L’editoriale di IZ 5 – Canada e Giappone, il nodo dei formaggi “parmesan”

Gli accordi di libero scambio tra questi due Paesi e la Ue potrebbero far aumentare le esportazioni di Parmigiano Reggiano. Ma attenzione alle licenze all’import e al problema dell’italian sounding

 

di Nicola Bertinelli (presidente del Consorzio del Parmigiano Reggiano)

Il tema degli accordi di libero scambio tra Ue e Paesi come Canada e Giappone è di stretta attualità. Si tratta di accordi giuridici estremamente tecnici, complessi, che coprono un’ampia gamma di attività, dall’agricoltura alla proprietà intellettuale. La mia valutazione, che è espressione dell’intero comparto, non può che essere focalizzata sulla componente agroalimentare dell’accordo.
Come Consorzio, siamo favorevoli agli accordi di libero scambio, perché rappresentano un accesso preferenziale a mercati sviluppati o a economie emergenti. Faccio l’esempio del Canada, che per noi è un paese molto interessante: nel breve-medio periodo (3-6 anni), per effetto del Ceta, il Paese nordamericano raddoppierà, portandole a circa 30mila, le tonnellate di formaggio importate annualmente dall’Ue, senza pagare dazi. Sarebbe legittimo aspettarsi un incremento delle esportazioni di Parmigiano Reggiano in Canada.
Perché ho usato il condizionale? Perché tutto dipenderà dalla questione delle licenze all’import. Soltanto un’efficace distribuzione di queste licenze potrà garantire l’effettiva bontà dell’accordo Ceta per il comparto del Parmigiano Reggiano. È essenziale che i patti vengano rispettati nell’applicazione con piena coerenza.
Su un piano diverso, un’altra problematicità legata agli accordi di libero scambio si ha in merito all’utilizzo del termine Parmesan. Qui è necessario fare una distinzione tra Canada e Giappone.
Nel caso del Canada e, più in generale, del Nord America, la parola Parmesan viene da sempre utilizzata per designare formaggi a pasta dura. Nonostante la nostra opposizione e dissenso, il termine parmesan sarà, come è già ora, considerato generico per indicare una categoria di prodotto, alla stregua di “mozzarella”. Il Consorzio sostiene da sempre che questo genera confusione nella mente dei consumatori. Proprio per questo si è ottenuto che il parmesan prodotto in Canada innanzi tutto non potrà entrare in Europa e, sul mercato canadese, non potrà essere abbinato a riferimenti che riconducono all’Italia (come ad esempio le bandiere tricolore, o immagini di monumenti italiani), proprio per ridurre l’inganno presso i consumatori canadesi.
Ritengo già una vittoria il fatto che in etichetta si debba specificare l’origine del formaggio. Ovviamente dovremo lavorare ancora di più perché anche il termine generico “parmesan” in un futuro in Canada sia riferito solo al nostro prodotto.
Nel caso del Giappone, la situazione è più grave. Perché l’Ue ha autorizzato la commercializzazione nel Paese del Sol Levante di formaggi con la denominazione Parmesan. Nel mercato nipponico, a differenza di quello canadese, questo termine non ha una storia e non è radicato: è vero che in etichetta deve essere esplicitata l’origine non italiana del prodotto, ma per il Consorzio si tratta comunque di un errore: l’accordo non tutela sufficientemente il Parmigiano Reggiano. La Commissione Ue ha fatto alcune scelte politiche, senza condividerle con il Consorzio. L’accordo con il Giappone va sicuramente migliorato. In primis, impedendo la traslitterazione in giapponese del nome Parmesan.
Per concludere, affinché gli accordi bilaterali di libero scambio possano premiare l’agroalimentare italiano è importante fare sistema: le rappresentanze politiche e le componenti agricole devono presentarsi unite al tavolo di discussione.
Il Consorzio continuerà a fare la sua parte facendo cultura di prodotto e attività di vigilanza. Ma, per raggiungere i nostri obiettivi, abbiamo bisogno che la politica ci dia una mano.
Occorre lavorare a negoziati che puntino al riconoscimento di indicazioni geografiche come valore globale dello sviluppo agricolo. Norme in grado di eliminare le pratiche ingannevoli per il consumatore, in particolare l’utilizzo di denominazioni geografiche, immagini e marchi che evochino l’Italia per pubblicizzare prodotti affatto riconducibili al nostro Paese, la forma più sfacciata di concorrenza sleale e truffa nei confronti dei consumatori nel settore agroalimentare.
In Europa, il nostro sistema di vigilanza e repressione ha quei livelli di efficacia che ancora non sono possibili in tutto il mondo e ai quali l'Unione europea deve assolutamente puntare perché lo sviluppo del nostro prodotto è legato indissolubilmente alla crescita nei mercati esteri.

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