COSTI DI PRODUZIONE

Costo del latte in Lombardia Non regge il confronto col prezzo

latte
I conteggi delle sezioni regionali di Confagricoltura, Cia, Coldiretti e Confagri

A quanto può arrivare in Lombardia, regione “di
riferimento” per la zootecnia italiana producendo circa il 40% del latte bovino
nazionale, il valore del costo di produzione del latte?

Ci rispondono gli esponenti delle quattro
organizzazioni professionali agricole regionali. I quali, oltre alle proprie
stime sull’entità del costo totale puntano l’attenzione anche sui fattori che tale
entità determinano, come il prezzo delle materie prime per l’alimentazione, o
il costo del gasolio, o la bella novità dell’Imu…

Confagricoltura

Approfondita per esempio l’analisi sui costi
di produzione del latte fornita all’Informatore Zootecnico da Confagricoltura
Lombardia. Ci dice per esempio Luigi Barbieri, allevatore di Seniga (Bs) e
presidente della Federazione nazionale del settore lattiero-caseario di
Confagricoltura: «Nel corso del 2012, il costo di produzione del latte è
lievitato rispetto all’anno precedente, per l’effetto del concomitante aumento
dei costi di tutti i principali fattori di produzione. Come noto, la voce che
incide maggiormente sui costi totale di produzione nelle nostre aziende è
costituita dall’alimentazione del bestiame: l’andamento delle quotazioni del
mais e della soia su tutti i mercati di riferimento testimoniano le difficoltà
che gli allevatori hanno incontrato».

Per il mais, continua Barbieri, «se nei primi
mesi dell’anno i prezzi risultavano inferiori a quelli dello stesso periodo del
2011, nella seconda metà dell’anno si è registrata una vera e propria impennata
con quotazioni mensili medie che nell’ultimo trimestre 2012 superavano del 30 %
quelle dell’anno precedente. Facile intuire come i problemi legati alla
presenza di aflatossine abbiano contribuito a determinare questa impennata del
prezzo. Per la soia, i rialzi sono iniziati già nella primavera con quotazioni
ad agosto-settembre superiori del 40% rispetto all’analogo periodo dell’anno
precedente e con un aumento su base annua dell’ordine del 20%».

Aggiunge Alberto Cortesi, allevatore di
Roncoferraro (Mn): «L’aumento del costo dei carburanti nel corso del 2012 è un
fenomeno che tutti i cittadini italiani hanno sperimentato direttamente, ma
probabilmente l’opinione pubblica non è in grado di percepire esattamente
l’impatto che questi incrementi di prezzo hanno sul settore agricolo. Da un
lato, vi è un effetto diretto: le quotazioni del gasolio agricolo nel corso del
2012 sono risultate superiori a quelle del 2011 del 10-12 %, con picchi massimi
nel periodo agosto / ottobre. Aumenti che vanno a sommarsi - è doveroso
sottolinearlo - a quelli già sostenuti nel biennio precedente. A questo
incremento del prezzo va poi ad aggiungersi il forte aumento del consumo nel
periodo estivo legato alle maggiori necessità irrigue (nella nostra zona si
irriga prevalentemente a pioggia) indotte dalla siccità: la spesa complessiva
per il carburante è quindi cresciuta in misura di circa il 40%. Dall’altro lato
vi è un effetto indiretto, poiché la dinamica dei prezzi di alcuni prodotti
essenziali per l’esercizio della pratica agricola, fertilizzanti in primo
luogo, è strettamente legata a quella dei prodotti petroliferi: anche da questo
punto di vista, quindi, nel corso del 2012 si è registrato un aggravio dei
costi».

Un terzo allevatore, Antonio Boselli, con
azienda a Pieve Fissiraga, in provincia di Lodi, presidente di Confagricoltura
Milano Lodi e Monza Brianza, amplia il discorso così: «Nell’affrontare la
questione dei costi di produzione del latte, non si devono poi trascurare tutte
quelle voci che incidono sul bilancio dell’allevamento e che si riflettono
quindi indirettamente sul processo produttivo. Tra queste, naturalmente, anche
gli oneri fiscali che gravano sull’azienda: il 2012, in particolare, ha visto
l’entrata in vigore dell’Imu che ha certamente inciso sul settore agricolo più
che in qualsiasi altro comparto economico, raggiungendo livelli veramente
insostenibili. Con questa nuova imposta, applicata anche sui fabbricati rurali
ad uso strumentale, gli oneri inerenti il patrimonio immobiliare delle aziende
agricole sono aumentati di quattro o cinque volte rispetto all’anno precedente:
aziende di medie dimensioni che pagavano, con la vecchia Ici, importi
dell’ordine dei 2mila euro sono arrivati a doverne versare 10mila o più, somme
che sui nostri bilanci incidono notevolmente».

