Dal Clal conferme per allevatori ottimisti

clal imbottigliamento latte
Secondo Clal.it, da gennaio a maggio di quest’anno le consegne di latte in Ue hanno registrato una flessione dell’1,12% rispetto allo stesso periodo del 2016. Per i prossimi mesi si preannuncia un periodo positivo

I dati di Clal.it, portale di riferimento a livello mondiale per il settore lattiero caseario, confermano l’ottimismo che serpeggia fra gli operatori e in particolare fra gli allevatori. La crisi drammatica che si è abbattuta sul comparto in particolare nel 2015 e per tutta la prima metà del 2016 è alle spalle.

Per i prossimi mesi, stante la diminuzione delle produzioni globali di latte, si preannuncia un periodo positivo, favorevole anche a quegli investimenti che la depressione dei listini del passato ha rimandato.

La barra, secondo gli analisti di Clal.it, dovrà essere tenuta dritta sulla qualità, il benessere animale e la sostenibilità, elementi sempre più determinanti per garantire margini di guadagno più elevati e per mettere in maggiore sicurezza le produzioni da repentini crolli del mercati, per quanto a oggi non si prevedano scossoni.

 

Frenano le consegne in Europa

Nei primi cinque mesi del 2017 le consegne di latte in Unione europea sono state di 65.722.000 tonnellate, con una flessione dell’1,12% rispetto allo stesso periodo del 2016.

A frenare di più sono state le produzioni lattiere in Croazia (-5,26%), Germania (-3,76%), Malta (-3,46%), Francia (-3,24%), Lituania (-3,09%).

Giù anche le consegne in Olanda (-0,52%) Regno Unito (-1,64%), Danimarca (-1,88%), Svezia (-3,12%).

Le ragioni di un decremento sono molteplici e vanno ricondotte a diversi fattori. L’Olanda, a esempio, ha varato una politica di marcata natura ambientalista, con una forte attenzione a contrastare i livelli di fosfato nel terreno, attraverso tre tipologie di misure: regolazione della riduzione del fosfato 2017; uso dell’alimentazione nel settore lattiero-caseario; regolamentazione delle sovvenzioni per le aziende che cessano la produzione lattiera.

In altri casi, la diminuzione della produzione di latte è dovuta dalla chiusura delle stalle. Un problema che affligge l’Italia, ma anche larga parte dei Paesi dell’Ue-28. Non sempre, per fortuna, l’abbandono delle strutture coincide con una contrazione produttiva pari al numero di vacche in lattazione dismesse.

In molti casi le stalle superstiti concentrano un numero maggiore di animali. Il caso italiano, in questo senso, è emblematico, per quanto il problema del ricambio generazionale sia uno dei nodi da risolvere nel più breve tempo possibile.

 

Qualcuno produce di più

Si assiste, invece, a un incremento delle produzioni per il periodo gennaio-maggio 2017 su base tendenziale in Irlanda (+6,84%), in Spagna (+0,32%), a Cipro (+11,18%), in Polonia (+3,51%), in Repubblica Ceca (+2,84%), in Bulgaria (+4,71%), in Romania (+2,70%).

Aumenta anche la produzione italiana: +1,17%, pari a una produzione complessiva dei primi cinque mesi di quest’anno di 5.149.000 tonnellate, contro i 5.090.000 dello stesso periodo del 2016. Lo scorso anno la produzione complessiva di latte fu di 11.524 tonnellate, pari al 3,3% in più sul 2015.

 

Le produzioni a livello mondiale

Anche per il periodo gennaio-giugno 2017 le consegne di latte a livello mondiale dei principali paesi esportatori (Australia, Bielorussia, Cile, Nuova Zelanda, Turchia, Ucraina, Ue-28, Usa, Uruguay) risultano in flessione: -0,2% rispetto allo stesso periodo del 2016.

In particolare, i rallentamenti maggiori li hanno registrati Australia (-6,1%), Turchia (-4,4%) e Unione europea (-1,5%).

Crescono, invece, le produzioni nel primo semestre di quest’anno su base tendenziale, di Stati Uniti (+1,4%), Cile (+5,8%), Uruguay (+3,8%), Bielorussia (+2,2%), Nuova Zelanda (+2%).

 

Il caso del burro in Ue

L’Ue-28 ha prodotto 128mila tonnellate di burro in meno nel periodo compreso tra giugno 2016 e aprile 2017. Una diminuzione dovuta, verosimilmente, a più fattori concomitanti. È comunque palese una diminuzione del contenuto di grasso nel latte (-1,8%), confermato da parametri mensili costantemente in diminuzione, proprio dal giugno 2016. E nel periodo febbraio-aprile 2017 sono stati registrati i livelli più bassi nelle percentuali di grasso nella materia prima.

