Latte, prezzi minimi garantiti fino ad aprile

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A partire da maggio prossimo scomparirà la rete di sicurezza dei prezzi minimi garantiti e tutto sarà affidato a un prezzo base indicizzato secondo l’andamento di mercati di altri prodotti. Ecco i dettagli

L’ultimo accordo sul prezzo del latte, raggiunto a dicembre scorso tra Italatte e le organizzazioni agricole, in rappresentanza di molti allevatori prevede la durata di un anno, e precisamente sino al 31 dicembre 2017. Eppure, tra poche settimane, arriva una data da segnare in rosso: il prossimo 30 aprile si chiude la fase dei prezzi minimi garantiti.

L’accordo tra i sindacati agricoli e la principale azienda di trasformazione italiana – che non solo interessa oggettivamente un numero elevato di produttori e una quantità rilevante di latte, ma è notoriamente punto di riferimento per il mercato e gli accordi contrattuali di un’area vastissima e particolarmente vocata alla produzione di latte – prevede un meccanismo articolato per la determinazione del prezzo per la somministrazione di latte dalle stalle alle latterie. Un meccanismo composto da tre elementi: un prezzo base (fissato a 37 centesimi di euro al litro), un dispositivo di indicizzazione e un sistema di prezzi minimi variabili nel tempo. Se la presenza dell’indicizzazione rivelava che il prezzo era destinato periodicamente a mutare, nel corso del tempo, verso l’alto o verso il basso, il sistema dei prezzi minimi garantiti assicurava una soglia di prezzo al di sotto della quale non si sarebbe potuti andare. E così è stato ed è mentre scriviamo: comunque andavano i conteggi dell’indicizzazione, il prezzo minimo garantito per gennaio 2017 è stato fissato a 37 centesimi di euro al litro (uguale al prezzo base), quello di febbraio a 38 centesimi al litro, quello di marzo e aprile a 39 centesimi al litro.

Da questa lettura dell’accordo si comprende il cambiamento che avverrà a breve: il sistema dei prezzi garantiti vige tra gennaio e aprile e poi decade, lasciando inalterato il resto dell’accordo. E cioè che la determinazione del prezzo del latte crudo alla stalla per i conferenti al gruppo Italatte sarà effettuata applicando un sistema di indicizzazione al prezzo base di 37 centesimi al litro. Dunque, da maggio a dicembre 2017 (quando scadrà questo accordo), il prezzo corrisposto alla stalla potrà essere pari al valore base, oppure superiore per effetto dell’indicizzazione, ma anche inferiore proprio perché vengono a mancare i valori minimi garantiti prefissati sino ad aprile.

Dunque da maggio 2017 – a meno che una ulteriore trattativa delle prossime settimane muti lo scenario – scomparirà la rete di sicurezza dei prezzi minimi garantiti e tutto sarà affidato a un prezzo base indicizzato secondo l’andamento di mercati di altri prodotti. In particolare, infatti, il meccanismo di indicizzazione pattuito tra le parti a dicembre scorso prevede il riferimento a due valori: da un lato un prezzo considerato medio europeo, detto “Ue-28” (si tratta dell’Eu historical prices, nella colonna weighted average, ritrovabile nel sito http://ec.europa.eu/agriculture/market-observatory/milk); dall’altro lato quello del Grana Padano, e precisamente la quotazione media mensile (media tra maggior e minore del mese) del formaggio a stagionatura di nove mesi o oltre, quotato alla borsa merci della Camera di commercio di Milano.

Nell’applicazione dell’indice, il prezzo Ue-28 peserà per il 70%, mentre la quotazione del Grana Padano peserà per il 30%. In pratica vuol dire che solo il 70% delle variazioni percentuali della quotazione Ue dei prossimi mesi andrà a maggiorare il prezzo del latte alla stalla oggetto dell’accordo; allo stesso modo, per il Grana Padano, solo il 30% dell’eventuale crescita del suo prezzo peserà su quello del latte alla stalla.

 

ANALISI CONTRATTI E OP

La questione del prezzo del latte si intreccia inevitabilmente con il dibattito più generale sulla contrattualizzazione dei rapporti tra stalle e latterie e sull’aggregazione dei produttori di latte. Due temi di strettissima attualità politico-economica. E proprio su questi argomenti, un capitolo dell’ultima edizione, appena uscita, del Rapporto sul mercato del latte elaborato dall’Osservatorio sul mercato dei prodotti zootecnici (Ompz) afferente a Smea – Alta scuola di management ed economia agroalimentare dell’Università Cattolica di Cremona – fornisce un’analisi della situazione.

Lo strumento del contratto aziendale di fornitura – si legge nel rapporto – mostra tutti i suoi limiti in una situazione di squilibrio di mercato crescente tra produttore e acquirente. In parte questo è dovuto all’aumento del gap dimensionale, conseguente ai processi di acquisizione di larga parte dell’industria lattiero casearia da parte di pochi grandi gruppi; ma a ciò contribuisce anche il venir meno degli equilibri territoriali tra produzione e utilizzo del latte – salvo evidentemente per i prodotti dop – e quindi la facilità per gli acquirenti di cambiare fornitori.

Più promettente – spiega sempre il Rapporto Smea – è forse la strada delle organizzazioni di produttori (Op) e loro associazioni (Aop), a partire dalle forme più semplici come i centri di raccolta, sia perché l’aggregazione dell’offerta è in sé un elemento di riequilibrio del potere di mercato, sia per la possibilità, almeno teorica, di muovere latte tra diverse aree e diverse tipologie di utilizzo, rispondendo così alla diminuita territorialità degli approvvigionamenti degli acquirenti. Ma in tal senso le dimensioni operative delle Op appaiono decisamente insufficienti: sia pur prescindendo dai limiti dimensionali minimi posti dalla normativa, assolutamente inadeguati, si osserva infatti che anche le più grandi Op che si occupano in via prevalente di concentrazione dell’offerta e commercializzazione del latte degli associati, quali Santangiolina e Agripiacenzalatte, arrivano a gestire meno del 2% del latte nazionale.

 

L’articolo è stato pubblicato su Informatore Zootecnico n. 7/2017

L’edicola di Informatore Zootecnico

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