Conclude Umberto Bertolasi, direttore di Confagricoltura
Lombardia: «Il 2012 è stato un anno particolarmente difficile per la zootecnia
da latte. L’aumento dei costi di produzione denunciato dai nostri allevatori ha
progressivamente eroso ogni margine di redditività. Il mercato ha evidenziato
sicuramente una tendenza positiva, come testimoniato dall’andamento delle
quotazioni del latte spot, ma questo trend purtroppo non ha trovato un riflesso
immediato nelle condizioni offerte dall’industria di trasformazione agli
allevatori. L’accordo siglato dalle organizzazioni agricole lombarde con
Italatte si colloca in questo contesto difficile, nel quale ha prevalso la
volontà di garantire una prospettiva certa alle aziende con un prezzo sicuro
sino a tutto il mese di aprile, pur nella consapevolezza che il prezzo
sottoscritto garantisce un recupero solo parziale dell’aumento dei costi
sostenuto. Naturalmente, il nostro auspicio è che la situazione positiva del
mercato si mantenga nei mesi a venire, creando le condizioni per un successivo
accordo maggiormente remunerativo per gli allevatori».

Coldiretti

Anche a nome del presidente di Coldiretti
Lombardia Ettore Prandini, il capo dell’Area tecnico economica della Coldiretti
di Brescia Mauro Belloli ha risposto così alla domanda dell’Informatore
Zootecnico di provare a quantificare il costo di produzione del latte in
Lombardia: «Non è facile sintetizzare in una cifra il reale costo di
produzione del latte: varie sono le componenti che rendono il dato variabile
(entro un certo margine) per ogni singola azienda. Solo per citarne alcune, la
collocazione territoriale (pianura irrigua o meno, collina o montagna), la
dimensione aziendale (dove le grandi aziende ammortizzano meglio taluni costi
fissi, ma non sempre sono le più efficienti), la resa della mandria, il grado
di approvvigionamento aziendale di foraggi e mangimi, il rapporto manodopera
familiare/manodopera dipendente».

Comunque, ha continuato Belloli, «prendendo a
riferimento una situazione mediamente rappresentativa (azienda della pianura
bresciana), si possono realisticamente fornire i seguenti dati»:

-
costo di produzione 2010: 40,80 euro/100 kg.

-
costo di produzione 2011: 41,50 euro/100 kg.

-
costo di produzione 2012: 44,20 euro/100 kg.

La voce che ha maggiormente inciso sull’aumento del
costo di produzione «è sicuramente quella dell’alimentazione, che
indicativamente costituisce circa 1/3 del totale. Prendendo a riferimento il
prezzo/costo di mais, farina di soia e fieno di erba medica, nel 2012 infatti
si registra complessivamente un + 18% rispetto al 2011 ( e + 23% rispetto al
2010). Per la sola farina di soia, nel 2012 si è registrato un + 40% rispetto
all’anno prima». D’altra parte «si sono registrati importanti aumenti anche per
le voci carburanti ed elettricità».

Copagri

Sul problema si è espressa anche Copagri
Lombardia, che ha fornito all’Informatore Zootecnico i dati di una
valutazione sul costo litro latte «effettuata per la propria organizzazione
dall’agronomo Fausto Cavalli». Quest’ultimo ha raccolto i dati di 21 aziende
agricole utilizzando un software realizzato da
Bevilatte srl, un’agenzia di servizi per l’agricoltura di Brescia. La grande
maggioranza delle aziende monitorate è situata nelle province di Brescia e
Cremona, con destinazione del latte principalmente a Grana Padano, un numero
minore in provincia di Parma, con destinazione al Parmigiano Reggiano.

I
risultati raccolti sul costo litro latte «destinato all’uso alimentare, o a
Grana Padano», suddivisi per “centri di costo”, sono evidenziati dalla tabella
1. Per quanto riguarda la produzione di latte destinato a Grana Padano,
commenta l’agronomo, «si evidenzia che il costo litro latte è compensato da un
medesimo importo di ricavo e l’utile aziendale è derivante per lo più da quanto
l’imprenditore percepisce di Pac».

Cavalli sottolinea
di aver «riscontrato una significativa variabilità del peso economico dei
singoli centri di costo. Questo vuole dire che lo spazio di miglioramento dal
punto di vista gestionale sarebbe ancora molto elevato, ma è ancora troppo
scarsa in Italia la cultura economica di tipo imprenditoriale presso gli
allevatori».

