Insilato di mais, tutti i vantaggi

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Un prodotto dalle grandi performance che deve però essere utilizzato con attenzione e cura. Il punto dell’agronomo Paolo Guardiani

Base foraggera indispensabile per quasi tutti gli allevatori di bovine da latte, l’ insilato di mais e il trinciato sono stati oggetto in questi anni di approfonditi studi che ne hanno sicuramente migliorato la qualità.

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Paolo Guardiani.

Paolo Guardiani, agronomo, zootecnico del Consorzio Agrario Terrepadane, molto noto per avere approfondito negli anni anche a livello internazionale il management della bovina da latte, risponde ad alcune domande su questo delicato argomento.

Qual è la diffusione del trinciato di mais in pianura padana? Il trend è in aumento o in diminuzione?

«Il silomais è un alimento largamente diffuso in nord Italia ad eccezione di quelle zone in cui il latte è destinato ad essere trasformato in formaggio Parmigiano Reggiano. E’ un alimento molto interessante dal punto di vista tecnico ed economico, infatti consente di apportare una quota utile di energia e fibra alla razione giornaliera delle bovine, inoltre non va sottovalutato che essendo un alimento umido contribuisce alla uniformità delle razioni unifeed ed a migliorare l’ingestione delle bovine, parametro quest’ultimo fortemente collegato alla produzione di latte. Tuttavia, considerando che negli ultimi anni ci sono stati problemi di contaminazione delle granelle da aflatossine è possibile che gli allevatori optino per ridurre le superfici di granturco destinato alla produzione di granella e pastone a favore di quelle per produrre silomais che è sensibilmente meno contaminato».

Quali sono le fasi che attualmente vengono gestite bene dagli allevatori, grazie anche al lavoro di informazione che è stato fatto?

«Negli ultimi anni è sensibilmente migliorata la qualità dei silomais prodotti in Italia. A questo proposito mi sento di dire che gli allevatori italiani sono ai vertici mondiali per l’attenzione a produrre alimenti zootecnici con caratteristiche idonee alla produzione di latte da parte di bovine ad alta produzione. L’azione formativa svolta nel tempo dai tecnici aziendali per la fase agronomica e zootecnica ha portato ad ottenere e conservare in trincea un alimento prezioso e versatile in tutta tranquillità. Il granturco è una coltura esigente dal punto di vista dei fabbisogni idrici e nutrizionali: per questo la diffusione della fertirrigazione ha sensibilmente migliorato le produzioni in quantità ed in quantità».

Quali sono i punti ancora critici per la preparazione di un buon trinciato e per una sua efficiente gestione?

«Per chi, come me, si occupa da tempo di gestione e nutrizione di allevamenti di bovine da latte, il granturco ed in particolare il silomais è quello che in ambito industriale sarebbe considerato un semi lavorato, in altri termini è un mezzo per contribuire a fare reddito. Direi che gli aspetti critici dei primi anni sono stati superati, oggi sarebbe necessario e forse indispensabile fare un passo ulteriore per migliorare l’efficienza del processo soprattutto di conservazione. Mi riferisco a tutte le fasi che iniziano con la trinciatura in campo e terminano con l’apertura della trincea e la distribuzione del silomais alle bovine. Purtroppo quello che teoricamente è molto semplice, diventa spesso di complessa attuazione. In estrema sintesi, per una corretta conservazione è importante stabilire il momento giusto per trinciare le piante di mais in campo e questo dipende, come è noto, dall’umidità della pianta intera».

C’è una lunghezza di trinciatura ideale?

«In funzione dell’umidità si può gestire la lunghezza di trinciatura (un silomais secco deve essere trinciato corto, mentre quello con umidità corretta o maggiore del 65% può essere trinciato più lungo). Non credo ci sia una lunghezza di trinciatura ideale, ma una lunghezza adeguata alla umidità del prodotto; quindi un silomais secco dovrà avere una lunghezza di trinciatura inferiore ad 1 cm (0,7-0,8 cm), mentre un silomais con una umidità maggiore od uguale al 65% potrà essere più lungo (sino a 1,7-1,8 cm). Personalmente preferisco un silomais con una lunghezza di trinciatura lunga, perché si conserva meglio in trincea e contribuisce alla fibrosità della razione, riducendo la necessità di quantità elevate di fieno, con conseguenze pratiche positive riguardanti l’omogeneità della razione, una maggiore ingestione di sostanza sacca ed in definitiva una maggiore produzione lattea».

Quali sono gli errori più frequenti che commettono gli allevatori durante la fase di raccolta e insilamento?

«Come ho detto in precedenza non si può dire che gli allevatori commettano grossi errori  durante le fasi di raccolta ed insilamento, penso però che sia necessario non dare per scontato nulla, partendo dalla gestione agronomica delle piante per arrivare alla corretta scelta del momento e della lunghezza di trinciatura. Infine va ricordato che l’insilamento è un processo destinato a conservare un alimento prezioso nel tempo e nel migliore dei modi, per questo ogni attenzione alla fase di caricamento della trincea, di compressione della massa e di rapida chiusura sono destinate a trasformarsi in soddisfazioni durante il successivo impiego del silomais».

