Quello delle tecniche di alimentazione delle bovine da latte è un problema che è solo apparentemente fermo su posizioni consolidate. Anche in quest’ambito, vogliamo dire, si stanno facendo strada nuove importanti acquisizioni tecniche. È quanto sottolinea il docente dell’Università di Bologna Andrea Formigoni.
Il quale nel corso di questo colloquio con l’Informatore Zootecnico indicherà in questi termini alcune delle principali novità: è ormai assodato che nell’unifeed non conviene che la granulometria della componente foraggera superi i 2 cm; è fondamentale l’osservazione della capacità di ingestione degli animali; se i foraggi non sono di qualità il tradizionale rapporto 50/50 con i mangimi si può spostare anche fino a un 30/70; i balloni fasciati ad alta densità stanno riscuotendo sempre maggiore successo tra gli allevatori...
Ovviamente questi sono solo alcuni primi flash, che approfondiremo durante l’intervista. E tuffandoci nelle argomentazioni a volte tecniche a volte scientifiche del docente bolognese vedremo quanto sia concreta e importante l’evoluzione delle modalità di somministrazione delle razioni per le bovine.

Professor Formigoni, quale può essere una prima novità tecnica all’interno del grande capitolo dell’alimentazione delle bovine da latte?
Io penso che fra le novità più interessanti che si stanno affermando, anche nella ricerca scientifica, ci siano quelle riguardanti la granulometria della componente foraggera della razione. E come sappiamo la granulometria gioca un ruolo estremamente importante perché condiziona diversi aspetti della fisiologia digestiva, l'ingestione, la masticazione, la ruminazione, etc.
E all’interno dell’argomento granulometria dei foraggi quali innovazioni sono state messe a fuoco, ultimamente?
Semplificando, le novità sono due. La prima è la recente ridefinizione del parametro analitico “fibra fisicamente efficace”. La seconda, più di tipo osservazionale, è l’indicazione di una misura massima per la stessa granulometria, in centimetri. Entrambe le acquisizioni provengono dalla ricerca statunitense.
Iniziamo dalla prima di queste due innovazioni, il parametro analitico.
Le ultime ricerche che sono comparse in bibliografia, soprattutto sotto la guida di Rick Grant, già direttore del Miner Institute (Chazy, stato di New York, Usa), hanno identificato un nuovo parametro che possiamo considerare utile per meglio tarare l'apporto di fibra efficace. Questo parametro è un’evoluzione della "peNDF" proposta da Mertens; in particolare si considera la quantità di fibra indigeribile valutata a 240 ore di fermentazione all’interno delle particelle di foraggio trattenute nei setacci. Questo nuovo parametro viene definito “peuNDF240”.
Di cosa si tratta?
Si tratta di un nuovo indicatore per valutare la fibra da foraggi nella razione della bovina da latte: fornisce previsioni sia sulla capacità di ruminazione sia sulla capacità di ingestione da parte degli animali. Ne tiene conto considerando sia la quota indegradabile dei foraggi sia la loro dimensione fisica. Riesce a offrire questa valutazione, questa previsione, grazie al metodo con il quale è stato ottenuto: valuta la quota di fibra indigeribile dei foraggi (stima che ottiene misurando la digestione a 240 ore in vitro) e la mette in relazione con la dimensione fisica, ossia con la granulometria che si valuta con i normali setacci.
Nella pratica?
Per fare un esempio pratico, se io prendo un foraggio particolarmente ricco di fibra indigeribile, a parità di granulometria, esso avrà un effetto ingombro molto maggiore rispetto ad un foraggio che abbia la stessa granulometria, ma meno quota indigeribile di fibra.
Passiamo alla seconda delle due innovazioni citate prime, relative alla granulometria dei foraggi.
Sì, c’è un secondo punto che emerge dalle ricerche americane, il quale come anticipato questa volta è più di tipo osservazionale. E consiste nel fatto che la granulometria del foraggio sembra non avere molto senso se è superiore a 1,5-2 cm. È interessante notare come questo dato, messo a fuoco anche da un'esperienza che noi abbiamo fatto nel passato in area Parmigiano Reggiano, sia poi stato confermato dai ricercatori del Miner Institute.
Questa misura della granulometria (fra 1 e 2 cm circa) è una misura accettabile oppure è un limite massimo che non conviene superare?
