Secondo gli allevatori «Spendiamo 7 euro al giorno per vacca»

La parola a quattro imprenditori lombardi –

E’ l’alimentazione la voce di costo che può cambiare un bilancio. Punto di pareggio a 43 cent/litro

Secondo gli allevatori «Spendiamo 7 euro al giorno per vacca»


Quanto gravano i costi di produzione sul bilancio della stalla da latte? Più o meno quanto le tasse sul reddito di un’impresa media: il 50% circa. Cifra preoccupante, se la si prende nella sua interezza. Eppure basta fare due conti sulla base della propria esperienza aziendale per rendersi conto che non è esagerata. Chiaramente, si arriva a quel valore facendo un vero bilancio delle spese, ovvero considerando tutte le voci e non soltanto quelle di cui ci si ricorda a mente.

In altre parole, in un vero bilancio dei costi vanno messi, oltre ad alimentazione, manodopera e spese sanitarie, anche gli ammortamenti, la vacca morta di parto, l’affitto dei terreni, i costi burocratici, che si concretizzano in tempo perso e in esborsi veri e propri (per esempio, per le consulenze agronomiche in materia di piani di smaltimento liquami). Se si mette tutto assieme, si scoprirà che la metà del fatturato se ne va in mille rivoli che, a fine anno, rischiano di lasciare l’allevatore con un pugno di mosche.

 

Servirebbe un prezzo a quota 45 centesimi

E allora? Bisogna pensare di smettere? Fortunatamente no. Il leggero aumento del prezzo del latte e soprattutto lo stabilizzarsi del costo dei cereali permettono infatti di raggiungere comunque un equilibrio, che per un allevamento standard si ottiene con il latte poco sopra i 40 centesimi al litro.

Ovviamente, per passare dal pareggio di bilancio all’ottenimento di utili – magari da reinvestire nell’azienda, per creare crescita e lavoro – è necessario che il prezzo del latte arrivi attorno ai 45 centesimi, oppure che i costi alimentari e di manodopera scendano ulteriormente. L’una e l’altra eventualità tutt’altro che semplici.

E allora ce n’è una terza, che vedremo suggerita da uno dei nostri intervistati: aumentare il valore aggiunto del prodotto, passando dalla vendita del latte alla sua trasformazione, magari attraverso forme di cooperazione.

Sentiamo intanto come pesano i costi produttivi – e ovviamente quello dell’alimentazione in particolare – sui bilanci di alcune aziende zootecniche.

 

Se ne va il 50% della plv

Cominciamo dalla provincia di Milano e precisamente da Casalmaiocco, dove troviamo Attilio Bellomi, allevatore con 170 capi in lattazione e 320 totali. Quanto incide l’alimentazione sui costi produttivi? «Facile: spendiamo tra i 6 e i 7 euro al giorno per vacca, nel complesso, a fronte di una produzione lorda vendibile di 14 euro. Questo, calcolando una resa media di 30 litri al giorno e i costi dei cereali del gennaio del 2012».

Siamo dunque, come anticipato, vicini al 50% di spese. E per quanto riguarda nello specifico la spesa alimentare? «Se il totale è del 50%, l’alimentazione pesa, a occhio, per un 45% buono. Il resto sono spese sanitarie, energetiche e stipendi. Per quanto riguarda questi ultimi, nella nostra stalla sono impegnate due persone fisse, quindi il conto è presto fatto». Calcolando uno stipendio medio comprensivo di tasse e contributi, si arriva a un 8% circa della plv.

Dunque l’alimentazione si conferma come il fattore che può cambiare un bilancio. «In effetti è così. Per esempio, nel 2012 eravamo partiti male, con i cereali alle stelle. Fortunatamente, verso fine anno l’emergenza è rientrata. E noi siamo comunque fortunati, perché produciamo in casa quasi tutti i foraggi, a cominciare dal trinciato di mais e acquistiamo soltanto i proteici e un po’ di fieno».

Qual è, a questo punto, il giusto rapporto tra costo delle materie prime e prezzo del latte? Secondo Bellomi, la situazione attuale permette un “precario equilibrio”: «Diciamo che al momento si sopravvive. Noi siamo in una situazione particolare, perché conferiamo il latte a una struttura in sofferenza e quindi riceviamo un prezzo leggermente decuratato; tuttavia chi prende i 43 centesimi pieni può dirsi in pari. Certo, non è una situazione del tutto tranquilla, né tale da poter pensare a investire».

