambolesco susseguirsi di nuove regole sanitarie e di nuove richieste del consumatore, non ha ancora trovato il tempo per aprire la bagarre sui listini.

Il fatto è che quando usciremo dalla più grave crisi del dopoguerra saremo gli stessi di prima, solo molto più malconci di prima.

Un esempio per tutti: siamo strutturalmente non autosufficienti in termini di latte che serve al consumo ed all’industria e continuiamo a minacciare l’Europa di mangiare solo italiano, viviamo di localismi che spacciamo per territorialità e rinunciamo a giocare all’attacco.  Peccato che con Expo 2015 avremmo potuto cambiare di passo ma poi siamo frettolosamente tornati in difesa.

Il mondo ha capito che così non andremo avanti e o l’umanità corre ai ripari o finirà per far ammalare irreversibilmente il pianeta. Ora sappiamo che le attività umane che potremo consentire sono le sole attività la cui sostenibilità è dimostrabile.

Di fronte al Green Deal europeo

La Comunità europea di Ursula Von der Leyen, presidente della Commissione Ue, sta implementando le nuove strategie di crescita sostenibile attraverso il Green Deal europeo. Si tratta di una serie di misure per rendere meno dannosi per l’ambiente la produzione ed il consumo di materie prime e di energia e rendere più sostenibile lo stile di vita dei cittadini europei.

Si tratta di un piano ambizioso, che varrà per i prossimi 30 anni e che prevede nuovi investimenti e nuove leggi che attiveranno piani strategici ed azioni concrete.

L’idea di fondo è che ogni strategia coinvolgerà trasversalmente ogni comparto produttivo ed ogni politica nazionale, ma certamente per noi sarà fondamentale presidiare, proprio per l’importanza economica che dicevo in premessa e per la peculiarità tutta italiana del nostro modo di produrre, trasformare, distribuire e consumare cibo, il Farm to Fork.

Fra i titoli più importanti cito la riduzione dei pesticidi e dei fertilizzanti, il contrasto all’impiego di antibiotici nell’allevamento, il benessere animale, l’etichettatura nutrizionale, ma anche la tutela del lavoro, il potenziamento delle risorse destinate a ricerca ed innovazione e molto altro. La nuova Pac sarà segnata da questa nuova strategia.

Chi si illude di contrastarla commette una stupidaggine. Io la vedo così: o assumiamo la responsabilità di questa sfida o prevarranno derive radicali ed ideologicamente ambientaliste e ancora, se l’agroalimentare italiano, nelle sue diverse componenti e nell’articolazione delle tante anime che lo agitano, non saprà mettere a fuoco l’approccio italiano al Farm to Fork  prevarranno ancora una volta le agricolture del Nord Europa e a noi chiederanno di produrre di meno.
Non è una preoccupazione, è certo che sarà così.

Dovremo invece dimostrare di essere capaci di produrre di più, di produrre sprecando di  meno, utilizzando meno chimica e meno farmaci, riducendo le nostre emissioni, garantendo nel contempo la nostra ineguagliabile sicurezza alimentare e la preziosa qualità dei nostri prodotti, del nostro latte, dei nostri formaggi e di quel tesoro che è il cibo italiano.

Portiamoci a casa dalle nostre aziende migliori, dalle università e dai centri di ricerca tutto il sapere che serve e mettiamoci in moto, costringiamo la politica a fare il proprio mestiere.
Attardandoci a strappare la miseria di un sussidio o a litigare per il prezzo, l’Italia Agricola rischia di arrivare a giochi fatti.

 

Il lockdown ha sottolineato il ruolo chiave degli agricoltori - Ultima modifica: 2020-05-26T14:52:27+02:00 da Giorgio Setti

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