L'ideale è che l’allevatore, nel preparare l’unifeed, non superi questo tipo di granulometria. Perché se siamo capaci di mantenere costantemente queste dimensioni abbiamo la possibilità di mantenere adeguati tempi di masticazione e ruminazione, permettendo un aumento della capacità di ingestione. E la capacità di ingestione aumenta non di poco, fino al 10-15%, quindi un aumento notevole. Gli animali, inoltre, impiegano meno tempo per assumere la razione, quindi mangiano di più impiegando meno tempo.
Dunque questa granulometria più ridotta incide anche sul fattore tempo.
Sì, tutto questo ha un impatto significativo sulla quantità di tempo disponibile per l'animale, per fare altro rispetto al mangiare. In una giornata guadagniamo più di un'ora, e quindi l'animale può riposare di più, può avere relazioni sociali più lunghe, eccetera. E questo è un aspetto molto interessante. Rick Grant ne ha parlato in una sua presentazione al CNC lo scorso ottobre; i suoi dati sono, a mio giudizio, di particolare interesse pratico applicativo. Un altro elemento importante è che con questo tipo di granulometria la capacità di scelta dell'animale all'interno dell'unifeed è praticamente nulla.
In conclusione?
Quindi abbiamo tutti questi vantaggi che si sommano fra di loro. Qual è però l'elemento che dobbiamo tenere in considerazione con molta cura? È l’obiettivo di mantenere le diverse frazioni della fibra entro determinati parametri. La fibra peuNDF240 non dovrebbe essere inferiore al 5-6% della sostanza secca, la fibra uNDF non inferiore al 7-8%, e classicamente la fibra NDFom non inferiore al 28-30%.
Quindi è molto importante dedicare attenzione alle varie frazioni della fibra.
Certo. I dati presentati sono molto interessanti, meritano di essere ulteriormente considerati anche in altri tipi di diete, ma mi sento già di poter dire che le osservazioni di Rick Grant sono molto vicine ai risultati ottenuti anche da noi per le razioni da parmigiano reggiano. Questo secondo me è un elemento di novità per i criteri di razionamento, che sono nuovi rispetto al passato.
Fin qui la questione granulometria. C’è qualche altra acquisizione tecnico-scientifica che sta facendo progredire il concetto di alimentazione delle bovine da latte?
L'elemento che, a proposito di alimentazione, sta sorprendendo è l'osservazione della potenziale capacità di ingestione degli animali.
Capacità di ingestione: parliamone.
Ormai sono frequenti i casi di singoli animali o anche di gruppi importanti di animali, in cui la produzione di latte è alta, ma la cui capacità di ingestione è veramente elevata. Arriviamo ormai a registrare ingestioni tranquillamente vicine o superiori ai 30 kg di sostanza secca per capo, con punte non infrequenti anche più elevate. Questa capacità di ingestione appare anche molto elevata anche negli animali in asciutta e in fase di transizione. Da dati preliminari ottenuti presso la nostra stalla didattica, diversi animali hanno manifestato una capacità di ingestione superiore ai 17-18 kg di sostanza secca. Per ottenere queste situazioni i prerequisiti sono tre sostanzialmente.
Uno dei quali risiederà nella genetica.
No, lasciamo perdere in questo caso il fattore animale, i nostri generalmente sono animali di una certa mole e di grande produttività. I fattori squisitamente legati al razionamento sono tre fondamentalmente. Il primo è la granulometria della razione, che deve essere fine, rientrando negli 1,5-2 cm citati prima. Il secondo è la disponibilità continua nelle 24 ore di cibo: le greppie devono essere sempre rifornite. Il terzo punto è la digeribilità dei foraggi che impieghiamo.
La digeribilità dei foraggi...
Se non abbiamo un adeguato apporto di fibre degradabili la capacità di ingestione si riduce. Quindi bisogna controllare la componente indegradabile della fibra dei foraggi e avere disponibili in definitiva dei foraggi dotati di fibra molto ben digeribile. Dunque se abbiamo un foraggio di alta qualità, trinciato finemente, lasciato a volontà in una razione ben equilibrata, la capacità di ingestione è veramente superiore a quella che potevamo stimare mediamente fino a qualche anno fa.
