DOSSIER CONTRO LE MASTITI

Mastite subclinica. I rimedi e la prevenzione

E il rapporto tra le cure e il benessere dell’animale. Dalla relazione svolta da Alfonso Zecconi,dell’Università di Milano, all’ultimo congresso del Mastitis Council Italia

In presenza di mastite subclinica, individuare precocemente gli animali ammalati è fondamentale per intervenire efficacemente. Quando questo non accade, le conseguenze riguardano sia la quantità sia la qualità del latte, ma anche aspetti spesso non considerati, come le conseguenze a livello di mungitura. Infatti, la mastite ha un impatto negativo sulla mungitura, poiché riduce la produzione, allunga i tempi di mungitura, aumenta le fasi di sovramungitura ed è frequentemente associata ad una bimodalità della curva di lattazione.

 

Spesso questi problemi passano inosservati, determinando un progressivo peggioramento della salute dell’animale e della qualità del latte. In presenza di mastiti subcliniche si crea un circolo vizioso che compromette non solo la salute della mandria ma anche la produzione e il benessere dell’animale. Questa situazione può essere modificata grazie a nuovi approcci diagnostici e terapeutici che consentono da un lato di individuare precocemente l’infiammazione, e dall’altro di migliorare la produzione il benessere della bovina e favorire la guarigione.

 

Ne ha parlato Alfonso Zecconi dell’Università degli Studi di Milano durante l’ultimo congresso del Mastitis Council Italia, che si è tenuto a Reggio Emilia il 7 e l’8 marzo 2014, presentando i risultati di un nuovo studio sulla terapia della mastite e illustrando i vantaggi di uno strumento diagnostico ancora poco utilizzato in campo.

Nuovi supporti terapeutici

 

La presenza di curve di emissione del latte non ottimali (bimodali), come noto sono associate all’aumentata frequenza di mastiti. Questo può essere sia la causa della mastite (alterazione dello sfintere del capezzolo ed aumento del rischio di mastite) sia la conseguenza (mancato rilascio del latte, presenza di fasi di mungitura a vuoto). Quest’ultimo effetto accade non solo perché si creano all’interno della mammella aree ipofunzionali, ma anche perché è conseguenza del dolore causato dalla mastite. Bisogna infatti considerare che quando l’animale ha dolore c’è un rilascio di beta-endorfine e cortisolo, con un’inibizione dell’attività dell’ossitocina e quindi della contrattilità muscolare. Il quadro è complicato notevolmente da fatto che le bovine sentono dolore ma non lo manifestano, il che rende difficile una valutazione della situazione in campo.

 

Per verificare l’effetto del dolore sulla mungitura, in conseguenza dello stato infiammatorio della mammella e la possibilità di ridurre tale effetto, è stata effettuata una prova in campo utilizzando un antinfiammatorio su due gruppi di animali (trattato e controllo non trattato) che presentavano cellule somatiche maggiori di 500.000 per almeno tre mesi. Lo studio è stato condotto utilizzando due strumenti di misurazione: il Lactocorder e il Vadia.

 

Il Lactocorder è uno strumento pensato per misurare la quantità di latte nei controlli funzionali, che offre anche la possibilità di misurare altri parametri di mungitura utili a definire le caratteristiche della curva di mungitura e quindi l’efficienza dell’impianto. Il secondo strumento è il Vadia, nato per valutare l’effetto della macchina di mungitura sul capezzolo. La sua utilità è legata al fatto che permette di ottenere informazioni a livello di singolo capezzolo, valutando anche complessivamente l’efficienza dell’impianto di mungitura.

 

Questi due strumenti sono stati quindi utilizzati insieme per valutare lo stato sanitario della bovina. I parametri di mungitura ottenibili dal loro uso sono 54, 34 da Lactocorder relativi all’intera vacca e 20 da Vadia relativi ai singoli quarti. In particolare sono stati considerati le cellule somatiche, la produzione, la durata della mungitura, il flusso medio, la sovramungitura per quarto e il vuoto all’apice del capezzolo per quarto.

 

Le cellule e la durata della mungitura sono risultati significativamente più bassi nelle vacche trattate rispetto al gruppo di controllo (figure A e B). I risultati hanno mostrato anche un miglioramento del flusso medio, che è risultato significativamente maggiore nelle vacche trattate. La produzione media delle vacche trattate è risultata numericamente superiore a quella del gruppo di controllo.

 

Il trattamento con antinfiammatorio negli animali con mastite cronica ha ridotto il contenuto cellulare del latte, ha aumentato la produzione media, ha ridotto i tempi di mungitura. Lo studio ha quindi permesso di dimostrare che l’uso di antinfiammatorio aumenta il flusso medio, riduce la sovramungitura dei singoli quarti e riduce il livello di vuoto applicato al capezzolo.

Nuovi supporti diagnostici

 

La diagnosi precoce delle malattie delle nostre bovine non si limita alla sola mastite, ma riguarda qualsiasi malattia che possa essere curata con una corretta terapia. Inoltre, ogni terapia per funzionare al meglio è importante che venga applicata correttamente, nei tempi giusti e sugli animali che ne hanno effettivo bisogno. Individuare quindi le vacche da sottoporre a visita veterinaria ed eventualmente trattare è estremamente importante, ma in stalla non è sempre facile.

 

Esistono però strumenti diagnostici in grado di individuare precocemente gli animali a rischio, che possono essere un valido supporto per il veterinario e l’allevatore. Si tratta delle proteine di fase acuta, proteine presenti nel siero che in risposta ad un stimolo infiammatorio cambiano la loro concentrazione di almeno il 25%. Questo stimolo in genere è costituito da citochine rilasciate in seguito all’azione di un patogeno. Le proteine di fase acuta comprendono almeno 14 proteine diverse, tra cui aptoglobina, sieroamilioide e alfa1 glicoproteina acida.

 

Sono prodotte dal fegato e da altri organi e hanno un ruolo fondamentale nella risposta infiammatoria dell’organismo verso i patogeni. Ad esempio, intervengono nell’opsonizzazione, vale a dire nella cattura del batterio da parte dei leucociti. Inoltre, partecipano anche alla detossificazione dei metaboliti tossici e alla regolazione della risposta infiammatoria.

 

La loro presenza è stata descritta nel corso di diverse patologie, tra cui mastite, laminite, patologie uterine, infezione da virus sinciziale, afta epizootica. Sono un indicatore di infiammazione a livello di organo, l’aptoglobina a livello di siero e la sieroamilioide a livello di latte.

 

Per questa ragione, la sieroamilioide può essere utilizzata come marker di qualità a livello di latte di massa, dove la sua presenza indica una qualità inferiore e possibili frodi (centrifughe ecc.).

 

Durante il periparto, invece, l’aptoglobina può essere utilizzata per individuare le vacche ad alto rischio endometrite, indicate da valori superiori a 1g/l dai 3 ai 6 giorni dopo il parto (figura C). È quindi un sistema semplice e poco costoso per individuare gli animali a rischio da sottoporre a visita veterinaria.

 

Per questa ragione, può anche essere utilizzata per i controlli di routine, dove valori maggiori di 0,5 mg/ml indicano la presenza di un processo infiammatorio in corso e segnalano l’animale che il veterinario deve visitare.

 

A proposito delle proteine di fase acuta sono disponibili molti dati, sono noti i fattori scatenanti ed è descritta la loro azione; tuttavia sono poco utilizzate nella pratica nonostante siano uno strumento utile per individuare precocemente gli animali a rischio e intervenire in modo più efficace

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