Come migliorare la rimonta aziendale partendo dai numeri

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Gestione dei giovani vitelli per ridurre mortalità e morbilità

Negli ultimi anni si è molto discusso della gestione dei vitelli e un aspetto ricorrente è quello di dare delle indicazioni di management generalmente corrette, ma che difficilmente si traducono in risultati facilmente misurabili.

Questo lascia uno spazio abbastanza ampio che viene spesso riempito con creatività, sia da parte di chi si occupa di vendere prodotti correlati, sia di chi lavora direttamente in stalla con gli animali. È ormai abbastanza chiaro come questo approccio abbia lasciato spazio a qualcosa di più imprenditoriale per quanto riguarda le vacche ed è arrivato senz’altro il momento di cambiare rotta anche quando parliamo di rimonta.

Mortalità in pre-svezzamento: il primo indicatore economico

I dati di Anafibj relativi alla mortalità delle vitelle in pre-svezzamento ci riportano una realtà ancora particolarmente critica, con delle medie che raggiungono e superano il 20%: questa percentuale delle nostre nuove manze non arriverà mai in greppia.

Facciamo qualche calcolo pensando alla nostra quota di rimonta media e agli investimenti correlati considerando un livello di mortalità di questo tipo. Teniamo poi conto che, comunque, non è sufficiente portare la nostra rimonta al primo parto, ma dobbiamo, tendenzialmente, garantirci almeno la seconda lattazione per essere sicuri che la vacca abbia ripagato sé stessa e abbia effettivamente iniziato a produrre profitto netto.

Alla luce di tutto questo – che è solo la punta dell’iceberg – è evidente come sia necessario razionalizzare la gestione dei nostri giovani animali e non lasciare nullaal caso né alla creatività perché è un argomento legato a doppio filo al successo economico della nostra azienda.

Il peso delle malattie va oltre il singolo episodio

La ricerca si sta muovendo in questo senso e ci offre uno spunto di riflessione che arriva dalla medicina umana: il concetto di Daly. Questa sigla sta per Disability adjusted life years, in pratica: quantifichiamo il “peso” che la disabilità derivante da alcune problematiche e patologie ha sulla nostra aspettativa di vita e sulla qualità dei nostri anni.

È abbastanza evidente come uno o più episodi diarroici abbiano un impatto sulla vita delle nostre future vacche: se siamo bravi a tenere nota di ciò che avviene nelle nostre stalle possiamo spesso tracciare l’origine dei nostri mancati guadagni e ci rendiamo facilmente conto del fatto che le aspettative di vita (leggasi, numero di lattazioni) e performance vanno ridimensionate davanti alla presenza di uno o più problemi di carattere patologico.

Il concetto appare banale, ma non lo è: ancora in molte stalle è difficile andare a quantificare, anche economicamente, gli impatti della nostra malagestione della vitellaia. Dobbiamo, quindi, partire da alcuni dati a nostra disposizione, con l’intento di avere una fotografia generale e scevra da bias cognitivi di ciò che avviene nella nostra stalla.

Mortalità e morbilità: i due numeri da cui partire

Possiamo quindi partire con una valutazione molto rapida della mortalità nella nostra rimonta, suddividendo – come suggerito dai report di Herd Up, servizio di Anafibj – gli animali per classi di età, con particolare enfasi sugli animali che muoiono nella fase di pre-svezzamento dove, come abbiamo visto, si concentra una parte molto sostanziosa della mortalità.
Già qui possiamo iniziare a pianificare una forma di intervento: se la percentuale di mortalità in pre-svezzamento supera il 5% dobbiamo partire con un lavoro di “sgrossatura” che ci permetta di far rientrare questo parametro in un livello di accettabilità.

Qualora il livello di mortalità ci soddisfi, possiamo indagare la morbilità: al netto di una mortalità contenuta, quanti dei nostri animali contraggono comunque una patologia in forma clinica? Come dicevamo prima: non basta la mera sopravvivenza per garantire una performance efficiente, anzi. Raccogliere questo dato è senz’altro meno facile: teniamo comunque presente che, stando alla letteratura, anche in casi di mortalità molto bassa (al di sotto del 3%) possiamo avere delle situazioni di morbilità al di sopra del 30%. Abbiamo quindi, senz’altro, da migliorare.

Un altro numero che può farci da faro è l’utilizzo di antibiotici e possiamo farci un’idea andando a “sbirciare” l’immagine che ci restituisce il nostro ClassyFarm.

Piani vaccinali, terapie e prevenzione razionale

Come partire? Possiamo identificare tre capisaldi della gestione sanitaria e di performance dei giovani vitelli in azienda:

  1. piani vaccinali;
  2. programmi terapeutici;
  3. prevenzione razionale.

