Nel primo articolo pubblicato nel numero 6 di IZ abbiamo parlato della rimonta che non può più essere gestita in modo approssimativo o “a sensazione”, perché pesa in modo diretto sulla tenuta economica e sanitaria della mandria.
Quando si comincia a ragionare su mortalità, morbilità, uso di antibiotici e qualità del trasferimento immunitario, la vitellaia smette di essere un reparto marginale e torna a essere una parte centrale dell’azienda. Non è solo il luogo in cui si allevano i soggetti giovani, ma il punto in cui si comincia a determinare quanto costeranno e quanto renderanno gli animali che entreranno poi in produzione.
Non basta far sopravvivere un animale o portarlo semplicemente alla fase successiva. Ogni episodio patologico, ogni crescita non ottimale, ogni passaggio gestito male può lasciare una traccia che si ripresenta più avanti, quando quella vitella diventa manza e poi vacca in produzione. È proprio per questo che la rimonta va letta come un percorso unico, non come una sequenza di comparti separati.
La divisione pratica tra vitellaia, accrescimento, fecondazione e ingresso in lattazione serve alla gestione quotidiana, ma non cambia il fatto che si tratti sempre dello stesso investimento che evolve nel tempo.
Nella vitellaia il primo lavoro consiste nel misurare e correggere ciò che accade nelle prime settimane di vita, e più avanti il principio non cambia. Cambia il numero che osserviamo, ma non cambia la logica: anche qui si tratta di capire quali parametri abbiano davvero un valore gestionale e quali, invece, vengano spesso ripetuti come benchmark senza essere letti dentro la realtà della singola mandria. È un passaggio importante, perché molti numeri diventano fuorvianti non quando sono sbagliati, ma quando vengono applicati in modo automatico, senza verificare che cosa raccontino davvero nella singola stalla.
Un altro numero da leggere con razionalità
Passiamo a un altro numero, a un altro parametro di razionalità, da tenere d’occhio quando vogliamo andare ad avvicinarci al raggiungimento delle nostre aspettative produttive ed economiche: l’età al primo parto in rapporto alla produzione in prima lattazione.
Capita davvero spesso di chiedere quale sia l’età media al primo parto e ricevere delle risposte confuse o ancora vaghe. È un dato molto citato, ma non sempre davvero conosciuto con precisione, e ancora meno spesso viene letto insieme ai numeri che dovrebbero completarlo.
La letteratura ci dice che sarebbe ottimale avere un parametro di età al primo parto tra i 22 e i 24 mesi di vita. È un riferimento noto, usato da tempo come soglia di efficienza, perché consente di contenere il periodo improduttivo della manza e di anticipare l’ingresso in lattazione. Ma, come accade per molti indicatori, il fatto che esista un intervallo considerato ottimale non significa automaticamente che sia il più adatto in ogni contesto aziendale. Da qui nasce la domanda vera: è così per tutti?
Il riferimento esiste, ma non basta da solo
È davvero un golden standard per ogni stalla? La risposta, come sempre, è: dipende. E qui entra in gioco la produzione in prima lattazione: abbiamo, anche qui, un’idea della produzione media e al picco, delle nostre primipare?
All’interno del nostro universo aziendale, avere in mano entrambi questi dati ci permette di prendere delle decisioni razionali: molto spesso si tenta di raggiungere il magico numero di cui sopra, 22-24 mesi, in maniera un po’ asettica. “Se partoriscono prima, mi costano di meno”. Questo è verissimo. Prima riusciamo a far partorire le nostre manze, prima esse entreranno in produzione, prima raggiungeranno il break-even e prima cominceranno realmente a produrre profitto.
Questo ragionamento, sul piano economico, resta corretto. Ridurre l’età al primo parto significa accorciare il periodo in cui la manza assorbe costi senza ancora generare ricavi. Significa anche, almeno in teoria, aumentare l’efficienza complessiva della rimonta. Ma proprio perché il ragionamento è corretto, va usato bene. Se resta isolato, rischia di far sembrare vantaggiosa una scelta che in realtà produce uno squilibrio più avanti.