Il trend ribassista ha avuto riflessi anche sui prezzi di mercato. Sulla piazza di Hannover (Germania), la quotazione del burro è oscillata da un minimo di 6.100 euro a un massimo di 6.300 € alla tonnellata, contro i 3.256 €/ton di quotazione media nel 2016 e i 2.935 €/ton di quotazione media del mese di luglio 2015.

 

I prezzi di burro e Smp

La crescita dei prezzi del burro è stata costante in Germania da aprile 2016, con performance in crescita di oltre l’80% su base tendenziale da aprile 2017. Addirittura, il mercato ha segnato un boom del 101% a giugno, sempre su base tendenziale, e un ulteriore incremento del 90,4% nei primi 12 giorni di luglio.

La Gdo e i principali acquirenti si chiedono quanto durerà tale impennata. Sarà strutturale? Durerà fino a fine anno? O di più? E con quali conseguenze sugli approvvigionamenti?

Da un confronto dei dati di Clal.it, si vede che dallo scorso aprile in Germania si sta ampliando il divario tra il prezzo della polvere di latte scremato (Smp), in questo mese quotata mediamente 1.883 €/ton, e il burro, che ha raggiunto i 6.200 €/ton di media, come già riportato più sopra.

È ancora conveniente, a queste condizioni, produrre polvere di latte scremato? Su scala mondiale la Smp sta perdendo terreno. Negli Stati Uniti il trend negativo ha portato le polveri di latte scremato dai 1.821 €/ton di giugno a 1.723 euro. In Oceania, il Global Dairy trade di inizio luglio ha rallentato le quotazioni di polvere di latte scremato del 7,3%, fermandosi a 1.838 € alla tonnellata.

 

FOCUS FRANCIA E GERMANIA

Monitorate pressoché in tempo reale e con dati più aggiornati rispetto alle consegne dell’Ue-28, le produzioni lattiere di Francia e Germania confermano il trend prudente delle produzioni comunitarie e registrano una contrazione anche a giugno e nelle prime settimane di luglio rispetto agli stessi periodi dello scorso anno, con un decremento più marcato - in Germania - nelle regioni della Turingia, Brandeburgo, Meclemburgo-Pomerania Occidentale, Sassonia, Sassonia-Anhalt e, in Francia, nella zona della Auvergne Rhones-Alpes, Normandia, Bretagna e nella regione della Loira.

Al di là della diminuzione delle produzioni, c’è anche un altro aspetto che accomuna lo scenario lattiero caseario dei due Paesi che trainano l’economia dell’Ue ed è la volontà della filiera di riconoscere una cifra più alta del prezzo del latte. Una scelta non casuale, ma dettata dalla necessità di restituire vitalità al comparto della produzione, fiaccato tanto in Germania quanto in Francia.

Recentemente, il quotidiano francese Le Figaro ha reso noto che il distributore indipendente E. Leclerc si è impegnato nelle scorse settimane a pagare gli allevatori fornitori del proprio marchio commerciale 350 euro per 1.000 litri di latte.

Un impegno assicurato fino alla fine dell’anno, in attesa delle misure di regolamentazione dei mercati da parte dei poteri pubblici. Leclerc, tuttavia, non si è fermata a riconoscere un emolumento più generoso agli allevatori, ma ha messo in piedi una sorta di commissione per le sfide agricole, con lo scopo di “riflettere, proporre degli accordi di partenariato e ricercare ogni forma di valorizzazione dell’offerta al di fuori delle negoziazioni”, come dichiarato da Michel-Edouard Leclerc, presidente del gruppo.

Leclerc, allo stesso tempo, ha invitato gli allevatori ha spiegare come intendono organizzarsi per competere su mercati “sempre più concorrenziali e volatili”, suggerendo di adottare modelli di produzione diversificati.

A che in Germania la Deutsches Milchkontor (Dmk), la più importante cooperativa lattiero casearia tedesca, ha fatto scattare l’aumento di due centesimi al litro dall’inizio di luglio, in modo da raggiungere il pagamento di 35 cent . Nel 2016 il prezzo del latte pagato da Dmk ai soci-produttori è stato mediamente pari a 25,2 cent al litro, a fronte dei 27,6 cent assegnati nel 2015. Prezzi che hanno lasciato scontenti gli allevatori, quando non si sono ritrovati del tutto in ginocchio.

Allo stesso tempo, l’amministratore delegato di Dmk, Ingo Mueller, ha promesso una maggiore flessibilità dei contratti, come riportato dal quotidiano Handelsblatt. Azioni che si sono rese necessarie “per riguadagnare la fiducia di ogni singolo produttore”, visto che hanno annunciato di dimettersi circa 1.100 allevatori, con un presunto crollo dei ritiri di 1.700.000 ton di latte su 7.300.000 lavorate nei 20 stabilimenti situati in Germania tra il 2018 e il gennaio 2019.

