Le indicazioni di Giorgio Borreani per ottenere un insilato di mais, o un pastone, in grado di soddisfare al meglio le esigenze di un allevamento di bovini

Strategie di campo per un buon silomais

silomais
La “linea lattea” segna la separazione tra la parte solida (o cerosa) della granella e quella lattescente. Più la linea lattea è vicina all’inserzione della cariosside sul tutolo, più la quantità di amido accumulata è elevata

«Confermiamo che il silomais e il pastone di mais rimangono due alimenti strategici per l’azienda zootecnica da latte e da carne della Pianura padana, dove la disponibilità di acqua è adeguata». È quanto ribadisce all’Informatore Zootecnico Giorgio Borreani, professore ordinario di Agronomia al Dipartimento di scienze agrarie, forestali e alimentari (Disafa) dell’Università di Torino, nonchè responsabile del Forage Team della stessa università.
Di fronte dunque all’importanza di questi due prodotti nell’alimentazione animale, e data la loro grande diffusione nella zootecnia bovina dell’Italia settentrionale, abbiamo chiesto al docente piemontese di indicare le scelte tecniche più opportune per la loro più efficiente produzione.

Giorgio Borreani è professore ordinario di Agronomia e coltivazioni erbacee all’Università di Torino
e responsabile del Forage Team

Professor Borreani, perché definisce strategici questi due alimenti?
Perché il mais, nelle zone in cui l’acqua è disponibile, rimane la coltura più produttiva come quantità di energia per ettaro. Nella versione del silomais l’energia è un po’ più diluita, benché le strategie che potremo approfondire più avanti richiedano oggi di cercare sempre più di avere il massimo dell’energia per chilo di sostanza secca del nostro silomais. Lo stesso vale per la versione del pastone, dove l’energia è più concentrata. Si tratta in ogni caso di una coltura chiave.

Ma la loro produzione in campo spesso deve fare i conti con fenomeni meteo sempre più imprevedibili o intensi.
Data l’importanza di questi due prodotti, lavorarli al meglio è l’obiettivo dei nostri agricoltori. L’anno scorso abbiamo avuto delle produzioni interessanti. L’anno precedente ci sono stati problemi relativi alla semina: ritardi di semina a seguito dell’estrema piovosità durante il periodo di intervento; questi ritardi di semina hanno comportato a cascata altri ritardi nel processo di coltivazione, inoltre hanno portato a seminare classi di ibridi non adeguate che hanno provocato una riduzione media della produzione.

E quest’anno?
Adesso le semine del mais per fortuna stanno partendo bene. La stagione è partita positivamente perché sui terreni ha piovuto bene, le riserve idriche dei suoli si sono elevate, quindi partiamo con terreni che hanno l’acqua al massimo della loro capacità. Di conseguenza siamo partiti da fine marzo come al solito, la prima epoca di semina disponibile: prima si riesce a seminare meglio è, e questo i nostri agricoltori lo sanno da tanti anni, ribadiamolo ma non sono certo io che insegno loro questa particolarità.

Parlando di semina bisogna toccare la questione della scelta della classe degli ibridi.
È sempre importantissimo scegliere la classe adeguata alla data di semina. E questo vale soprattutto per le semine successive, cioè quelle nei secondi raccolti, dopo il loglio italico e i cereali vernini; in questi casi è importante scegliere delle classi adeguate, che tendenzialmente nella Pianura padana irrigua possono orientarsi isulla classe 500. Quest’ultima è una classe un po’ più corta dei 6-700 ma ha delle capacità genetiche molto importanti e quindi permette di ottenere ottime produzioni.

E poi c’è la questione irrigazione.
Una cosa che è emersa negli ultimi anni, in maidicoltura, è la seguente. Le elevatissime temperature che spesso registriamo soprattutto durante il periodo della fioritura a fine giugno, e in tutto il mese di luglio, chiedono di dedicare attenzione particolare appunto all’irrigazione. Perché sono proprio gli stress idrici che poi possono portare all’infezione da parte dell’Aspergillus flavus e al rischio di veder aumentare la produzione di micotossine, soprattutto per quanto riguarda l’aflatossina. Quest’ultima, come sappiamo, nel settore latte è una delle micotossine più insidiose in quanto poi viene trasmessa nel latte e comporta dei danni che tutti i nostri allevatori conoscono benissimo; addirittura se supera i limiti di legge la presenza di aflatossina richiede la distruzione del nostro latte.