Inoltre giocheranno un certo ruolo i batteri ruminali…
Certo: l'altra componente nutrizionale importante collegata con la capacità di ingestione è sicuramente la disponibilità di azoto degradabile per i batteri ruminati. Perché la digeribilità della fibra è ovviamente operata dai batteri cellulosolitici. Questi richiedono azoto per crescere, moltiplicarsi e lavorare efficientemente; quindi è necessario avere cura che la razione apporti adeguate quantità di azoto degradabile, isoacidi e minerali. Anche gli amidi degradabili, se in eccesso, possono deprimere l'attività dei batteri cellulosolitici, mentre, in genere, gli zuccheri sembrano favorirla. Secondo me queste sono forse le più interessanti novità.
Stiamo sempre parlando delle bovine in lattazione.
Quello che ci stiamo dicendo è interessante per le bovine in lattazione in generale, ma è più in generale valido anche per le asciutte e per le bovine in fase di transizione, quindi pre e post parto. In queste fasi cambia un po' il nostro approccio alla copertura dei fabbisogni, perché se le condizioni ambientali sono buone, se la dieta è fatta bene, non è necessario portare all'estremo le concentrazioni di amido, o di lipidi, o di supplementi energetici per soddisfare il fabbisogno degli animali. Perché gli animali possono mangiare molto più di quanto non avessimo comunemente pensato.
Comunque il requisito fondamentale resta che l’allevatore abbia a disposizione foraggi di buona qualità.
Certo, di buona qualità, quindi ben digeribili e trinciati finemente per limitare l'ingombro fisico spaziale proprio del foraggio all'interno del rumine. Il che significa ridisegnare la razione nel suo insieme. Cioè questo elemento, di cercare di avere un'ingestione molto alta attraverso queste strategie, consente di ridisegnare la razione nel suo insieme, perché non è necessario concentrare più di tanto l'amido piuttosto che le proteine, i lipidi eccetera.
Ridisegnare la razione… E nell’operatività quotidiana dell’allevamento come si può procedere?
A livello aziendale non è così frequente avere una valutazione della capacità di ingestione della propria mandria, dei propri gruppi. Questo un po' perché è difficile farlo, un po' perché magari non c'è attenzione. Però se si riesce ad avere quel dato in maniera precisa, chi è deputato a studiare la razione sicuramente fa un lavoro più fine e con più risultati.
Come fare allora, nella pratica, per misurare la capacità di ingestione?
La cosa più semplice è misurare quello che viene somministrato e, assicurandosi che il cibo sia sempre disponibile per gli animali, misurare quello che resta come residuo prima della nuova somministrazione. Chiaramente il dato va corretto per la sostanza secca, perché sennò si hanno dati poco attendibili. È anche importante fare queste rilevazioni con continuità e metodo, in modo tale da avere dati attendibili per costruire razioni più precise.
La raccolta di questo dato non sarà compito dell'allevatore, sarà compito dell'alimentarista e del nutrizionista.
No, secondo me compito dell'alimentarista e del nutrizionista è sollecitare l'allevamento a raccogliere quel dato, perché è molto importante. Poi a livello aziendale bisogna organizzare la questione, che non è proprio del tutto priva di inconvenienti: si tratta di fare un lavoro in più, di raccogliere il residuo e pesarlo, di gestire la greppia in maniera più attenta, di non lasciare mai gli animali senza alimento. Quest'area della gestione dell'alimentazione troppo spesso è sottovalutata nella sua importanza, ma è determinante. Determinante anche perché induce un cambiamento nel comportamento alimentare degli animali.
Cambia il comportamento alimentare…
Nel momento in cui l'animale apprende che il cibo è sempre disponibile, assume il cibo con una frequenza, una dinamica diversa rispetto alla situazione nella quale l'animale memorizza che per alcune ore nell'arco della giornata il cibo non è disponibile. E e qui cambia veramente la dinamica di assunzione della razione e abbiamo un risultato finale diverso. Questi sono studi pubblicati anche da noi alcuni anni fa su Dairy Science: si è visto chiaramente che gli animali alimentati ad libitum, ma per davvero, quindi con il residuo e con l'alimento sempre disponibile, producono più latte e stanno meglio.