Si dice da sempre che è buona cosa rispettare un tempo di attesa di almeno quaranta giorni prima di aprire la trincea.

«Mi sento di aggiungere che se quaranta sono sufficienti, tempi maggiori consento di avere un alimento più costante e meglio digeribile per la bovine. In teoria, se fosse possibile, il meglio si otterrebbe utilizzando il silomais della campagna precedente, con oltre un anno di conservazione in trincea. Quindi è senza dubbio sconsigliato aprire prima del periodo consigliato, gestendo con attenzione i fabbisogni giornalieri della mandria».

Quali strategie possono adottare oggi gli allevatori per ottenere sempre di più dal loro trinciato?

«Si parte dalla scelta degli ibridi che sono offerti dalle aziende sementiere. Il criterio, a mio avviso, non è quello delle tonnellate per ettaro, ma quello di ottenere piante che abbiano dimostrato un’ottima digeribilità per le bovine. E’ molto importante la gestione in campo per permettere alla piante di esprimere in pieno le proprie potenzialità, in questo senso l’adozione di impianti per l’irrigazione a goccia è fortemente consigliata».

Un aspetto che spesso non è considerato a sufficienza è legato alle perdite in sostanza secca che si hanno dal momento della chiusura della trincea. 

«Il trinciato si conserva grazie a un cambiamento di pH della massa che impedisce ai batteri naturalmente presenti di procedere oltre nella degradazione delle sostanze nutritive del mais. L’aggiunta di inoculi per insilati, se fatta con oculatezza, consente di ridurre drasticamente le perdite in sostanza secca e di migliorare la stabilità degli insilati al momento dell’apertura».

Ci sono tecnologie emergenti che possono essere di utilità?

«La prima tecnologia che mi sovviene è la microirrigazione di cui abbiamo già parlato. Permette un uso efficiente dell’acqua e dei fertilizzanti che arrivano alle piante quando sono necessari e nella giusta quantità. L’altra è costituita dagli inoculi per insilati. Negli ultimi anni i microbiologi hanno messo a disposizione miscele di batteri molto efficaci nel contribuire a raggiungere la stabilità delle masse insilate in tempi brevi ed a tenere sotto controllo la crescita dei lieviti che si attivano al momento dell’apertura delle trincee determinandone l’aumento della temperatura.

Infine porrei l’attenzione ai teli per la chiusura delle trincee. Una rapida e buona chiusura della trincea è il primo passo per ottenere un silomais eccellente. Un altro aspetto non meno importante, sta nell’impedire l’ingresso di ossigeno nella massa. Negli ultimi anni si sono affacciati sul mercato prodotti che consentono di compiere queste operazioni in modo efficiente».

Oggi quali sono o possono essere le basi foraggere alternative al trinciato? Ha senso pensare che ve ne possano essere?

«Gli americani a volte definiscono il silomais con il termine di foraggio magico. Direi che questo è sufficiente a dire le potenzialità di questa pianta per l’alimentazione delle bovine.  Naturalmente ci sono altre possibilità, però ritengo che non abbiano i vantaggi del trinciato di mais, che è una fonte di amido più fermentescibile della farina ed apporta una quota interessante di fibra alle razioni per bovine da latte. Inoltre, in anni come gli ultimi, non va scordato che il trinciato di mais è decisamente meno interessato dalla contaminazione di aflatossine che costituiscono un problema molto serio per gli allevatori».

Arrivando in stalla e focalizzando l’attenzione sulle tecniche di distribuzione: come si può ottenere il massimo utilizzo di insilato in mangiatoia?

«La distribuzione e la gestione dell’unifeed ha grande importanza sulle rese produttive. Il silomais avendo una sostanza secca ridotta contribuisce in modo significativo alla omogeneità ed alla umidità finale della miscelata. Non richiede molte attenzioni, se non quella di essere caricato dopo tutti gli altri ingredienti della razione e di essere miscelato per un tempo breve. E’ utile ricordare che nei periodi piovosi l’insilato può risultare più umido a causa dell’acqua piovana falsando il peso reale caricato. Negli ultimi anni si è sviluppata una tecnologia applicata ai carri unifeed che consente di correggere la razione in tempo reale in funzione della sostanza secca degli alimenti. Le bovine preferiscono miscelate appena scaricate dal carro, quindi si ottengono risultati migliori in aziende che scelgono di preparare due carri al giorno, specialmente nel periodo estivo. Nel caso non fosse possibile è consigliabile di scaricare l’unifeed in mangiatoia, lasciandone una parte più lontano dalla mangiatoia in modo da potere essere spinto successivamente durante la giornata per migliorare l’ingestione delle bovine».

 

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