E dunque come può tradursi in iniziative pratiche questa particolare attenzione che è opportuno dedicare all’irrigazione del mais?
Si può segnalare soprattutto questo: dall’inizio dell’emissione del pennacchio fino all’inizio della maturazione lattea l’irrigazione deve essere effettuata al massimo dell’efficienza, anche appoggiandosi all’uso di sensori. E gli agricoltori che non dispongono di sensori o di sistemi di irrigazione automatica dotati di sonde per l’umidità dovrebbero andare in campo e verificare che la coltura non vada mai in stato di stress. Appena appaiono sintomi di stress idrico come l’ingrigimento delle foglie, in quel momento bisogna cercare di intervenire il più in fretta possibile con l’irrigazione.

Il mais si è rivelato particolarmente sensibile ai cambiamenti climatici.
Certo, guardiamo soltanto all’aumento delle temperature in campo: questo provoca a sua volta un aumento dell’evapotraspirazione e quindi della domanda di acqua da parte delle piante. Quindi il coltivatore può dirsi tranquillo nelle aree in cui si può fare irrigazione per scorrimento, perché quando arriva l’intervento irriguo abbiamo 80, 100, 150 mm di acqua e quindi la coltura riesce immediatamente a trarre beneficio dall’irrigazione. Dove invece sono disponibili soprattutto sistemi di irrigazione a pioggia, bisogna essere in grado di fornire acqua velocemente alla coltura.

Perché velocemente?
Perché all’interno della durata complessiva dell’intervento irriguo, nell’ambito del tempo necessario per coprire tutta la superficie aziendale investita a mais, magari l’agricoltore può arrivare tardi sugli ultimi appezzamenti. E quindi in quegli ultimi campi rischia poi di avere piante stressate che possono avere un accumulo di aflatossina, oltre che chiaramente avere anche una forte riduzione della potenzialità produttiva; e dunque rischia di perdere questi campi.

Quindi come far fronte a questa eventualità?
Quindi nelle aree in cui magari c’è meno acqua, o è più difficile distribuirla per carenze strutturali che molte aziende possono avere, all’agricoltore può risultare conveniente adottare, a parità di data di semina, dei cicli un po’ più corti. In tal modo può cercare di riuscire a fornire meglio l’acqua alle sue colture; se invece adottasse cicli troppo lunghi si esporrebbe al rischio di perdere il ritmo giusto degli interventi irrigui.

Cicli più corti: quindi scelta della classe 500?
In sintesi, sempre facendo riferimento alla Pianura padana:
- Ok 500 sui doppi raccolti in zone irrigue buone.
- In prima epoca invece, e sempre nelle zone irrigue buone, saranno adatte classi 600-700 sia per il pastone che per il silomais; quindi possiamo dire per semine fino alla prima metà di maggio, fino al 15-20 maggio.
- Per semine dopo il 20 maggio nelle aree irrigue vocate si può andare sui 500 perché queste classi hanno delle buone produttività ma accorciano un pochino il ciclo; e quindi riescono a maturare meglio, quindi a non arrivare troppo tardi nella stagione.
- Se invece andiamo soprattutto su secondi raccolti in zone meno vocate, conviene decisamente usare delle classi più brevi, che possono essere 400, 300, ovviamente scegliendo quelle che sono più adeguate, che hanno risposto meglio nell’area dove l’azienda è allocata.

Un intervento di emergenza per accorciare il ciclo della coltivazione non potrebbe essere anche quello a un certo punto di cambiare idea sul prodotto finale, passando da pastone a silomais?
Le aziende agricole il cui obiettivo è di fare solo silomais non hanno questa possibilità di scelta. Fra queste abbiamo aziende che hanno scelto negli ultimi anni di non fare pastone anche a causa del fatto che con il pastone bisogna adeguare le trincee, la gestione delle trincee, perché il pastone è un prodotto un pochino più delicato, richiede un’attenzione particolare nella gestione della trincea.

