Zootecnia al bivio, 65 miliardi a rischio

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Confagricoltura: subito un fondo nazionale per le emergenze. Tra malattie emergenti, calo delle aziende e autosufficienza ancora parziale, il settore punta su tecnologia, prevenzione e nuovi strumenti finanziari

Nel 2023 le famiglie italiane hanno speso 65,3 miliardi di euro per carni fresche, salumi, latte, formaggi e uova, su un totale di 167,7 miliardi di euro destinati all’alimentazione (bevande escluse). I prodotti di origine zootecnica valgono così il 39% della spesa alimentare nazionale, con una crescita del 7,3% rispetto al 2022 e del 20,6% sul 2018.
Un dato che conferma la centralità economica della zootecnia, ma che si inserisce in un contesto produttivo segnato da profonde trasformazioni strutturali, instabilità dei mercati e nuove pressioni sanitarie sempre più rilevanti.

A presentare il quadro del settore, il vicepresidente di Confagricoltura Alberto Statti, in occasione dell’evento “One health e zootecnia: nuove tecnologie per la gestione degli allevamenti e strategie di sviluppo messe in atto dalle politiche di settore” organizzato da Confagricoltura nella sede di Palazzo della Valle a Roma.

Meno aziende, più grandi la ristrutturazione del comparto

Il vicepresidente di Confagricoltura Alberto Statti

Se i consumi tengono, la struttura produttiva cambia. Nel 2025 il patrimonio zootecnico italiano conta circa 2,3 milioni di bovini e bufalini da latte, 2,1 milioni di bovini da carne, 7,8 milioni di suini, 6 milioni di ovicaprini e 650 milioni di capi avicoli allevati ogni anno.
Negli ultimi dieci anni il numero di aziende è diminuito in quasi tutti i comparti: -16% per i bovini da latte, -12% per la linea vacca-vitello, -31% per i suini e -41% per gli ovicaprini. L’unica eccezione è il settore avicolo, cresciuto del 31%.

La riduzione delle imprese non ha però comportato un crollo proporzionale dei capi: i bovini da latte sono aumentati del 9%, le vacche nutrici del 6%, mentre suini e ovicaprini hanno registrato cali più contenuti rispetto alla contrazione delle aziende. La fotografia che emerge è quella di un comparto in ristrutturazione, con allevamenti meno numerosi ma di dimensioni maggiori, orientati all’efficienza e alla competitività in un mercato sempre più volatile e condizionato dalle dinamiche geopolitiche.

Autosufficienza: bovino fermo al 39%, avicolo sopra il 100%

Resta aperto il nodo dell’autosufficienza: la gestione sanitaria e produttiva incidono direttamente sulla capacità di autoapprovvigionamento del Paese. Oggi l’Italia copre con produzione nazionale l’81% del fabbisogno di latte bovino, il 39% della carne bovina e il 63% della carne suina.
L’autosufficienza è pienamente raggiunta solo nel comparto avicolo, con il 107% per la carne e il 99% per le uova, anche se le ultime ondate di influenza aviaria hanno inciso negativamente sui volumi.
La dipendenza dall’estero, in particolare per le carni bovine, rimane dunque un elemento critico per la sicurezza alimentare.

Emergenze sanitarie e rischio climatico

A complicare il quadro è la crescente pressione sanitaria. Negli ultimi anni le imprese hanno dovuto affrontare emergenze come la dermatite nodulare contagiosa, la peste suina africana e l’influenza aviaria, che hanno comportato blocchi delle movimentazioni, abbattimenti, perdite genetiche e pesanti ripercussioni economiche, mettendo a rischio in alcuni casi la sopravvivenza stessa delle aziende.

La posizione geografica dell’Italia, crocevia tra Centro-Nord Europa e Africa, espone ulteriormente il patrimonio zootecnico a nuove patologie, mentre i cambiamenti climatici influenzano la diffusione delle malattie.
Accanto alle emergenze epidemiche, incidono anche le patologie non emergenziali che impattano su benessere, fertilità e produttività.
La prevenzione e l’individuazione precoce dei focolai diventano dunque elementi strategici per salvaguardare la mandria nazionale e contenere danni economici che possono raggiungere cifre milionarie.

Tecnologia e one health: la leva strategica

In questo scenario, come evidenziato nel corso del convegno, si rafforza la necessità di una sinergia più stringente tra allevatori e veterinari nell’ottica di una implementazione dei sistemi di biosicurezza, di controllo dello stato di salute degli animali a partire dalle materie prime per l’alimentazione, ai piani vaccinali, alle tecniche di allevamento per evitare l’insorgere delle malattie e ai sistemi sempre più innovativi che permettono un continuo monitoraggio dello stato di salute dell’animale.
Sensori applicati agli animali, sistemi informatizzati e monitoraggio continuo dei parametri sanitari consentono oggi di intervenire rapidamente in caso di anomalie e di migliorare la gestione quotidiana della mandria.