I primi due punti necessitano, ovviamente, del supporto del nostro veterinario di fiducia e si integrano in maniera sinergica con il terzo punto. Nuovamente torna la “razionalità”: partendo da alcuni numeri che dovremmo avere sottomano: stiamo parlando delle immunoglobuline sieriche dei nostri vitelli.
Sappiamo che gli anticorpi circolanti nei vitelli colostrati sono legati a doppio filo alla probabilità dei nostri giovani animali di contrarre una patologia nelle prime settimane di vita e, di conseguenza, di morire. È ormai chiaro a tutti gli operatori del settore che il vitello nasca senza una protezione anticorpale attiva e necessiti dell’ingestione del colostro materno entro poche ore dalla nascita e in condizioni igieniche ideali, al fine di ricevere una copertura contro suddette patologie.

C’è però un aspetto quantitativo. La quantità di anticorpi determina la “solidità” di questo scudo che forniamo al vitello, come dicevamo: avere un’idea di questo numero, con dei controlli costanti, ci permette di sapere già quale sia il nostro margine di miglioramento. Fino a non molto tempo fa ci si poneva, come obiettivo, quello di avere 10 grammi di IgG per litro. Questo benchmark deriva dai primi studi in merito e, in particolare, si trova in un paper del 1976. Quante generazioni di vacche abbiamo avuto, in questi ultimi 50 anni? Quanti cambiamenti gestionali e genetici?

L’asticella si è alzata

Gli obiettivi si innovano, cambiano e l’asticella si alza: ad oggi vorremmo vedere, almeno per il 40% dei nuovi nati, il raggiungimento del valore di 25 g/litro, cercando di spingere al massimo su tutti gli animali che nascono nelle nostre aziende.

Torniamo a un dato già menzionato: anche in casi di ottima colostratura (questi famosi 25 g/litro) avremo, nonostante una mortalità molto ridotta, una morbilità potenzialmente vicina al 30%. Lo spunto che deriva da questa valutazione è che, anche in casi di eccellenza, abbiamo uno spazio molto ampio di miglioramento con un effetto a cascata sulla capacità degli animali di sbloccare il loro massimo potenziale genetico.
Tornando ai nostri preziosi numeri: secondo alcune valutazioni molto recenti, dovremmo porci come obiettivo quello di raggiungere i 40 grammi di IgG/litro se vogliamo andare ad abbassare, sensibilmente, anche la parte di morbilità.

Misurare per correggere

Per chi tiene d’occhio le analisi del sangue dei propri vitelli noterà subito come si tratti di un valore che ha un sapore di utopia, perlomeno nella maggior parte dei casi. Come si ripete spesso, però, non possiamo migliorare ciò che non si può misurare, soprattutto se l’obiettivo diventa così ambizioso: sicuramente non ci si arriva per caso.

È necessario avere il polso della situazione in maniera costante e monitorare i numeri e la loro evoluzione in base alle modifiche che andremo a fare nei nostri protocolli di gestione. Sappiamo bene che il trasferimento immunitario dipende dalle tempistiche di somministrazione, dai litri di colostro, dalla loro qualità e dalle condizioni igieniche. Qui si aprirebbero altri capitoli, ma forse abbiamo già molta carne al fuoco, al momento.


La sostenibilità parte dalla vitellaia

Negli allevamenti che producono latte per Parmigiano Reggiano il tema della sostenibilità passa anche dalla capacità di portare in stalla animali sani, robusti e poco “costosi” sul piano sanitario. È qui che la vitellaia smette di essere un reparto accessorio e diventa il primo punto in cui si decide quanto un allevamento sarà esposto, negli anni successivi, a malattie, trattamenti e instabilità produttiva.

Un vitello che parte male è un animale che rischia di ammalarsi nelle prime settimane ed è spesso una futura manza più fragile, una primipara più delicata, una vacca che entrerà in lattazione con maggiori probabilità di richiedere terapie per problemi sanitari. Lavorare sulla colostratura, sulla mortalità, sulla morbilità e sulla prevenzione in vitellaia è il modo quindi più precoce, più intelligente e decisamente più economico per abbassare la pressione sanitaria complessiva della mandria.

Per una filiera come quella del Parmigiano Reggiano il vantaggio è doppio. Da un lato si costruisce una mandria più sana, con meno problemi clinici e minore bisogno di trattamenti. Dall’altro si mettono le basi per una qualità del latte più stabile, perché la qualità del latte e la “qualità della narrazione” dipende anche dalla storia sanitaria degli animali che arrivano a produrlo. Una vitellaia ben gestita è, quindi, una forma di prevenzione che costa meno di molte correzioni successive e che agisce molto prima che il problema diventi visibile (LA).

Come migliorare la rimonta aziendale partendo dai numeri - Ultima modifica: 2026-03-28T12:00:18+01:00 da Laura Della Giovampaola

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