«Le risorse distribuite a pioggia non servono per garantire un aumento delle vacche nutrici e ridurre la dipendenza dall’estero dei capi da ingrasso». È un messaggio deciso quello lanciato da Giuliano Marchesin, direttore di Aop Italia Zootecnica, l’Associazione di organizzazioni produttori di bovini da carne, intervenendo al webinar dello scorso 18 dicembre sul beef on dairy (incrocio tra bovini da carne e da latte), l'evento organizzato da Edagricole, in collaborazione con Fieragricola Verona, come evento di avvicinamento” alla manifestazione scaligera in programa dal 4 al 7 febbraio 2026.
Durante il webinar, moderato dal giornalista di Edagricole, Giorgio Setti, Marchesin ha commentato positivamente il varo del piano “Coltivaitalia”, presentato dal ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida il 24 luglio 2025, che prevede uno stanziamento complessivo di 300 milioni di euro, ma non la distribuzione di risorse.
Il piano nasce, infatti, con l’obiettivo di diminuire la dipendenza dall’estero degli allevatori italiani di bovini da carne, oggi costretti a importare quasi un milione di ristalli all’anno a causa della carenza strutturale di vacche nutrici nel nostro Paese. Un obiettivo condivisibile, secondo Marchesin, che tuttavia rischia di essere compromesso dal disegno di legge n. 2670 del 17 ottobre 2025 “Misure di consolidamento e sviluppo del settore agricolo” (vedi leg.19.pdl.camera.2670.19PDL0169260).
«Il Ddl – ha spiegato Marchesin – rischia di vanificare i buoni propositi del ministro perché chi l’ha scritto ha utilizzato il vecchio sistema del dare “un poco a tutti”, che impedirà un aumento significativo delle vacche nutrici necessarie per un reale e concreto autoapprovvigionamento di ristalli».

“Il sogno nel cassetto: allevatori felici”
Nel suo intervento “Il sogno nel cassetto: allevatori felici!” Marchesin ha chiarito subito il significato di questo titolo: «Allevatori felici di produrre buon cibo di qualità, felici di non essere insultati per il lavoro che svolgono, felici di ricevere sostegno per investire in innovazione, felici di poter collaborare su progetti comuni per creare valore, felici di vedere valorizzate economicamente le loro produzioni».
Prima di entrare nel merito dei tecnicismi legati alla ripartizione delle risorse Marchesin ha sottolineato la necessità di individuare obiettivi chiari e coerenti per rendere efficaci i finanziamenti pubblici. In particolare, occorre «riconoscere il ruolo degli allevatori come fornitori di buon cibo di qualità», valorizzando il Sistema di qualità nazionale zootecnia (Sqnz), che può essere utilizzato non solo per la carne, ma anche per latte, formaggi e per tutta quella zootecnia che non dispone dei marchi europei Dop e Igp.
Le criticità nella ripartizione delle risorse
Entrando nel dettaglio dell’articolo 3 del Ddl 2670, Marchesin ha evidenziato come la ripartizione prevista non sia in grado di incidere realmente sull’aumento delle vacche nutrici. La tabella allegata al provvedimento prevede infatti:
• nel 2026: una dotazione totale di 50 milioni di euro, di cui 20 milioni alle vacche nutrici per un incremento stimato di 100.000 capi, 5 milioni agli allevatori, 15 milioni agli svezzatori e 10 milioni agli ingrassatori;
• nel 2027: la stessa dotazione (50 milioni di euro), con identica ripartizione e un incremento previsto di 100.000 capi;
• nel 2028: una dotazione complessiva di 200 milioni di euro, di cui 80 milioni alle vacche nutrici per un incremento di 400.000 capi, 20 milioni agli allevatori, 60 milioni agli svezzatori e 40 milioni agli ingrassatori.
«Con questa impostazione – ha ribadito Marchesin – si rischia di distribuire premi a pioggia senza ottenere un vero aumento del patrimonio di fattrici».
La proposta di Aop Italia Zootecnica: 90% vacche nutrici, 10% Beef on Dairy
Secondo l'Aop Italia Zootecnica, i contributi dovrebbero essere indirizzati prioritariamente (90%) all’acquisto di mandrie di vacche nutrici e solo per il 10% alla linea “Beef on Dairy”. Una ripartizione condivisa anche dagli allevatori di vacche da latte, che insieme agli allevatori di bovini da carne propongono una riscrittura dell’articolo 3 del Ddl 2670.
