Latte, un buon momento ma restano le criticità

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Antonio Boselli, presidente di Confagricoltura Lombardia
Il prezzo fissato con Lactalis permette agli allevatori di respirare. Ma purtroppo non tutte le industrie di trasformazione sono allineate su quelle cifre

Nonostante il positivo andamento di mercato che in questi mesi sta vivendo il settore lattiero-caseario, caratterizzato da una fase di ripresa importante, è opportuno chiedersi come rendere duratura questa ripresa. Cerchiamo di comprendere le motivazioni alle base di questa situazione e come le notizie positive possano davvero interessare tutta la filiera.
A livello generale continua a persistere una certa scarsità di latte, sia in Europa, complice un’estate estremamente siccitosa che ha dimezzato i foraggi, sia in Italia, a causa di un lungo periodo molto caldo, durato fino ad autunno inoltrato, che ha molto stressato gli animali.
Con queste produzioni ridotte, sono state praticamente azzerate le scorte di latte in polvere, e si è avuta una consistente riduzione di forme di Grana Padano, con i conseguenti aumenti dei prezzi di queste ultime settimane. Il prezzo medio è sensibilmente cresciuto, pur rimanendo ancora distante dalle quotazioni del Parmigiano Reggiano, che continua a mantenersi su ottimi livelli, garantendo soddisfacenti prezzi ai produttori.
Questa buona congiuntura dei prezzi sta portando risultati importanti anche agli allevatori. Intatti l’accordo raggiunto con Lactalis, primaria industria di trasformazione (una delle poche imprese a sedersi a discutere il prezzo con le organizzazioni sindacali e il mondo della cooperazione dopo l’addio alla concertazione del prezzo regionale con Assolatte), prevede il pagamento di 41,3 cent al litro per il latte alla stalla, grazie al nuovo sistema di indicizzazione. Pesa infatti per un 30% l’incremento del prezzo del Grana e per il restante 70% l’andamento al rialzo della media del prezzo del latte Ue.
Il prezzo fissato con Lactalis permette agli allevatori di respirare ma, purtroppo, non tutte le industrie di trasformazione sono allineate su queste cifre: anzi, molte imprese fanno valere una posizione di forza verso gli allevatori per spuntare prezzi più bassi. Una situazione che non è più tollerabile se davvero vogliamo far fare un salto di qualità al nostro sistema agroalimentare, spesso frenato da vecchie logiche ormai superate.
Un discorso a parte va fatto per le cooperative di trasformazione, che pagano un acconto mensile e poi un saldo a fine anno, quasi sempre più alto di quello pagato dalla parte industriale. In questo settore risulta così particolarmente evidente il valore della cooperazione, specialmente quando la cooperativa è anche trasformatrice e quindi in grado di trasferire il valore aggiunto direttamente a chi fornisce la materia prima.
Proprio questo quadro sostanzialmente positivo, tuttavia, fa emergere tutte le criticità presenti in questo comparto.
Confagricoltura Lombardia è molto delusa dalle scelte compiute da numerosi industriali operativi nella trasformazione e produzione di prodotti Dop, e in modo particolare da coloro che sono nel circuito Grana Padano, perché, a fronte delle buone quotazioni attuali, con difficoltà riconoscono il prezzo oggi garantito da Lactalis, mentre potrebbero arrivare anche oltre 45-47 cent al litro. Anche quando le condizioni di mercato sono favorevoli, quindi, sembra mancare la volontà di riconoscere la corretta remunerazione ai produttori della materia prima.
Ritornano al pettine i nodi relativi a come vengono ripartiti i ricavi lungo la filiera, dove ad essere penalizzati - e non è certo un luogo comune - sono i produttori agricoli e i consumatori, mentre la grande distribuzione aumenta i propri margini. Tutta la filiera, invece, dovrebbe sfruttare questo momento favorevole perché, se è vero che in Italia il latte - complici gli alti costi di produzione e la burocrazia - è tra i più pagati in Europa, è altrettanto vero che anche il valore dei formaggi, non solo Dop, è tra i più alti dell’Unione.
Se vogliamo davvero creare valore e generare reddito, dobbiamo svincolare il prodotto italiano dal latte “commodity” estero, trasformandolo il più possibile in formaggi Dop e in prodotti a marchio made in Italy oppure utilizzandolo come ingrediente per prodotti alimentari italiani.
Proprio questo punto, tuttavia, è il più delicato e oggetto di fraintendimenti ed equivoci. Dobbiamo infatti chiederci che cosa sia davvero il made in Italy: è l’industria di trasformazione che lo produce, magari con un mix di materia prima italiana ed estera, oppure è il lavoro di una filiera tutta italiana?
La risposta non è scontata. Infatti, affinchè il made in Italy diventi il lavoro di una filiera tutta italiana, è necessario superare le logiche di contrapposizione tra le parti per lavorare insieme a progetti comuni che, partendo dalla promozione e dalla vendita anche all’estero dei prodotti finiti, consenta una valorizzazione della materia prima. In mancanza di un’attenzione particolare alla redditività delle imprese agricole, il domani rappresenta un’incognita. E questi risultati si possono raggiungere solo con un grande impegno da parte di tutti: agricoltori, industriali e mondo della politica.
Fondamentale, in questa direzione, è l’incremento dell’export, attraverso due strade: un forte sforzo promozionale sui mercati esteri e la sottoscrizione di accordi bilaterali che agevolino gli scambi e tutelino le nostre Dop. Le intese di libero scambio sono sempre dei compromessi, e come tali perfettibili, ma restano un passaggio importante per fare in modo che le vendite dei nostri prodotti aumentino e che, di conseguenza, venga sempre più richiesto il latte italiano, caratterizzato da alta qualità e controlli accurati.
Prima capiremo che si vince solo tutti insieme, prima saremo in grado di strutturarci per costruire un vero futuro per il settore lattiero-caseario italiano.

Latte, un buon momento ma restano le criticità - Ultima modifica: 2019-02-18T12:12:08+01:00 da Lucia Berti

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