Il prezzo

Importante infine dimensionare questo nostro
discorso sui costi di produzione del latte in Lombardia confrontando questi
ultimi con i ricavi unitari. Riporteremo dunque nel box pubblicato qui sotto il
testo esatto dell’accordo sul prezzo del latte alla stalla firmato a Milano il
10 dicembre 2012 da Italatte (una spa che fa capo al gruppo Lactalis con i marchi
Parmalat, Galbani, Invernizzi e Cademartori) da una parte e dalle
quattro organizzazioni professionali agricole lombarde dall’altra. Il prezzo
definito da questo accordo era pari a 38 euro al quintale per le consegne
effettuate da ottobre a novembre 2012, per poi passare a 39,5 euro per quelle
di dicembre e infine a 40 euro per quelle da gennaio ad aprile 2013, Iva
esclusa e più i premi previsti dall’attuale tabella qualità.

Il giorno in cui fu stipulato questo accordo Roberto Cavaliere, presidente
di Copagri Lombardia, propose questo confronto tra il prezzo e il costo: «Essendo
questo un prezzo di riferimento auspichiamo che si possano individuare degli
accordi privati migliorativi. Riteniamo quanto mai urgente che il ministro
Catania convochi le organizzazioni professionali agricole e che si valutino
interventi urgenti a sostegno del settore a compensazione del differenziale tra
prezzo riconosciuto e costi di produzione sostenuti dalle aziende agricole,
differenziale che noi stimiamo in 5 centesimi al litro».

L’intervento di Cavaliere aggiunge dunque un dato
utile alla nostra discussione sui costi. Bisogna d’altra parte ricordare che,
se è vero che il prezzo dell’accordo del 10 dicembre è ritenuto da molti operatori
una quotazione “di riferimento”, è anche vero che questo “riferimento” non può essere
valido per tutte le situazioni zootecniche lombarde, dato che resta pur sempre
il prezzo relativo al latte utilizzato da Italatte per le proprie
trasformazioni industriali.

Vogliamo dire cioè che l’idea del “riferimento” dovrà
prima o poi estendersi anche ad altri tipi di prezzo alla stalla, cioè anche ai
prezzi del latte destinato alla trasformazione da altre realtà industriali,
spesso cooperative, che possono offrire agli allevatori altri tipi di prezzi.
Sicuramente per esempio potrà essere maggiore il prezzo ottenuto dai tanti
allevatori lombardi che conferiscono il proprio latte a caseifici che lo
trasformano in Grana Padano dop. Per non parlare del prezzo ottenuto, in cambio
del latte destinato alla trasformazione in Parmigiano Reggiano dop, da quegli
allevatori mantovani il cui allevamento è situato alla destra del Po (e qui burocraticamente
siamo ancora in Lombardia).

È anche vero però che se per questi allevatori il
prezzo potrà essere maggiore, potranno essere maggiori anche i costi di
produzione. Infatti i disciplinari di produzione dei formaggi dop impongono
agli allevatori restrizioni produttive e procedurali che innalzano anche in
misura sensibile i loro costi di produzione, rendendoli ben superiori rispetto
ai costi sostenuti dagli allevatori che non destinano il proprio latte a
caseifici dop.

Cia

Un discorso, quest’ultimo, che viene approfondito
dal presidente di Cia Lombardia, Mario Lanzi. Il quale ha contribuito così
all’indagine dell’Informatore Zootecnico: «Nel comparto lattiero regionale si sono da tempo consolidate tre
vocazioni specifiche legate alla trasformazione casearia: formaggi grana e dop,
latte alimentare e produzioni fresche. Questo ha determinato, unitamente ad una
diversa valorizzazione economica nella determinazione del prezzo del latte,
anche una diversità dei costi di produzione».

E mentre
sono generalmente comuni i costi legati ai fattori energetici e dei mezzi tecnici,
continua Lanzi, «i costi della razione alimentare sono condizionati alla
destinazione produttiva (proteine, caseificazione, ecc.)».

Inoltre,
aggiunge il presidente di Cia Lombardia, sono entrati nella determinazione del
costo di produzione del latte «anche fattori esterni all’impresa, come quote
latte, nitrati o agroenergie».

In
conclusione, «da una macroanalisi possiamo ritenere che negli allevamenti del
circuito dei formaggi grana e dell’alta qualità la forbice del costi litro sia
variabile dai 40 ai 45 centesimi, con una componente, quella della razione, che
può arrivare al 60% del costo. Diversamente negli altri comparti i costi
possono variare dai 38 ai 43 centesimi al litro, con un’incidenza della razione
attorno al 55%. Questo evidenzia come attualmente i bilanci aziendali si
diversifichino non solo per tipologia di allevamento, ma anche per condizione
associativa; e che i contributi della Pac incidano di fatto sulla sostenibilità
del bilancio aziendale».

 

Allegati

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