 

Il peso della burocrazia

Passiamo a Brescia, restando quindi sempre in zona vocata per la zootecnia da latte. Anche Ettore Prandini è un grosso allevatore, dal momento che possiede una stalla con 320 capi in lattazione a Lonato del Garda. Prandini è però anche presidente della Coldiretti bresciana, dunque da lui avremo un parere più “politico”. Per esempio, come allevatore ma soprattutto come rappresentante sindacale rifiuta l’equazione “costi uguale alimentazione”.

«Quando si analizzano i costi di una stalla si parte sempre dalla spesa alimentare, magari nel tentativo di ridurla. Ma sarebbe sbagliato toccare la qualità dell’alimentazione, perché da essa passano i risultati quantitativi e anche qualitativi della mia attività. Monitorare i costi è corretto, ci mancherebbe. Però non si deve guardare soltanto a quelli, ma anche alla qualità del prodotto».

Se vogliamo cercare voci su cui lavorare, continua Prandini, meglio rivolgersi altrove. «Si dovrebbe concretizzare qualcuna delle tante promesse fatte in questi anni da parte pubblica. Per esempio, riguardo al peso della burocrazia: un allevatore medio passa due giorni alla settimana su carte, registri e simili. È un tempo enorme sottratto all’imprenditoria agricola vera e propria, al fare impresa. Dunque, prima di toccare la qualità degli alimenti si dovrebbe lavorare su queste voci. Anche perché diminuire la spesa alimentare vuol dire togliere reddito ad altri agricoltori, ovvero fare comunque un danno alla filiera».

Il peso dell’alimentazione, conferma Prandini, è attorno al 40% delle uscite totali. «Questo se non consideriamo le voci citate in precedenza, ovvero burocrazia e simili. Prendendo in esame anch’esse, ci renderemmo conto che la spesa per gli alimenti è in realtà inferiore e dunque che non vi sono grandi margini per abbassarla ulteriormente, a meno di non usare materie prime di qualità scadente, come già avviene in certi paesi europei; ma non mi sembra il caso di competere su quel terreno».

La ricetta, invece, è un’altra. «Gli allevatori devono cambiare la mentalità: invece di aspettare che il prezzo aumenti, devono darsi da fare per incassare una parte del valore aggiunto della trasformazione. Per esempio, attraverso caseifici cooperativi. Consorzi e cooperative sono state abbandonate negli ultimi quindici anni e questo è stato un errore. Finora ci siamo limitati a produrre, ma ora il mercato impone il salto di qualità: dobbiamo guardare alla commercializzazione; in caso contrario continueremo a lasciare ad altri il valore aggiunto del nostro lavoro».

 

La filiera corta

I fratelli Romani di Ponte 21 (Mn) sono la risposta migliore all’esortazione di Ettore Prandini. Il latte delle loro 400 vacche finisce infatti nel caseificio aziendale, dove diventa formaggio grana in vari formati: forme intere, bocconcini, pezzi già sottovuoto, grattugiato.

Paolo Romani, che nell’azienda segue in modo particolare la stalla, conferma quanto detto dal presidente della Coldiretti bresciana: «Senza dubbio, facendo trasformazione il rapporto tra costi e ricavi cambia, perché saltiamo diversi passaggi e dunque la marginalità aumenta. In pratica la nostra filiera è cortissima: coltiviamo foraggi e cereali, alimentiamo le vacche, mungiamo il latte, facciamo il formaggio e lo vendiamo. Il guadagno resta tutto a noi, a parte la quota per il rappresentante e, naturalmente quella che va al rivenditore, ovvero la Gdo. In questo modo la redditività dell’azienda è diversa dalla semplice vendita del latte. Inoltre ci sono anche – e non sono da dimenticare – le garanzie per il consumatore: qui non c’è possibilità di errore, la provenienza del latte è certa, come pure l’alimentazione degli animali. Avviene tutto nella stessa azienda».

Dobbiamo parlare, però, di costi di produzione. «Secondo i nostri calcoli, fatto 100 il costo totale, abbiamo un 55% di spesa alimentare e il restante che se ne va tra stipendi, sanità, energia e varie altre voci. La spesa alimentare è di gran lunga prioritaria, dunque, seguita da stipendi e manodopera e, al terzo posto, dall’energia».

Questo nonostante anche i Romani producano in azienda una buona parte degli alimenti. «Facciamo tutti i foraggi e i cereali e comperiamo soltanto un nucleo proteico con soia certificata Non-Ogm, visto che il nostro formaggio ha tale certificazione. Comunque sia, se si vuol lavorare bene i costi sono quelli e a noi ovviamente interessa la qualità del prodotto prima di ogni altra cosa».

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