Importante a questo punto affrontare la questione del rapporto foraggi/concentrati. Le disposizioni sull’alimentazione delle bovine prescritte dal consorzio del Parmigiano Reggiano restano un importante punto di riferimento tecnico; queste in sintesi dicono che tale rapporto deve essere 50/50%, o meglio uno a uno. Rispettare un rapporto di questo tipo risulterà utile anche al di fuori del mondo del Parmigiano Reggiano…
L'ideale è sempre 50/50, o addirittura fornire più foraggio rispetto ai concentrati. Ma dipende ovviamente dalla qualità dei foraggi. Diciamo che quando i foraggi risultano di qualità meno buona è quasi inevitabile che questi scendano a valori inferiori. E se i foraggi scendono al di sotto del 40% probabilmente dobbiamo sacrificare le leguminose rispetto alle graminacee perché le graminacee hanno una proprietà dietetica superiore rispetto alle leguminose. Non nutrizionale ma dietetica sì.
Puntando di più sulle graminacee.
Sì, però man mano che alziamo la quota dei foraggi in razione possono essere valorizzate invece soprattutto le leguminose, perché queste deprimono meno l'ingestione di quanto non facciano le graminacee.
Torniamo al rapporto foraggi/mangimi previsto dal regolamento di alimentazione delle bovine del Parmigiano Reggiano. Le parole esatte dell’articolo 2, Principi generali per il razionamento, sono queste: “La razione di base, costituita dai foraggi, deve essere convenientemente integrata con mangimi in grado di bilanciare l’apporto dei vari nutrienti della dieta. La sostanza secca dei mangimi nel loro complesso non deve superare quella globalmente apportata dai foraggi (rapporto foraggi/mangimi non inferiore a 1)”. Come si fa a distinguere fra le diverse categorie di bovine: in lattazione, in asciutta, manze?
Nell’insieme il rapporto deve essere uno a uno; ma considerando non solo le bovine in lattazione ma anche le asciutte e le manze dal sesto mese di gravidanza. Ora, se noi facciamo una valutazione che tenga conto di tutte queste categorie di bovine, considerando che le asciutte e le manze dal sesto mese di gravidanza mangiano razioni molto più ricche di foraggio rispetto ai mangimi, è chiaro che possiamo mantenere un rapporto uno a uno anche riducendo la quota dei foraggi per le bovine in lattazione. In ogni caso in razioni in cui la componente foraggera sia rappresentata da fieni di medica e graminacee al 50% è bene non scendere mai al di sotto del 42-45% di foraggi, per le bovine che producono latte.
Insomma il regolamento del Parmigiano Reggiano considera le diverse categorie di bovine.
Sì, le considera. Il regolamento dice che le vacche da latte sono quelle che producono il latte, quindi sì le bovine in lattazione, ma anche le bovine in asciutta e anche le manze dal sesto mese di gravidanza. E che nell'insieme l'apporto di foraggi e concentrati deve essere di uno a uno. Siccome le asciutte mangiano 11 kg di fieno e 2 kg di mangime, per le bovine da latte puoi usare più mangime e un po' meno di foraggio, perché nell'insieme il rapporto dovrà essere uno a uno; e quindi fai un conteggio che tenga conto di queste differenze.

Di conseguenza?
A conti fatti per l’alimentazione delle bovine da latte rispettando il regolamento puoi tranquillamente scendere attorno al 42, 43, 45% di foraggi mettendo 55, 57, 58% di mangime. E questo senza essere fuori dal regolamento.
Comunque il regolamento dedica poche righe a questa problematica…
Sì, il regolamento qui è un po’ stringato perché non può diventare un trattato di alimentazione animale. Però è molto preciso. Ricordo che quando fu formulato questo aspetto si dedicò molta attenzione a precisare questi elementi, proprio perché con le bovine ad alta produzione è quasi impossibile, se non in rarissimi casi, evitare di scendere un po' con la quota foraggi a favore della quota mangimi, soprattutto nelle prime fasi della lattazione.
Passiamo a un problema esterno al mondo del parmigiano reggiano, quello della buona conduzione della trincea dell’insilato. È noto che bisogna evitare che l’insilato entri a contatto con l'aria.
Una cosa che forse va puntualizzata (se possibile, perché è un dato che è spesso sottovalutato) è l’utilità di predisporre il consumo di insilato in funzione di una corretta velocità di avanzamento del fronte trincea per evitare il più possibile il contatto con l’aria. Cioè: per evitare la ripresa di fermentazioni indesiderate all'interno di una massa insilata anche ben conservata è necessario avanzare con una certa velocità all'interno della trincea, con il desilamento; i dati sono molto espliciti sotto questo aspetto. Soprattutto durante il periodo estivo la velocità di avanzamento deve essere più rapida rispetto all'inverno.