La proposta dovrebbe pertanto prevedere contributi fino al 50% a fondo perduto e in conto interessi fino al 100% per:
• l'acquisto di manze gravide in purezza fino a 2.500 euro a capo;
• l'acquisto di manze gravide fino a 2.000 euro a capo;
• l'acquisto di manze in purezza fino a 1.500 euro a capo;
• l'acquisto di manze fino a 1.000 euro a capo;
• l'incentivo alla rimonta interna pari a 800 euro per bovina femmina mantenuta in allevamento per 5 anni;
• l'acquisto di tori da monta fino a 4.000 euro a capo.
È previsto l’obbligo di mantenere in allevamento almeno il 90% degli animali finanziati per 5 anni, con un reintegro obbligatorio delle perdite superiori al 10%.
La proposta di Marchesin non è stata condivisa da altri protagonisti del comparto carne in occasione del webinar, né, ovviamente, dai firmatari del ddl.
I numeri del latte e i limiti del Beef on Dairy
Marchesin ha ricordato anche come in Italia il patrimonio di vacche da latte ammonti a circa 1,5 milioni di bovine, che producono 480.000 vitelli destinati alla carne bianca e circa 370.000 vitelli destinati alla carne rossa. Considerando una rimonta interna pari ad almeno il 35% «rimangono pochissimi uteri disponibili per l’uso di seme da carne».
«Se tutto va bene – ha concluso Marchesin – con il Beef on Dairy si possono ottenere 50-60 mila ristalli all’anno, che coprono appena il 6,6% del fabbisogno degli allevatori da ingrasso».
Tra gli ultimi “scogli” da superare, Marchesin ha indicato anche l’innalzamento del de minimis ad almeno 200.000 euro e il via libera all’acquisto di manze da destinare a vacche nutrici, sfruttando le deroghe previste dal regolamento Ue 2472 del 2022 in presenza di epizoozie come la Lumpy Skin Disease e la Blue Tongue.
Dignità al lavoro zootecnico
«Al lavoro degli allevatori deve essere riconosciuta la giusta dignità – ha proseguito Marchesin – per il ruolo insostituibile che svolgono nella fornitura di proteine nobili, indispensabili alla crescita e allo sviluppo degli esseri umani».
Da qui l’invito ad abbandonare la definizione di “allevamenti intensivi”, ritenuta denigratoria: «I nostri sono allevamenti protetti, perché tutelano gli animali da intemperie, parassiti e stress».
Marchesin ha poi difeso con decisione il comparto dagli attacchi mediatici: «I primi veri custodi del benessere animale sono gli allevatori, che ogni giorno accudiscono e alimentano i capi, non certo i leoni da tastiera che diffondono fake news e ripetono mantra ideologici, puntualmente smontati da ricercatori di fama non schierati».
“Carne riconfezionata” e controlli
Un passaggio è stato dedicato ai recenti casi di “carne riconfezionata”: «Sono episodi che fanno male a tutta la filiera e vanno perseguiti senza pietà, evitando però di fare di tutta l’erba un fascio». Secondo Marchesin «le immagini viste in TV non possono essere usate da giornalisti di parte per denigrare il sistema di allevamento italiano, che non c’entra nulla con la fase di trasformazione».
Su queste vicende, ha aggiunto, «è il Sistema veterinario pubblico che esce sconfitto, perché deve dimostrare che i controlli nei macelli vengono realmente effettuati a garanzia non solo dei consumatori, ma anche degli allevatori che operano onestamente».
Pac e investimenti: «Tagliare i fondi è un errore»
Marchesin ha poi rivolto un messaggio diretto all'Ue: «Togliere finanziamenti all’agricoltura, come nella proposta indegna della Commissione europea di ridurre gli stanziamenti della Pac 2028-2034, non farà bene né all’ambiente né al benessere animale né ai consumatori». Senza risorse, ha spiegato, «per investire in tecnologia, benessere e qualità o si raddoppiano i prezzi del cibo oppure si rinuncia a migliorare i sistemi di allevamento».
Infine, per rendere gli allevatori «felici di vedere valorizzate economicamente le loro produzioni» Marchesin ha auspicato un maggiore impegno delle organizzazioni di categoria e del Masaf nel rafforzare il Sqnz e nel rilanciare il Consorzio Sigillo Italiano «per comunicare ai consumatori, attraverso un marchio collettivo, la qualità certificata delle produzioni zootecniche riconosciute dal Masaf e dalla Commissione europea».







