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Mais trinciato Come fare quest’anno dal campo al silo

Cosa ha insegnato la difficile esperienza del 2012. Il know how di contoterzisti e allevatori
L'insilaggio, per certi aspetti, è una scienza. Per ottenere un prodotto di qualità, tutto conta e cambiamenti anche minimi possono produrre risultati del tutto inattesi. Una regola che ha anche un risvolto negativo: un piccolo errore nella formazione della trincea, nella lunghezza di taglio o nei tempi di raccolta può peggiorare notevolmente la qualità dell'insilato, fino a comprometterla del tutto.
Se fare trinciato è difficile in tempi normali, figuriamoci in un anno come il 2012, quando le alte temperature e la siccità hanno prodotto i risultati che ben conosciamo: rese molto inferiori alla media e, soprattutto, un forte problema di micotossine. Per questo prenderemo in esame alcuni aspetti della trinciatura, dalla lunghezza di taglio alla funzione del rompigranella, tenendo sullo sfondo l'attualità, vale a dire gli effetti di una stagione totalmente insolita e, si spera, irripetibile.Cosa influenza la lunghezza di taglio
Cominciamo da una questione annosa: la dimensione del trinciato. Se facciamo un'analisi storica, seguendo l'evoluzione degli ultimi decenni, troviamo che il trinciato, prima molto corto, si è progressivamente allungato per poi tornare a restringersi. Partendo da meno di mezzo centimetro è arrivato ai 2 centimetri e mezzo di pochi anni fa, mentre le ultime tendenze, come accennavamo, lo vogliono in calo: attualmente gli allevatori più “modaioli”, vale a dire quelli più attenti a seguire gli ultimi dettami dei nutrizionisti, vanno avanti con lunghezze dai 12 ai 18 millimetri.
Qualcuno, per la verità, ha provato a fare anche meno di un centimetro, soprattutto su insistenza del contoterzista. Quest'ultimo, da un lato, avrebbe tutto l'interesse a tagliare “lungo”, perché in tal modo impegna meno la macchina, riduce i consumi e raccoglie più ettari in un'ora. Dall'altro lato, però, pesa la variabile biogas: chi ha una trinciacaricatrice, oggi, al 90% lavora anche per qualche impianto che fa biogas e come noto per questa destinazione occorre un trinciato particolarmente corto. Si va, mediamente, da 3 a 8 millimetri, a seconda delle esperienze personali. Per arrivare a queste misure si devono aggiungere coltelli sul tamburo; se si esagera, tuttavia, si rischia che la trincia non riesca a fare tagli più lunghi di 17 mm.
Da qui l'offerta di un taglio medio-corto, che presenta anche un altro vantaggio: la facilità di compattamento in trincea. Per realizzare un buon insilato, infatti, si deve completare la trincea in tempi brevi e contemporaneamente schiacciare molto bene il prodotto, in modo da ridurre al minimo la presenza di ossigeno ed è inutile dire che un prodotto tagliato a 1 cm è molto più facile da pressare di uno lungo due centimetri e mezzo.
Per tutti questi motivi, qualche allevatore ha provato il taglio extra-corto, scoprendo tuttavia che sotto il centimetro è impossibile andare, pena la riduzione di digeribilità dell'insilato. Per questo, nelle ultime stagioni ci si è attestati attorno ai 15 mm, poco più o poco meno.

