Post quote latte, «Il mercato dobbiamo governarlo noi allevatori»

Gli interventi delle organizzazioni professionali e di esperti di economia agraria alla tavola rotonda organizzata dall’Associazione mantovana allevatori

 

Valorizzazione del mercato extra-Dop e strutturazione di un sistema di controllo interno per meglio aggredire i mercati esteri. Sono solo alcune delle proposte emerse dalla tavola rotonda sul dopo quote latte organizzata dall’Associazione mantovana allevatori nella sede di San Giorgio (Mn).

Come ha fatto sapere attraverso un messaggio inviato ai membri della tavola rotonda l’assessore all’Agricoltura della Lombardia, Gianni Fava, «stiamo vivendo una fase di incertezza, le quote latte sono state una sciagura per il sistema, senza pensare al fatto che hanno tolto molte risorse agli allevamenti oberati dalla burocrazia. La Regione Lombardia si impegnerà per stare a fianco dei produttori in questo momento di passaggio».

Pentiti dunque del sistema delle quote latte? Alberto Cortesi, vicepresidente di Confagricoltura Mantova, ha risposto: «Si trattava di saper cogliere delle opportunità. Ma ciò doveva dipendere anche dal nostro sistema lattiero-caseario composto dagli allevamenti, dall’industria e dalla nostra capacità di entrare nei mercati».

Mario Lanzi, di Cia Mantova-Brescia-Cremona, ha dichiarato di aver sempre avuto «un atteggiamento laico nei confronti delle quote latte. Abbiamo fatto fare ad altri (allo Stato) quello che noi non siamo stati capaci di fare. Ora che dovremo essere noi a produrre, lo facciamo fare agli altri (agli industriali). In questo modo il mercato non ha soluzioni di continuità. Oggi l’opportunità dovremmo costruircela. Come? Se avremo la capacità di governare il mercato fuori dalle Dop, riusciremo a tenere il mercato in equilibrio. Ma nessuno fa più nulla per aiutarci a stare sul mercato».

E in riferimento all’adesione di Copagri, Confederazione dei produttori agricoli, ad Agrinsieme, Coordinamento delle organizzazioni e delle cooperative agricole costituito da Cia, Confagricoltura e Alleanza delle Cooperative Agroalimentari, Lanzi ha proseguito: «L’obiettivo è di arrivare ad avere la capacità di programmare la nostra produzione. Quindi è giusto che Copagri aderisca ad Agrinsieme, tenuto conto però del fatto che nelle strutture sarà necessario sviluppare scelte omogenee. Oppure continueremo a fare le cose come ci dicono gli altri».

Paolo Carra, presidente di Coldiretti Mantova, ha aggiunto: «Per trent’anni siamo cresciuti in un sistema di quote in cui non abbiamo sentito molto la concorrenza dei Paesi esteri. Da oggi non sarà più così. Ed è necessario che contestualizziamo. Nel nostro Paese abbiamo anzitutto due Dop che sono in contraddizione tra loro e che devono camminare insieme. Esse coprono il 47% della produzione di latte: dobbiamo valorizzare il resto e allora sì che faremo il nostro interesse. Possiamo anche non elaborare una programmazione produttiva, ma il comparto ha bisogno di un sistema di controllo anche come punto di partenza per aggredire al meglio i mercati esteri. E ha concluso: «La grande sfida di oggi è di crescere in un contesto di libero mercato e trovare un equilibrio in esso».

«Si potrebbe pensare ad un prodotto 100% italiano: tuttora è nell’ambizione del sistema allevatoriale», ha proseguito Alberto Gandolfi, presidente dell’Associazione mantovana allevatori. Che ha affermato: «Il sistema allevatoriale ha già proposto un prodotto 100% italiano. Si tratta di «Italialleva», il cui marchio apposto sul prodotto garantisce che il latte e la carne siano  di origine 100%  italiana, siano tracciati in ogni fase del processo produttivo e siano sicuri. E il consumatore ha dimostrato di dare valore aggiunto al prodotto nato, allevato e macellato in Italia, anche perché non ha mai vissuto scandali. Si tratta di una cultura che proviene da un lontano passato  e di un patrimonio da sfruttare, perché rappresenta una leva di competizione».

Ha concluso poi Gandolfi: «Ad ausilio saranno gli aspetti della sostenibilità e della tracciabilità Il primo sarà uno dei criteri che ci permetterà di avere un riconoscimento, il secondo sarà una garanzia di una filiera chiusa e compatta».

All’appuntamento è intervenuto anche Ermanno Comegna, esperto di economia agraria. Che ha illustrato: «Dopo 31 anni di quote latte si chiude un’epoca. Nel corso della quale (le quote latte vennero create nel 1984, ndr), abbiamo assistito alla diminuzione drastica del numero dei produttori di latte, che in Italia sono passati dai 300.000 della metà degli anni ’80 ai poco più che 30.000 di oggi. Ne è sopravvissuto 1 ogni 10 vale a dire che gli altri nove sono stati costretti a svuotare le stalle. La causa di tutto questo è da imputare anche alla presenza, fino ad oggi, delle quote latte».

Cosa accadrà ora che le quote latte sono state abolite a partire dal 1 aprile scorso? Ha risposto Comegna: «Al momento esiste un decreto legge prossimo ad essere emanato da parte del governo. Si tratta di disposizioni urgenti per il comparto del latte, le quali intervengono espressamente sulla questione delle compensazioni di fine periodo».

Ha spiegato meglio l’esperto: «La proposta elaborata dallo staff del ministro Martina introduce una terza categoria di produttori beneficiari della restituzione del prelievo pagato in eccesso. In pratica, è riconosciuta una priorità anche a quegli allevatori che hanno superato la propria quota di riferimento nel corso della campagna 2014-2015 tra il 6% e il 12%. Possono beneficiare della restituzione solo i produttori di latte che sono in regola con il versamento mensile anticipato e con il pagamento delle multe latte maturate negli anni precedenti».

Ha commentato Comegna: «Siamo in presenza di un atto tardivo che andava fatto prima della chiusura del periodo in cui erano in vigore la quote latte. Infatti, molti produttori si sono messi al sicuro entro la soglia del 6%, affittando le quote sul mercato e sostenendo costi assai elevati».

Il decreto legge prevede anche altre disposizioni come le norme nazionali per il riconoscimento e il funzionamento degli organismi interprofessionali e nuove disposizioni per i contratti tra allevatori ed acquirenti. Sotto tale specifico profilo l’intenzione è di introdurre un legame tra costi di produzione e prezzo del latte crudo alla stalla.

Ma quali sono esattamente le conseguenze della fine delle quote latte? Risponde ancora Comegna: «La fine del regime delle quote è un danno patrimoniale a carico dell’azienda zootecnica. Le quote venivano usate come garanzia per le banche e come una sorta di Tfr in caso di cessazione dell’attività. Esse sono state un danno economico a carico di chi aveva un’eccedenza di produzione e ogni anno era costretto ad affittare la quota mancante. D’altro canto, la loro abolizione rappresenta una perdita per coloro che sono nella situazione esattamente speculare».

E ha concluso: «In generale, il regime delle quote latte avrebbe dovuto essere soppresso già alcuni anni fa e precisamente da quando nel 2005 i prezzi garantiti sono stati ridotti di oltre il 20%. La liberalizzazione del mercato del latte in Europa porterà alla convergenza del prezzo del latte alla stalla verso il livello dei produttori più competitivi. Inoltre si verificherà una maggiore volatilità e vi potrebbe essere il rischio dell’industrializzazione del settore, con la progressiva concentrazione della produzione del latte in stalle di grandi dimensioni».

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