L’approccio one health, che integra sa­lute animale, salute umana e tutela ambientale, si traduce in una più stretta sinergia tra allevatori e veterinari, nel raf­forzamento dei sistemi di biosicurezza e nell’implementazione di un’epidemio­sorveglianza territoriale più strutturata, che possa permettere di individuare il più tempestivamente possibile eventuali situazioni critiche che si dovessero pre­sentare in alcuni territori.

Il settore individua quindi nella digitaliz­zazione uno snodo decisivo per coniu­gare sostenibilità economica e sanitaria. Come affermato da Statti, “ci troviamo in un punto di svolta della gestione della salute animale che deve implementare i sistemi di monitoraggio oltre che la formazione degli operatori grazie alle si­nergie e alla professionalità dei veterinari di stalla” .

Investimenti  e strumenti finanziari

Sul piano delle politiche di settore sono previsti nel ColtivaItalia quasi 300 milioni di euro per il rafforzamento del comparto bovino da carne, con interventi sulla linea vacca-vitello e sul beef on dairy.
Ma tale misura, ha spiegato Statti, “non potrà portare agli effetti sperati se non sarà accompagnata ad una corretta gestione della mandria per garantire la fertilità degli animali e lo stato di salute e di protezione dalle malattie”.

Per l’innovazione agricola sono program­mati stanziamenti pari a 50 milioni nel 2026, 100 milioni nel 2027 e 150 milioni nel 2028, destinati anche alle tecnologie di monitoraggio sanitario e al rafforza­mento delle filiere locali.
Prevista una moratoria di dodici mesi sulla quota capitale dei mutui in sca­denza nel 2026 per le imprese colpite da epizoozie. Provvedimento giudicato po­sitivo da Confagricoltura, che però ritiene debba essere maggiormente strutturato con un provvedimento che preveda l’i­stituzione di un fondo nazionale per le emergenze zootecniche.

“Tale fondo – ha puntualizzato Stat­ti – sarebbe finalizzato soprattutto alla compensazione dei danni diretti e in­diretti subiti dagli allevatori colpiti dalle malattie e dalle problematiche legate ai blocchi delle movimentazioni, ai cali pro­duttivi o dal deprezzamento di mercato. Il fondo rappresenterebbe uno strumento funzionale a procedere più velocemente al pagamento degli indennizzi agli alle­vatori e a far confluire anche le risorse eventualmente provenienti dalla riserva di crisi unionale”.

“Serve una strategia  europea per gli allevamenti”

Massimiliano Giansanti, presidente di Confagricoltura

A sottolineare il posizionamento inter­nazionale del comparto è il presiden­te di Confagricoltura, Massimiliano Giansanti: “Gli allevamenti italiani hanno raggiunto una posizione di ver­tice a livello mondiale. I sacrifici fatti dagli allevatori hanno reso il settore altamente performante, soprattutto nel lattiero-caseario. Sulla carne pos­siamo crescere, ma il quadro di mer­cato non è dei migliori. Investire in un momento in cui mancano certezze è complicato. Le criticità non derivano solo dai prezzi, ma anche dal conte­sto sanitario europeo. Assistiamo alla diffusione di nuove malattie e al ritorno di patologie che pensavamo superate. Serve – ha incalzato – una strategia europea per gli allevamenti, annunciata più volte dal commissario all’Agricoltura e che auspichiamo arrivi rapidamente”.

Sul fronte tecnologico il presidente ha aggiunto: “Gli allevamenti sono stati tra i primi a introdurre robotica e utilizzo dei dati. Oggi il dato è fondamentale per ottimizzare le performance e per raccontare il reale livello di benesse­re animale. Se qualcuno guarda allo 0,01% che non funziona, c’è un 99,9% che lavora bene. Dobbiamo costruire una nuova narrazione: l’allevamento è progresso, è benessere animale e de­gli addetti, è un modello integrato che genera valore”.

“Sì alla scienza  senza pregiudizi ideologici”

Il direttore generale di Confagricoltura Roberto Caponi

Anche il direttore generale di Confagri­coltura, Roberto Caponi, ha rimarcato il ruolo dell’innovazione: “Quando si parla di tecnologia, crescita azienda­le, rispetto dell’ambiente e benessere animale, Confagricoltura è sempre stata all’avanguardia. Crediamo nella scienza senza pregiudizi ideologici. Grazie alla collaborazione con Msd e con i veterinari possiamo intercettare precocemente le patologie ed evitarne la diffusione”.

Zootecnia al bivio, 65 miliardi a rischio - Ultima modifica: 2026-03-09T09:49:02+01:00 da Laura Della Giovampaola

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