Tenere il latte estero fuori dai nostri confini?

C’è da chiedersi se non sia il caso di lavorare su un grande progetto, a medio lungo termine, per l’autoproduzione di latte. In coerenza alle tante battaglie per la certificazione d’origine della materia prima

 

 

Gianpiero Calzolari è presidente della Granarolo.

 

Nella seconda metà dell’anno è mancato latte. E come sempre accade in queste condizioni si è alzato il termometro del prezzo.
Se per quanto riguarda l’Olanda il calo è da ascrivere ai problemi di compatibilità ambientale e come tale costituisce un dato strutturale, per quanto riguarda la Germania la flessione è imputabile alla siccità che ha compromesso i pascoli e le scorte di foraggio e pertanto sembrerebbe trattarsi di una congiuntura temporanea. Ragionevolmente possiamo immaginare che già dalla primavera prossima dovrebbero rientrare nella normalità. C’è anche chi dice che potrebbe accadere già nel corso dell’inverno.
Gli allevatori tedeschi, strutturalmente avvezzi all’autoproduzione per alimentare i propri animali, hanno ridotto il numero dei capi e rallentato temporaneamente la produzione. Se però il cambiamento climatico si confermasse, nel prossimo futuro si potrebbe ridisegnare la mappa delle produzioni lattiero casearie europee.
IN ITALIA
Anche nel nostro Paese la produzione è inferiore alle attese, ma sembra trattarsi di un fattore climatico congiunturale, in realtà la potenzialità produttiva delle nostre stalle   avrebbe abbondantemente superato i 12 miliardi di tonnellate, circa un 10% in più della produzione confrontata con quanto producevamo in regime di quote latte. La dinamica degli investimenti in atto lascia presagire che la produzione continuerà a crescere in modo importante anche per il prossimo futuro.
Nel contempo il numero di aziende continua a ridursi significativamente. Si sta verificando un processo di concentrazione delle imprese e un aumento della capacità produttiva nazionale. In sintesi meno stalle producono di più.
Per contro gli italiani consumano sempre meno latte e l’export, che pure sta andando molto bene, non compensa il saldo fra aumento della produzione e calo dei consumi.
Inutilmente reclamiamo da tempo una iniziativa politica a sostegno di una corretta campagna di educazione sul valore del latte per una alimentazione sana ed equilibrata, ma è mia opinione che se non se ne faranno carico tutti gli attori della filiera, dalla produzione all’industria alla distribuzione, destinando risorse economiche sia alla comunicazione istituzionale sia al marketing, la situazione non si invertirà e continueremo a registrare segni meno.
Il combinato di queste condizioni ci porta a dire che il nostro Paese sta diventando, se non del tutto autosufficiente, molto meno dipendente dal latte estero.
Un discorso a parte vale ovviamente per le Dop, che valorizzano la materia prima italiana per legge oltreché per tradizione, ma proviamo ad immaginare uno scenario  in cui per ragioni diverse, la necessità di rientrare nei parametri delle normative ambientali ed un mutato andamento climatico, riducessero le disponibilità di materia prima europea e per contro , anche grazie agli investimenti di  molti allevatori italiani  e in un contesto di calo della domanda interna,  l’industria di trasformazione potesse disporre di tutta la materia prima nazionale necessaria  a soddisfare i consumi interni e  l’esportazione.
Pensiamo di destinare le aree marginali o comunque meno generose dal punto di vista produttivo, al biologico, al latte fieno, alla filiera corta, alle fattorie didattiche e agli agriturismi, iniziative fondamentali ad un indispensabile piano di riavvicinamento del consumatore al nostro mondo, dopo anni in cui il latte e l’allevamento sono stati demonizzati, perfino da quella che un tempo si sarebbe definita televisione di stato.
UN GRANDE PROGETTO
C’è da chiedersi se non sia il caso di lavorare su un grande progetto a medio lungo termine, per l’autoproduzione di latte, in coerenza alle tante battaglie per la certificazione d’origine della materia prima. Battaglie sacrosante a patto che si riesca ad offrire al consumatore quel latte italiano che gli abbiamo dato la possibilità di apprezzare.
E’ una utopia tenere fuori dai confini la materia prima non per via di norme o barriere ma semplicemente perché non ne avremmo bisogno? Forse, ma se i consumi calano del 4% all’anno e la produzione aumenta con questi ritmi, se le aziende si rafforzano ed investono, se i consorzi riescono a pianificare la produzione e riuscissimo di conseguenza a esportare volumi crescenti dei grandi formaggi italiani che il mondo desidera consumare, allora potrebbe non essere solo una utopia.
Certamente non si tratta di una passeggiata e l’esito è tutt’altro che scontato ma sono evidenti ampi margini di miglioramento del saldo import-export.
La cooperazione ha un ruolo importante, tiene al proprio interno gli anelli più fragili, la produzione e buona parte della trasformazione, ma non fa sistema e si pregiudica un ruolo strategico, è storia antica. Le organizzazioni professionali esauriscono spesso il ruolo della rappresentanza nella contrattazione del prezzo. L’industria nel suo complesso non alza lo sguardo e la distribuzione è fondamentalmente piegata su se stessa nella contesa dei consumatori. Ci sarebbe la politica, ma la ricerca del consenso sconta tempi diversi dalla pianificazione strutturale.
Fortunatamente può venirci incontro la capacità di intraprendere dei nostri allevatori che stanno investendo in nuova tecnologia, in strutture e nel capitale umano rappresentato dalle nuove generazioni.
Il drastico cambiamento che sta interessando l’allevamento da latte sta ridisegnando i profili dei principali distretti produttivi e il mondo agricolo saprà essere il vero protagonista di questo processo quanto più saprà evolvere la legittima rivendicazione della propria sostenibilità nella responsabile  consapevolezza del proprio  ruolo strategico.

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