Il bovino da carne può essere italiano

Importare dalla Francia i vitelli da ingrassare costa troppo. Si ripropone l'alternativa dell'allevamento linea vacca vitello

Per protestare contro il forte aumento del prezzo dei bovini di ristallo francesi, la cooperativa veneta Azove ha deciso, in accordo con i propri soci ingrassatori, di non effettuare ulteriori acquisti di questi giovani bovini se le loro quotazioni supereranno i valori raggiunti negli ultimi mesi sul mercato francese. E di guardare anche ad altri possibili fornitori.

 

Alla cooperativa Azove, che è tra i primi importatori nazionali di bovini da ingrassare, aderiscono 150 soci che allevano complessivamente 50mila capi. Il fatturato è di 144 milioni di euro.

 

I prezzi dei giovani bovini da carne francesi, spiega il presidente di Azove Fabio Scomparin, in questi ultimi mesi hanno manifestato «un'impennata che compromette fortemente la redditività degli allevatori soci, dal momento che i maggiori costi non riescono a trovare copertura nel prezzo di vendita dei bovini da macello, che continua a calare. La decisione di sospendere gli acquisti di vitelli dalla Francia è strettamente aziendale; tuttavia potrà essere più incisiva se sarà seguita anche dagli altri operatori del settore, ed è per questo motivo che attraverso una lettera abbiamo invitato anche le altre strutture italiane a seguire il nostro esempio». E nel complesso sono circa 800mila i bovini da ristallo acquistati ogni anno sul mercato francese dagli allevatori italiani.

 

La decisione di Azove è un gesto forte, ma il problema è ormai da mesi all'ordine del giorno tra gli operatori del settore. Alla fiera Agriumbria per esempio Fabiano Barbisan, presidente del consorzio Italia Zootecnica, un'altra società protagonista della filiera dei bovini da carne, ha lanciato una denuncia in linea con quella della cooperativa veneta: «Il costo di produzione di un bovino da carne oggi viene irrimediabilmente appesantito dal costo del ristallo. In questi ultimi mesi per acquistare dall'estero un vitello di 400 kg, da far crescere, si sono sborsati in media 3,20 €/kg. Mentre la vendita di un vitellone da 720-740 kg, cioè alla fine del suo periodo d'allevamento in Italia, ha fruttato solo 2,60 €/kg».

 

Le spese di ammortamento della differenza tra il prezzo di acquisto e quello di vendita del bovino da ristallo francese sono la seconda voce per importanza del costo di produzione, dopo l'alimentazione, conferma all'Informatore Zootecnico Carlo Angelo Sgoifo Rossi, docente al dipartimento di veterinaria dell'università di Milano. Che però aggiunge che un'alternativa c'è e consiste nella cosiddetta linea vacca vitello.

 

Si tratta di un tipo di allevamento di bovini da carne che non prevede di far “ingrassare” un vitello importato dall'estero ma di far crescere e portare al macello vitelli partoriti e svezzati già nelle aziende italiane. Spiega Sgoifo Rossi: «Dall'analisi economica dell'allevamento linea vacca vitello emerge chiaramente come il tornaconto sia positivo. Situazione ben diversa da quella vista negli ultimi anni per l'ingrasso del vitellone d'importazione, che comporta un tornaconto che va da soli +50 € per capo fino a perdite di 200 € per capo. Dunque l'allevamento linea vacca vitello rappresenta certamente un'opportunità per la zootecnia da carne italiana e non solo in un'ottica di messa a reddito di quelle aree di collina e di bassa montagna altrimenti difficilmente sfruttabili ma anche come valido orientamento produttivo per realtà agricole di pianura».

 

In passato infatti, continua il docente milanese, «si è erroneamente sviluppata la convinzione che nelle zone di pianura la zootecnia da carne si possa realizzare solo attraverso l'ingrasso di bovini di elevato pregio genetico ad oggi principalmente importati dalla Francia. Tale orientamento, oltre ad aver determinato un drammatico degrado socio-economico e ambientale delle zone pedemontane, e la pressoché scomparsa dell'allevamento linea vacca vitello in pianura, si sta rivelando anche catastrofico per la zootecnia da carne italiana in generale, dal momento che il costo del ristallo d'importazione è diventato talmente proibitivo da condizionare il risultato economico dell'allevamento».

 

Considerando inoltre che in futuro in Italia, dopo tutto come anche nel resto del mondo, Francia compresa, ci sarà carenza di ristalli da ingrassare a causa di una ridotta diffusione di vacche nutrici, è la conclusione di Sgoifo Rossi, «forse è veramente giunto il momento di riflettere sulla possibilità di convertire molti dei nostri allevamenti da ingrasso in allevamenti di nutrici».

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