Il punto critico arriva dopo il parto
C’è, però, un grosso “ma”: se riduciamo l’età al primo parto senza tenere conto di come si comportano a livello produttivo i nostri animali, potremmo incorrere in qualche cattiva sorpresa. Capita abbastanza spesso di trovarsi in situazioni in cui le manze si ingravidino effettivamente presto per poi ritrovare gli stessi animali in difficoltà durante la prima lattazione, soprattutto quando non c’è modo di avere dei gruppi suddivisi per lattazione.
È qui che il numero, da solo, smette di essere sufficiente. Il parto non è un punto d’arrivo astratto, ma l’inizio di una fase molto più impegnativa dal punto di vista metabolico, produttivo e gestionale. Una manza può avere l’età giusta “sulla carta” e al tempo stesso non essere ancora pronta, in termini di sviluppo e di capacità di sostenere la lattazione, per affrontare il salto verso la mandria in mungitura. In questi casi l’efficienza apparente dei mesi risparmiati rischia di essere pagata dopo, in forma di minore tenuta e di prestazioni meno soddisfacenti.
Anche qui torna utile il filo che lega questo articolo al precedente: l’età al primo parto non cancella tutto ciò che è avvenuto prima. Se il percorso di crescita non è stato davvero solido, se ci sono stati problemi sanitari o accrescimenti non ottimali, il parto non “resetta” l’animale. Al contrario, è spesso il momento in cui emergono con maggiore evidenza gli squilibri accumulati lungo la rimonta.
Un indicatore utile, ma non sufficiente
In questi casi la razionalità della gestione sta nel conoscere la nostra stalla e non applicare i numeri in maniera cieca. L’età al primo parto è un indicatore, ma ci dice semplicemente se siamo bravi a identificare i calori sulle manze e se queste ultime sono pronte, più o meno, a ingravidarsi. Questo è senz’altro un aspetto positivo, ma non è sempre sufficiente.
È utile, cioè, come segnale di funzionamento di una parte del sistema, ma non descrive da solo la qualità complessiva della rimonta. Dice qualcosa sulla capacità riproduttiva e sull’organizzazione della fecondazione, ma non esaurisce il giudizio sull’animale che arriva al parto. Per questo va maneggiato con attenzione: è un buon indicatore, ma solo se resta dentro una lettura più ampia.
Andiamo quindi a guardare a che età al primo parto le nostre primipare sono più produttive e pianifichiamo di conseguenza: dobbiamo magari modificare la data di fecondazione? O potremmo andare indietro, analizzare la crescita delle nostre vitelle e manzette e cercare di capire come mai, per la nostra mandria, i famosi 22-24 mesi non sono la scelta migliore. Da qui scegliere se è necessario fare qualche cambiamento: possiamo far crescere in maniera differente le nostre vitelle e manze, al fine di portarle a essere effettivamente al meglio durante la loro prima lattazione?
Nel Parmigiano Reggiano anche la rimonta pesa sulla qualità del latte
Nelle aziende che producono latte per Parmigiano Reggiano, la rimonta non prepara soltanto future vacche: prepara animali che dovranno entrare in lattazione con sufficiente solidità sanitaria e produttiva per garantire continuità, qualità della materia prima e minore bisogno di correzioni.
Per questo l’età al primo parto va letta non come un obiettivo astratto, ma come un passaggio da valutare dentro il risultato complessivo. Anticipare può essere utile, ma solo se la manza arriva davvero pronta. Se così non è, il vantaggio apparente dei mesi risparmiati rischia di trasformarsi più avanti in fragilità, minore tenuta e maggior dipendenza da trattamenti.
In una filiera come questa, lavorare bene anche sulla rimonta significa costruire con anticipo una mandria più stabile, meno esposta a problemi sanitari e più capace di sostenere nel tempo qualità del latte e sostenibilità aziendale.(LA)