Come perseguire questo obiettivo?
Per esempio all'interno dell'azienda se possibile bisognerebbe che le trincee da utilizzare durante l'estate avessero caratteristiche diverse da quelle delle trincee che possiamo usare durante l'inverno; ovvero dovrebbero essere più strette in modo tale di avanzare più velocemente con il desilamento. Ed è interessante, curioso, vedere come questo aspetto finisca anche per avvalorare il successo di una nuova diversa procedura, quella dell’uso di nuovi prodotti come i balloni fasciati ad alta densità.
I balloni fasciati ad alta densità…
Rotondi o quadrati che siano, ma comunque ad alta densità. Quando per necessità molti allevatori hanno dovuto conservare il prodotto con questa tecnologia, si sono resi conto che forniva ottimi risultati in stalla. Una motivazione è il fatto che il prodotto in quel caso viene, diciamo, compresso e isolato dall'ossigeno in maniera spesso molto più efficace rispetto al normale processo di insilamento. E questo è un primo elemento a favore di questa nuova procedura.
E il secondo elemento?
Il secondo elemento, secondo me molto importante, è il fatto che, usando questi balloni, tu apri un insilato solo nel giorno in cui lo devi usare, lo dai alle bovine e vedi che è qualitativamente perfetto se la fermentazione è andata bene. E il giorno dopo ne apri un altro ed è perfetto anche quello. Tutto grazie al fatto che rispetto alla trincea qui non c'è più esposizione del prodotto all'aria, neppure per pochi giorni. Questo è talmente vero che in diverse realtà gli allevatori, per evitare almeno i rischi per l'estate, che è il periodo sicuramente più critico, si sono organizzati per fare degli insilati da usare appositamente in un periodo più caldo.
Lo stesso risultato positivo offerto dai balloni fasciati ad alta densità si ottiene conservando in trincee strette l’insilato da consumare d’estate. Dunque c’è parallelismo fra i due metodi.
Certo. A proposito di trincee strette, emerge in generale l’opportunità di effettuare una rivalutazione della dimensione delle trincee, nelle aziende zootecniche. O meglio conviene che lo stesso allevamento abbia a disposizione sia trincee strette sia trincee di dimensioni normali, perchè in tal modo le prime possono venire usate d'estate.
Perché con le trincee strette la velocità di avanzamento del fronte desilato è maggiore e quindi è minore il tempo di contatto dell’insilato con l’ossigeno.
Esatto e diciamo che la velocità dell’avanzamento del fronte trincea (e sono dati pubblicati da Borreani e colleghi) dovrebbe essere non inferiore a 35-45 cm al giorno. Ed è intuibile che non sono tante le realtà aziendali in cui questo si possa fare. E l’eventualità di non poterlo fare ti espone a una situazione in cui l'aria penetra all'interno del fronte silo e quindi anche se il fronte non appare riscaldato sicuramente ha però perso caratteristiche nutrizionali, energia, eccetera.
Anche da qui il successo dei balloni fasciati.
Esatto, questo può dare buone giustificazioni al successo dei balloni fasciati ad alta densità. Questi ultimi però devono essere fasciati molto bene, con plastica che sia ossigeno-resistente e con adeguati strati di copertura.
Ma ritorniamo sulle più opportune modalità di desilamento di una trincea di foraggio insilato.
Che la velocità di avanzamento del fronte silo debba essere rapida lo abbiamo già sottolineato. Un altro aspetto da perseguire è quello della pulizia e della precisione di taglio. Quindi il fatto di evitare scalini nel fronte trincea, di evitare di avere prodotto smosso eccetera, è estremamente importante perché quando il carro miscelatore, in particolare l'apparato di desilazione, viene appoggiato sul fronte tende a smuovere il prodotto e quindi a facilitare l'entrata dell'aria.
Però questi obiettivi dell’evitare scalini, dell’evitare prodotto smosso, del ricercare precisione di taglio non dipendono dalle caratteristiche tecnologiche del carro miscelatore, della macchina che hai acquistato?