E le aziende che invece si ripromettono di ottenere sia silomais sia pastone?
Le aziende che hanno scelto di ottenere entrambi i prodotti molto spesso decidono quali campi destinare al pastone e quali campi destinare al silomais. Talvolta lo decidono a priori. Però altre volte, a seconda di come va la stagione, se magari ci sono stati stress idrici su alcuni campi che erano più lontani, l’agricoltore può convertire e dire: vedo che la mia coltura non sta chiudendo bene la granella, posso anche anticipare. Per esempio nell’anno della grande siccità, il 2022, abbiamo avuto delle aziende che hanno trinciato molto precocemente, salvando così dei prodotti che altrimenti sarebbero andati perduti; di fronte a queste scelte abbiamo avuto delle sorprese molto positive sulla qualità del foraggio che è stato prodotto, per coltivazioni che in quel caso sarebbero state perse completamente. Quindi sicuramente questa può essere una strategia colturale.

Passiamo al caso di un agricoltore che intenda fare solo silomais e che pensi di anticipare la raccolta.
Sul silomais, oggi, anticipi del momento di raccolta noi li consigliamo solo in caso di rischi di stress idrico, come si accennava prima, e quindi di incapacità dell’azienda di poter irrigare. Però tendenzialmente oggi sul silomais sia gli americani, sia noi dell’Università di Torino, sia anche colleghi di altre università italiane, si sta suggerendo di andare un pochino più avanti sull’epoca di raccolta perché così aumenta la quantità di amido accumulato nella spiga e quindi aumenta il valore energetico della nostra coltura.

L’importante, per procedere alla raccolta, è che sia stata raggiunta la maturazione cerosa?
Il termine “cerosa” a me non piace molto perché è un termine troppo generico: tutti raccogliamo alla maturazione cerosa, a seconda di come la vediamo. È meglio far riferimento alla “linea lattea”, cioè quella linea di demarcazione tra la parte lattea e la parte cerosa. E dunque: meglio raccogliere quando la linea lattea abbia ampiamente superato il 50%. Anzi, una volta indicavamo il 50%, oggi siamo più orientati - se c’è l’acqua, se le condizioni ambientali sono ottimali - ad andare sul 60-70%.

Cosa indicano queste percentuali?
Quando in questo caso diciamo 60-70% non parliamo della percentuale di amido, ma della percentuale della componente cerosa della granella; della componente cerosa, non dell’amido. Se facessimo riferimento all’amido, per il silomais avremmo percentuali del 32, 34, talvolta 37% di amido sulla sostanza secca.

Ci sono strumenti che indicano queste situazioni, per esempio se ci troviamo al 60% della componente cerosa?
No, strumenti non ce ne sono; c’è l’osservazione visiva diretta, ma è cosa abbastanza facile. Ci sono diverse pubblicazioni che forniscono i dettagli su queste situazioni: lo abbiamo fatto anche noi su varie riviste specializzate fra cui l’Informatore Zootecnico. Nel grafico, nella tabella e nelle tre foto chiariamo più a fondo il rapporto tra linea lattea e giusto intervallo di raccolta.

L’accorgimento di far riferimento alla linea lattea della cariosside viene applicato anche per il pastone.
Sì, per il pastone il momento migliore per la raccolta si colloca dall’80-90% della linea lattea fino al “punto nero”. Per il pastone, se le condizioni idriche e di sanità della pianta sono ottimali, più si va verso il punto nero più la produttività è elevata. E nel pastone l’amido è più concentrato.

La comparsa di uno strato nero all’inserzione della cariosside sul tutolo (stadio di “punto nero”) indica che un ulteriore accumulo di amido non è più possibile. Questo perché a tale stadio i fasci vascolari, attraverso i quali le sostanze nutritive vengono trasferite dal tutolo alla cariosside, hanno perso la propria funzionalità.

