Prezzo del latte, il domani non sembra negativo

Soprattutto se i segnali che ci arrivano dai mercati del burro, della panna e dei formaggi continueranno a seguire le tendenze attuali

Guardare al futuro con cauto ottimismo e buonsenso e ad un aumento del prezzo pagato alla stalla. È questo l’atteggiamento che ci deve guidare nei prossimi mesi sul mercato del latte, uno dei più importanti e delicati dell’economia italiana.
Dire con esattezza quello che accadrà fra un anno è qualcosa di molto difficile da prevedere, mentre possiamo dire che chi si occupa della realtà e della vita di migliaia di famiglie e aziende è giusto che mantenga sempre i piedi per terra e una sana dose di concretezza. Per questo dobbiamo partire da alcuni dati non contestabili, nonostante le oscillazioni che hanno caratterizzato in questi ultimi anni i prodotti lattiero caseari.
Il primo fattore da tenere in considerazione è l’aumento di valore della panna e del burro. Quest’ultimo, in particolare, da aprile 2016 ad aprile 2017 ha visto crescere le proprie quotazioni del 300% inoltre l’entrata in vigore dell’obbligo dell’origine hanno portato il mercato lattiero caseario in un momento di positività con un prezzo del latte che in Lombardia parte da un minimo di 38 centesimi al litro fino a raggiungere picchi di 42-43 centesimi e con un ulteriore valorizzazione per alcune nostre DOP.

Ettore Prandini.

Quello che bisogna assolutamente evitare è di tornare agli anni bui delle stalle quando un litro veniva pagato anche meno di 30 centesimi, con valori che hanno messo in serio pericolo l’esistenza delle stalle italiane, tanto che molte hanno chiuso. Adesso la situazione è diversa, grazie anche all’impegno continuo della Coldiretti che, ad ogni livello, non ha mai smesso di agire per cercare una giusta retribuzione al duro lavoro degli allevatori.
Stiamo attraversando una fase positiva che sta generando spinte virtuose anche fra gli agricoltori europei, visto che all’inizio del mese lo stesso ministro dell’Agricoltura della Baviera, Helmut Brunner, ha dichiarato che uno dei suoi obiettivi è alzare il prezzo del latte del tedesco agli stessi livelli di quello italiano, anche se noi continuiamo a ritenere che ci sia un differenziale qualitativo fra il nostro latte e quello prodotto in altri stati non solo a livello europeo,
Aldilà delle Alpi si sono accorti che quotazioni alla stalla troppo basse non fanno bene: distruggono il tessuto produttivo, creano malcontento e rabbia sociale, diminuiscono la qualità, minano l’autonomia alimentare del Paese e non fanno bene neppure ai consumatori che al dettaglio non vedono alcun reale e sostanziale beneficio, mentre a livello europeo le nostre istituzioni si dovrebbero battere maggiormente perché le condizioni di costi produttivi siano equiparabili fra stati (costo energetico, della burocrazia , della manodopera).
Quello che deve finire è il perverso meccanismo delle aste al massimo ribasso che alcune catene della grande distribuzione organizzano. La gara a chi fa il prezzo minore, senza preoccuparsi della qualità e della sopravvivenza a lungo termine del tessuto produttivo, è dannosa e anche poco etica perché più alto è il livello di “bisogno” di un’azienda più basso sarà il prezzo che sarà disposta a offrire pur di piazzare il proprio prodotto, anche sottocosto, pur di garantirsi un minimo di giro d’affari.
Perché gli agricoltori, come mi disse una volta un vecchio allevatore lodigiano, sono quelle persone che anche quando va male pensano che domani magari sarà meglio.
Ecco, il domani per il latte, almeno per una volta, non sembra così negativo. Soprattutto se i segnali che ci arrivano dai mercati del burro, della panna e dei formaggi continueranno a seguire le tendenze attuali.
E soprattutto se l’Italia riuscirà a recuperare, almeno in parte, quella enorme torta di quasi 70 miliardi di euro che è il valore che il cosiddetto “italian sounding” sottrae ogni anno al nostro Paese, alla nostra economia, alle nostre aziende, alle nostre famiglie. Questa è una battaglia che la Coldiretti ha iniziato da sola oltre un ventennio fa, mentre oggi anche un grande schieramento trasversale politico istituzionale sostiene le nostre posizioni.
“Non è tempo di eroi” recita il testo di una famosa canzone, ma è di sicuro arrivato il tempo che ognuno di noi si impegni per il futuro di questo Paese e per la difesa della sua sovranità alimentare. Risultati che si raggiungono attraverso vere politiche legate all’internazionalizzazione, mentre per le imprese agricole si tratta di arrivare, anche in modo associato, alla trasformazione delle materie prime. E su questi obiettivi strategici non sono possibili passi indietro.

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