Mah! A mio giudizio dipendono prevalentemente dalla perizia dell’operatore. Poi ogni carro può facilitare o meno il lavoro dell’operatore, ovvero del cosiddetto carrista. Solo un operatore preparato e motivato può raggiungere buoni risultati. Va quindi affinata l’attenzione verso questi aspetti pratico-operativi.
Misurare la precisione di preparazione del carro unifeed per evitare che la razione assunta dalle bovine sia diversa da quella elaborata dal nutrizionista
In ambiente zootecnico sono pochi gli studi che si concentrino sulla precisione adottata dall’allevatore durante la preparazione delle razioni sul carro miscelatore e sulle procedure di scarico. Colma la lacuna una recente ricerca sul tema firmata da Simone Silvestrelli, Damiano Cavallini e Andrea Formigoni dell’Università di Bologna nonché da Jenny Bongiovanni e Fausto Toni di Progeo. Si intitola “Utilizzo del software Progeo Dairy Manager (Pdm) per misurare la precisione di preparazione del carro unifeed”.
Obiettivi di questo studio valutare la deviazione tra quantità teoriche e quantità reali degli ingredienti delle razioni in diverse aziende di vacche da latte nella zona del Parmigiano Reggiano. E indagare le maggiori difficoltà nel caricamento del carro unifeed.
Si tratta di uno studio osservazionale retrospettivo che ha coinvolto sei aziende di vacche da latte operanti nell’area del Parmigiano Reggiano e che avevano installato il software Pdm, un software gestionale e di alimentazione che permette di raccogliere dati dai vari software gestionali e/o sanitari e anche da altri sistemi tecnologici come il carro unifeed e il robot di mungitura. Pdm può successivamente dare all’allevatore consigli e suggerimenti sulla gestione dell’allevamento.
Per valutare la variazione tra le razioni teoriche e reali, la quantità di ciascun alimento caricato nel carro miscelatore è stata misurata giornalmente tramite la bilancia del carro miscelatore, e i dati sono stati registrati nel programma Pdm, documentando eventuali differenze tra le quantità previste e quelle reali dei componenti della razione.
Lo stesso lavoro di registrazione dei pesi è stato fatto per il carro totale unifeed e per la quantità scaricata nei vari box. Sono stati riportati i dati di ogni categoria come percentuali calcolate come quantità effettiva/quantità teorica.
I risultati hanno indicato che sia per i foraggi sia per i concentrati le deviazioni medie delle razioni erano sovrastimate rispetto alla razione teorica. E considerando il carro totale dell’unifeed (Tmr, total mixed ration) di queste aziende, i risultati hanno evidenziato una sovralimentazione rispetto all'obiettivo.
Questa deviazione dall'obiettivo durante il caricamento della Tmr comporta diversi problemi, continua lo studio. È noto per esempio che il sovraccarico di ingredienti o Tmr provoca un aumento dei costi di alimentazione, e qualsiasi modifica alla razione teorica ha un effetto negativo sull’Iofc (Income Over Feed Cost, reddito al netto dell’alimentazione).
In generale, i risultati hanno evidenziato una deviazione tra le razioni teoriche e quelle reali in termini di carico degli ingredienti.
E i foraggi hanno mostrato una maggiore divergenza e variabilità rispetto ai concentrati; la medica è uno degli ingredienti solitamente caricati con scarsa accuratezza e precisione. Una possibile spiegazione, spiega il primo autore di questo report, Simone Silvestrelli, “è che i foraggi sono più difficili da pesare e gli operatori trovano difficoltà nel caricarli correttamente. È possibile che i foraggi siano stati pesati come balle intere, e questa procedura potrebbe aver portato a una deviazione rispetto all’obiettivo”.
In conclusione, in questa indagine "il Tmr e lo scarico nelle mangiatoie sono risultati diversi rispetto all'obiettivo. Questo potrebbe portare a sovralimentazione e a un eccesso di nutrienti per gli animali, poiché la razione finale sarà diversa da quella formulata".
(Dall’articolo pubblicato all'European Conference on Precision Livestock Farming: Silvestrelli, S., Cavallini, D., Bongiovanni, J., Toni, F., & Formigoni, A. (2024). “Use of Progeo Dairy Manager (Pdm) software to asses precision during preparation of TMR mixing wagon”. 907–913. Scopus).