La foto pubblicata nella pagina accanto mostra cosa si intende per punto nero. Possiamo ora affrontare l’ipotesi del secondo raccolto.
Nel caso dei secondi raccolti le classi sono più corte a seconda di quale coltura precede il mais. Se si semina mais dopo un frumento insilato, o dopo un triticale, il ciclo si accorcia già notevolmente. Inoltre bisogna sempre collegare questa scelta alla vocazione dell’acqua, cioè alla disponibilità e capacità dell’azienda di disporre di acqua. E mentre in passato si diceva che le semine dopo il primo luglio possono diventare non convenienti, oggi con nuovi ibridi e nelle aziende dove c’è l’acqua si possono anche avere buone soddisfazioni, ossia produzioni soddisfacenti, anche con semine fino a inizio luglio.

E dopo?
Dopo metà luglio invece conviene orientarsi verso altri erbai, quali il sorgo da foraggio, i vari migli, la Setaria italica, quindi altre colture che hanno cicli più corti e sono meno esigenti dal punto di vista idrico. Al sorgo da foraggio, al gruppo dei migli foraggeri, come la Setaria italica. Ma ci sono anche delle altre specie foraggere utili, come il Pennisetum…

Fin qui la scelta del tipo di coltura e dell’epoca di semina. Ora potremmo passare a discutere della raccolta, dell’entrata in azione della trincia, operazione che l’agricoltore eventualmente può anche richiedere al contoterzista. Che tempistiche ci sono?
La raccolta, come dicevo, andrebbe pianificata. E oggi, anche con il problema delle elevate temperature, talvolta abbiamo dei notevoli anticipi del momento di raccolta: ci troviamo tranquillamente ormai a dover agire a metà agosto, con raccolte che ogni anno vedono un anticipo perché le temperature sono sempre più alte.

Citavamo prima la linea lattea della cariosside.
Certo, un primo consiglio è il seguente. Ricordiamo che, anche se sembra che la pianta abbia finito il ciclo, talvolta potrebbe valer la pena andare a verificare la linea lattea in campo, per poi fare ancora un intervento di irrigazione allo scopo di raccogliere magari anche 30-40 quintali di sostanza secca per ettaro in più. Quindi si tratta di grandi quantità, che, soprattutto in quest’ultima fase, corrispondono a ben 30 quintali di amido, perché a questo punto ormai la pianta non sta più facendo vegetazione, la pianta ormai ha già fatto le foglie e lo stelo, ora sta invece facendo granella. E quindi un primo punto è che l’agricoltore non deve farsi troppo agitare dal fatto che un suo vicino possa aver già iniziato a trinciare: magari il vicino aveva un ibrido diverso, aveva seminato qualche giorno prima. Ma che invece dovrebbe andare in campo a vedere la propria coltura, questo è il nostro primo consiglio.

E un secondo consiglio?
Il secondo consiglio è di controllare sempre la granella del mais. Di dedicare molta attenzione (soprattutto per le raccolte a linee lattee più avanzate, quindi dopo il 50%) alla rottura della granella. Cioè ogni due o tre carri l’allevatore deve controllare che la granella sia ben sfarinata. Le macchine per la raccolta moderne sfarinano letteralmente la granella, e questo vuol dire avere 3-4 punti percentuali in più di digeribilità dell’amido.

La rottura della granella, la granella che deve essere sfarinata... Possiamo approfondire queste situazioni?
Oggi le trince di quasi tutte le ditte sono dotate dei corn crackers, strumenti che rompono la granella. Si tratta di rulli elicoidali che ruotano a velocità diverse, i quali non ottengono più soltanto una rottura della granella, come avveniva una quindicina di anni fa, ma un vero e proprio sfarinamento. Tra le avvertenze a questo proposito ce ne sarebbe una che riguarda l’operato del contoterzista: serve un buon rapporto di collaborazione e di fiducia tra allevatore e contoterzista, perché tenere in azione il corn cracker durante la raccolta determina un consumo di gasolio superiore alla fine della giornata. In ogni caso conviene che l’allevatore, o qualche altro addetto dell’azienda zootecnica, ogni due o tre carri vada alla trincea, prenda una manciata dell’insilato e controlli se la granella è rotta, perché potrebbe anche essere successo qualche inconveniente durante la raccolta. Capitano ancora gli inconvenienti per questo aspetto: soltan­to l’anno scorso, non vent’anni fa, una grossa azienda zootecnica, con la quale abbiamo lavorato sulla trinciatura, aveva trovato il proprio silomais con la granella praticamente intera. Quindi è opportuno prestare attenzione a questo aspetto, perché oggi, soprattutto sulle raccolte di foraggio un po’ più avanzato, con più ami­do, il raggiungimento di una buona rottura della granella è la chiave del successo del trinciato.