Dmk discuterà anche una modifica statutaria che permetterà agli allevatori soci di ridurre da due anni a un anno l’obbligo di conferimento del latte.

 

RABOBANK: L’EXPORT GUARDI AL SUD-EST ASIATICO

Il colosso bancario olandese Rabobank condivide l’analisi di Clal.it e individua l’area del Sud-Est Asiatico, oggi autosufficiente per i prodotti lattiero caseari solamente al 20% dei propri consumi, come opportunità di export. In particolare, l’invito a concentrarsi su tali aree, individuando Indonesia e Vietnam fra i paesi target, arriva da Sandy Chen, senior analist per l’Asia nel settore lattiero caseario e bevande. Chen si rivolge in particolare alla Nuova Zelanda, parlando al portale ovviamente neozelandese Rural News Group. Ma la raccomandazione a esplorare il Sud-Est Asiatico era già stata rivolta lo scorso gennaio agli operatori italiani da Angelo Rossi, fondatore di Clal e di Teseo, in un incontro alla cooperativa Agriform di Sommacampagna. Anche lui, analizzando il fabbisogno di grandi Paesi come Vietnam e Indonesia, carenti di latte e in espansione sul piano economico (che si trascina la crescita sul piano alimentare), aveva suggerito di posizionare le bandierine del made in Italy in quell’area. Magari facendo leva, anche se non esclusivamente, su prodotti come la panna, che ha registrato una forte crescita nella zona, a partire dalla Corea del Sud.

Certamente, per Chen la Nuova Zelanda non dovrà abbandonare i rapporti commerciali con la Cina, anzi. La raccomandazione che rivolge ai produttori e la filiera lattiero caseari a neozelandese, infatti, è quella di concentrarsi sulla sicurezza alimentare, sull’innovazione, sul miglioramento del valore aggiunto e sull’ampliamento della gamma dei prodotti destinati entro i confini della Grande Muraglia.

«Siamo consapevoli del fatto che la Nuova Zelanda fornisce con successo la Cina con i propri prodotti lattiero caseari, ma sarebbe opportuno ora concentrarsi su prodotti a più elevato valore aggiunto», afferma Sandy Chen. Tradotto: la Cina chiede prodotti di qualità superiore rispetto al passato. Quindi, meglio rallentare con l’offerta di polveri, che hanno basso valore aggiunto e non sono sinonimo di qualità, è scommettere su prodotti come il siero di latte, le siero-proteine del latte, il latte per l’infanzia, i formaggi, la mozzarella.

La Cina continuerà a crescere e a rimanere un paese strategico per l’export della Nuova Zelanda, ma i ritmi di crescita saranno più lenti rispetto al passato. Il Sud-Est Asiatico, per il profilo demografico giovane e per le solide prospettive di crescita economica avrà migliori margini di crescita nel comparto lattiero caseario. Motivo per cui la Nuova Zelanda, pur senza abbandonare la Cina, dovrebbe tenere in considerazione proprio questa specifica area.

Dallo scorso anno ha ripreso a correre anche il mercato cinese. Nel 2016, infatti, secondo i dati riportati da Rabobank le importazioni in equivalente latte sono cresciute del 17%, chiamate a compensare il calo del 4% della produzione interna, pari a 1,5 miliardi di litri di latte.

Per il secondo semestre del 2017 le importazioni in Cina dovrebbero aumentare, per effetto delle conseguenze climatiche e per una ripresa stagionale della domanda, tradizionalmente più forte nella seconda metà dell’anno.

 

GLI USA ESPORTANO PIÙ IN CINA CHE IN CANADA

Protezionismo contro liberismo, American First, ma rotte commerciali aperte. Sembra essere questo il messaggio dei mercati al presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che da quando ha vinto le elezioni ha deciso di far saltare ogni trattativa commerciale internazionale e ha annunciato di voler ridiscutere il nafta, il trattato di libero scambio commerciale del Nord America.

In ogni caso, le esportazioni di prodotti lattiero caseari statunitensi continuano la propria corsa nel periodo gennaio-maggio 2017: +13,9% in quantità e +26,4% a valore.

Il Messico si conferma il primo mercato per l’export in quantità e valore, agevolato da una lunga frontiera non ancora chiusa da un muro. Tuttavia a colpire è la crescita delle esportazioni a stelle strisce verso la Cina. Nei primi cinque mesi del 2017, come registra infatti il portale Clal.it, sono aumentate in quantità le esportazioni di formaggi (+40%), di Smp (+147%), di polvere di siero (+64%), di latte per l’infanzia (+15%).

È indubbiamente un incremento costante, tanto che dallo scorso febbraio l’export mensile statunitense diretto in Cina ha superato in termini di valore quello diretto nel confinante Canada. È questa la vera notizia.