Rompigranella: chiuso o aperto?
Un altro aspetto molto dibattuto è l'uso del rompigranella: un elemento fondamentale della trinciacaricatrice, al punto da essere una delle ragioni del taglio lungo in voga qualche anno fa. Stando a quanto dice chi ha seguito tutta l'evoluzione di queste macchine, infatti, i tagli molto corti di un tempo erano dovuti alla scarsa efficacia dei rompigranella: per assicurare una buona incisione delle cariossidi, era indispensabile tagliare corto.
L'evoluzione tecnologica ha poi portato a migliorare moltissimo l'efficienza del corn cracker e a quel punto la lunghezza di taglio non è più stata vincolata alla rottura della granella, finendo con l'aumentare fin dove sappiamo.
E oggi? Qual è la posizione ottimale per questo dispositivo? Ancora una volta, le esigenze del contoterzista e quelle dell'allevatore sono, in qualche modo, in conflitto. Il primo, infatti, ha tutto l'interesse a tenere il rompigranella più aperto, perché così accelera il processo di trinciatura e di conseguenza la produttività oraria. L'allevatore, invece, vorrebbe che dal rompigranella non passasse nemmeno un chicco di riso, così da avere la certezza che tutte le cariossidi siano incise.
«Bisogna però fare attenzione», avverte Giuliano Oldani, contoterzista lodigiano che fa insilato da oltre 30 anni. Chiudendo troppo il rompigranella, ci spiega, si rischia di fare danni. «Con i corn cracker del giorno d'oggi, chiudere troppo rischia di essere controproducente, perché si finisce col maciullare tutto, sfibrando i pezzetti di pianta e rovinando l'insilato. Non si deve tenere il rompigranella troppo aperto, altrimenti i chicchi risulteranno integri, ma nemmeno del tutto chiuso, se no si fa una poltiglia che indigeribile».
Anche Andrea Rosina, contoterzista padovano, conferma che la virtù sta nel mezzo: «Un'apertura da 2 a 4 millimetri è a nostro parere la migliore. Si incidono i chicchi e non si hanno problemi sul prodotto. Anche se va detto che in un'annata come la scorsa il rompigranella era quasi superfluo».

Un disastro l'insilato 2012
Il riferimento del contoterzista padovano è, ovviamente, alla stagione 2012, che è stata scadente in generale e pessima in molte zone del Nord Italia. Tra queste, proprio la bassa padovana, dove operano i fratelli Rosina. «Abbiamo avuto, sul 60% circa della superficie da noi raccolta, una resa tra 250 e 300 quintali per ettaro, contro i 480-530 che rappresentano la media storica. In altre parole, un 50% in meno; per non parlare di chi, visto come si presentava, il trinciato non l'ha proprio raccolto».
Inutile ricordare le ragioni del disastro: estate eccezionalmente secca e con punte di calore oltre i 35°C prolungatesi per settimane. «Abbiamo cominciato a trinciare a metà luglio, una cosa mai vista. Questo perché il mais stava rapidamente seccando e se non lo avessimo raccolto sarebbe stato inutilizzabile. Tuttavia la trinciatura anticipata ha comportato la raccolta di pannocchie ancora in formazione, dunque con meno amidi. Il che da una parte ha fatto perdere sostanza nutritiva, ma dall'altra ha compensato un po' la secchezza della pianta. Tutto sommato, chi ha raccolto presto ha fatto poco peso ma ha portato comunque a casa un discreto prodotto».
Non così chi ha ritardato il taglio: «Abbiamo raccolto campi in cui la sostanza secca era al 44%, contro il 34 abituale. Con un trinciato così asciutto, come fai a compattare la trincea? Da parte nostra abbiamo fatto il possibile per dare una mano agli allevatori. Per esempio - spiega ancora Andrea Rosina - abbiamo usato due trattori in trincea al posto di uno, per schiacciare di più, e inoltre abbiamo consigliato ai clienti di accorciare il taglio, portandolo dai classici 13 a 9 millimetri, perché un prodotto più corto si schiaccia meglio. Ciò nonostante, ci è stato detto che qualche trincea presenta tracce di muffa».
Un aiuto importante, secondo Rosina, è venuto dagli inoculi. «Abbiamo lavorato quasi sempre con gli additivi, inoculando sul prodotto lattobatteri e altri agevolatori della fermentazione. Questo, assieme agli altri accorgimenti, ha permesso di salvare molti raccolti».

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