Come si controlla il grado di rottura della granella?
Un sistema è quello mostrato nell’ultima foto, il bicchiere Claas check: ha il volume di un litro, lo si riempie del trinciato appe­na raccolto e si controlla se la granella che vi è contenuta è rotta o intera: l’idea è che non vi devi trovare più di 2 cariossi­di non rotte. E che comunque tutte deb­bano essere toccate. Dieci-quindici anni fa ci si accontentava del fatto di trovarle incise, oggi invece le pretendiamo rotte, sfarinate.

Il bicchiere portacampione Claas, uno dei diversi metodi a disposizione dell’agricoltore per verificare le regolazioni del corn cracker. Il bicchiere, di un litro, permette di effettuare un test rapido del trattamento della granella.
Il campione dovrebbe contenere tutta la granella frantumata (frantumata in 4 o ancor meglio in 8 pezzi) e nessuna granella intera. I tre disegni indicano che in quel volume devono esserci al massimo 2 granelle intere e che le restanti devono essere tutte macinate.

Tutta la granella deve risultare sfarinata?
La granella deve essere sfarinata il meglio possibile, quindi più è piccola meglio è. Questo come indicazione generale. Quin­di se la granella presente nell’insilato non è rotta allora è dura, quindi è meno digeri­bile e ce la ritroveremo nelle feci dei bovi­ni. Quindi in quel caso si dovrà ragionare con l’alimentarista per cercare di affronta­re questo problema. Se invece la granella è rotta, ma non è rotta molto bene, ci dà una mano la durata della conservazio­ne. Cioè: se si lascia star fermo qualche tempo il trinciato senza desilarlo, se si apre dopo almeno 90-100 giorni, allora la fermentazione ammorbidisce la gra­nella. Più precisamente la fermentazione rompe dei legami delle zeine del mais, quindi rende la granella più morbida e ne aumenta la digeribilità. Quindi, se la rottu­ra della granella non è particolarmente di qualità, suggeriamo che quella trincea, se è possibile farlo a livello di organizzazione aziendale, venga magari aperta dopo di un’altra che sia sta trinciata meglio.

Sempre a proposito di raccolta, è nota l’importanza della lunghezza della trinciatura…
Una cosa interessante, che è un po’ l’in­novazione degli ultimi anni, è che è me­glio che la lunghezza di trinciatura del silomais non sia eccessiva; e questo non solo dal punto di vista della conservazio­ne. Infatti oggi i nutrizionisti sono in gra­do di razionare anche quantità elevate di silomais, anche per mandrie con vacche da latte ad altissima produzione, stiamo parlando di vacche che possono fare più di 50 litri, con silomais trinciati anche in­torno a 1,0-1,2 cm. Cioè non c’è più biso­gno di trinciare a 2 cm come facevamo un po’ di anni fa.

Quindi siamo interessati ad avere una trinciatura un po’ più corta di quella tradizionale, che era sui 2 cm.
Mi spiego: siccome noi suggeriamo di sfruttare la capacità del mais di produrre amido e quindi ritardiamo un pochino la data di raccolta, allora il silomais risulta un pochino più secco; e quindi se viene trin­ciato un po’ più corto allora poi in trincea si compatta meglio, si conserva meglio. Dunque sì, pensiamo a una trinciatura un pochino più corta di quella tradizionale, che è sui 2 cm. E oggi stiamo assistendo all’esperienza di grandi aziende che stan­no avendo delle ottime performance latte trinciando a 1,0-1,2 cm del silomais che ha circa il 35% di sostanza secca e magari il 35% di amido.