Osservando i prodotti esportati dagli Usa, vanno alla grande i formaggi (+21,7% in volume, +23,8% in valore), la Smp (+22,2% in volume, +33,4% in valore), la polvere di siero (+18,9% in volume, +37,7% in valore).

Nei primi cinque mesi del 2017 le esportazioni di formaggio hanno raggiunto i 601 mln di dollari, recuperando quasi del tutto i valori dello stesso periodo del 2015, ma rimanendo ancora lontani rispetto ai 752 milioni di dollari del periodo gennaio-maggio 2014.

 

L’INDIA SI PREPARA A ESPORTARE

India e Pakistan hanno incrementato le produzioni di latte fresco.

Secondo il rapporto Ocse e Fao, rilanciato dall’agenzia di stampa Reuters, “la crescita dei consumi di latte fresco è eccezionale, con il risultato che il latte è ora diventato il prodotto con il più alto tasso di crescita dei consumi rispetto a tutte le altre merci preso in considerazione”.

La domanda di latte fresco in India costituisce la principale fonte proteica, al contrario del Sud-Est Asiatico dove è il pesce a occupare la prima fonte proteica a livello di dieta alimentare.

E proprio nel settore lattiero caseario, l’India non si aspettava di raggiungere livelli significativi di export, proprio a causa dell’enorme domanda interna di prodotto.

 

IL MADE IN ITALY SI AFFIDA ALL’EXPORT

Se la produzione di latte nazionale aumenta, come riportato da Clal.it (+1,7% tra gennaio e maggio 2017 sullo stesso periodo del 2016), migliorano anche le esportazioni, che rappresentano una valvola di sfogo per mantenere su un piano di moderata effervescenza il mercato, per quanto nelle ultime fasi si sia registrato un andamento ondivago.

Le quotazioni di latte sulle due piazze di riferimento per l’Italia, Lodi e Verona, si sono posizionate rispettivamente a 43,25 e 42,50 euro/tonnellata nella seduta borsistica del 17 luglio scorso (ultima disponibile), in crescita del 33,08% e del 24,05% rispetto allo stesso periodo del 2016.

La crescita delle consegne di latte è comunque assorbito dall’incremento delle esportazioni. L’export italiano di prodotti lattiero caseari italiani tra gennaio e aprile aumenta in quantità (+10,2%) e in valore (+11,3%) su base tendenziale, mentre diminuiscono le importazioni (-12,7%).

Il saldo commerciale è ancora negativo: 838.087 tonnellate importate contro le 330.663 esportate, ma il bilancio è migliorato. In particolare, scendono le importazioni di burro, latte e panna, ma anche quelle dei formaggi, compresi quelli duri non dop.

Le esportazioni dei principali formaggi nel mese di aprile 2017 confrontate con aprile 2016 sono aumentate in volume relativamente ai formaggi grattugiati o in polvere (+13,7%), i formaggi freschi fra cui mozzarella e ricotta (+10,9%), Pecorino e Fiore Sardo (+5,3%), Grana Padano e Parmigiano Reggiano (+4%), mentre sono diminuite quelle di Provolone (-0,7%), Gorgonzola (-2,1%), Asiago, Montasio, Ragusano, Caciocavallo (- 41%).

Fra gennaio e aprile di quest’anno, le esportazioni di formaggi hanno segnato una ripresa anche analizzando il parametro molto indicativo dell’equivalente latte, a conferma di un alleggerimento sul mercato nazionale, utile a ridare slancio al settore. Conti alla mano, l’export dei principali formaggi dop nei primi quattro mesi del 2017 è cresciuto in equivalente latte del 5,6 per cento.

L’export italiano si espande in tutte le aree del mondo: Francia, Germania, Regno Unito, Spagna, Europa extra Ue, Nord America e Oceania. Ed è boom (+90,76%) verso l’Africa, dove vengono commercializzate 23.000 tonnellate in equivalente latte, contro le 2.000 dell’Asia (che sono stabili rispetto al gennaio-aprile 2016).

È ancora boom l’esportazione al 30 aprile di latte e panna (+51,6% in quantità e +58,8% a valore), con la panna alimentare che registra un’esplosione del 250% circa sia in volumi sia in valore. Positivo anche l’export di formaggi freschi e grattugiati, le polveri (Smp e Wmp) e il latte per l’infanzia.

Grana Padano e Parmigiano Reggiano, sostanzialmente stabili in quantità e in accelerazione a valore (+7,7%), avanzano dell’11% in volume in Olanda e in Canada, quest’ultimo un segnale positivo in vista dell’entrata in vigore del Ceta, dove i due formaggi dop sono tutelati.

 

Leggi l’articolo su Informatore Zootecnico n. 14/2017

L’edicola di Informatore Zootecnico

CONDIVIDI

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci il tuo nome