Trinciare più corto…
I nutrizionisti americani ma anche quelli italiani, quelli dell’Università di Torino, i colleghi dell’Università di Piacenza , con­fermano i nostri dati, sono in accordo con questa nuova linea, secondo la qua­le si può trinciare un pochino più corto, soprattutto se andiamo su insilati un po’ più secchi, con più amido. La trinciatura più corta, fra l’altro, agevola anche l’inten­zione descritta prima, quella di migliorare comunque la rottura della granella, per­ché chiaramente la probabilità che i rotori vadano a incidere anche la granella è più elevata (però ricordiamo che è sempre il corn cracker lo strumento che fa il lavoro di sfarinatura).


Se l’alta densità permette di superare il limite dei trecento quintali di sostanza secca per ettaro

Discutendo della scelta dell’ibrido di mais, Borreani ha voluto approfondire la questione degli ibridi più bassi e quindi della semina a maggiore densità.
Professor Borreani, come giudicare le performance degli ibridi più bassi?
Qui c’è da segnalare un fatto molto interessante. L’anno scorso con gli ibridi a taglia ridotta, quindi con quelli smart ad alta densità, abbiamo registrato le più alte produzioni aziendali di silomais che il mio gruppo abbia mai visto in Pianura padana. Abbiamo raggiunto i 300 quintali di sostanza secca per ettaro, in un caso anche superato di poco questa quantità, che pensavamo fosse il limite di questa cultura. Quindi si sta facendo qualcosa, molte ditte si stanno orientando sulla ricerca di ibridi a taglia ridotta che permettano densità più alte in campo.
La maggiore densità richiederà più attenzione agli input: fertilizzanti, acqua…
Sì. Ma per quanto riguarda gli input nutrizionali, la fertilizzazione, con i nostri letami e liquami non c’è problema; non abbiamo problemi nelle nostre aziende da latte per questo aspetto. Mentre bisogna riporre attenzione alla disponibilità d’acqua, perché in presenza di una più alta densità il consumo idrico può essere di un 15-20% superiore rispetto a quello di una coltura seminata meno densa.
L’acqua come fattore chiave…
Se la densità di semina con questi nuovi ibridi può essere vista come uno strumento per aumentare la produttività, bisogna però far seguito a questa scelta soprattutto con la disponibilità d’acqua. In conclusione, in questo caso il mais ci chiede fondamentalmente acqua, perché i nostri terreni sono già fertili, la disponibilità di sostanza organica ce l’abbiamo già grazie ai liquami e letami. Il mais all’azienda chiede l’acqua, e più si procede verso le alte tecnologie più l’acqua diventa il fattore chiave per fare produzione.
Lei diceva che queste produzioni sono le più alte mai viste negli ultimi anni, si tratta di 300 quintali di sostanza secca per ettaro...
Certo, 300 quintali per ettaro. Il che corrisponde indicativamente a più di mille quintali di tal quale per ettaro, in campo. Parlare di tal quale a me non piace, però agli allevatori piace, quindi se vogliamo scriverlo si tratta di più di mille quintali.
Cosa possiamo dire della produttività delle diverse coltivazioni in termini di energia?
Si sono sempre indicate come le colture più produttive al mondo i sorghi, il mais e la canna da zucchero. Ma la canna da zucchero ha sempre vinto perché è una coltura triennale, non annuale, quindi ha la capacità di esprimere una produzione per ettaro di 300, 350, quintali di sostanza secca, anche qualcosa di più. Livelli che però ora abbiamo toccato per la prima volta con il mais, in azienda. Dico in azienda perché in parcella, nelle sperimentazioni, questi livelli li raggiungevamo. Quello che è interessante è che sono dati aziendali, non parcellari, perché i risultati parcellari li abbiamo già raggiunti (con il mais gli americani li hanno già raggiunti una decina di anni fa).
Quindi il mais è la coltura più produttiva come quintali di sostanza secca.
Sì, la più produttiva. E avendo poi il silomais, possiamo dire che il silomais è la più produttiva in assoluto, con i silosorgo. Però avendo molto più amido del silosorgo, in realtà è il silomais quello che fa più energia per ettaro. È una delle colture che permette di produrre più energia. Quindi quando la sua produzione la convertiamo nel parametro kg di latte per ettaro, il silomais è quello che ci sostiene più kg di latte
per ettaro.

Strategie di campo per un buon silomais - Ultima modifica: 2026-04-20T17:00:27+02:00 da Giorgio Setti

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