Reddito dalle bufale con management e alimentazione

L’esperienza dell’azienda Letizia,della provincia di Caserta. La cura della gestione complessiva dell’allevamento e l’attenzione all’animale,soprattuttoper quanto riguarda l’alimentazione: sono i due fattori che consentono di aumentare la resa teorica del latte

«Nell'allevamento della bufala l'alimentazione rappresenta senza dubbio il fattore che incide maggiormente sulle performance aziendali. Insieme all'azione di management è decisiva nel permettere o meno all'azienda di arrivare a spuntare un profitto positivo». Sono le parole di Davide Letizia, titolare dell'azienda agricola “Letizia” srl, ubicata a Pietramelara (Ce), dove sono allevate circa mille bufale, di cui quattrocento in lattazione, e dove la produzione è di circa novemila quintali di latte all'anno.

 

Questo tipo di allevamento, spiega Letizia, «va considerato nel suo insieme; l'animale rappresenta il punto centrale attorno al quale focalizzare gli obiettivi e preparare i programmi aziendali».

I vitelli

 

Ogni settore dell'azienda, distinto in base all'età degli animali e alla fase di allevamento, deve essere organizzato e gestito avendo dei chiari obiettivi da perseguire. «La prima fase di allevamento, continua l'imprenditore, riguarda la crescita dei vitelli. Gli obiettivi sono quelli di ridurre la mortalità, grazie ad una gestione ottimale del “benessere” aziendale, e di ottenere un rapido accrescimento dell'animale, conforme agli standard morfologici della razza».

 

Per ottenere risultati positivi i vitelli sono allevati in box singoli per i primi 20-30 giorni di vita e, successivamente, sistemati in box multipli prima in gruppi omogenei di cinque e poi di 10-12.

 

«Naturalmente - aggiunge il nostro interlocutore - va dosata con attenzione l'alimentazione per accompagnare il giovane animale nel passaggio da una dieta a base di solo latte ad una dieta “solida”. Inoltre, non deve mai mancare l'acqua, che rappresenta un elemento fondamentale per una corretta nutrizione».

Le manze

 

Per quanto concerne la gestione delle manze l'obiettivo è quello di consentire una veloce formazione dell'apparato scheletrico per portare gli animali quanto prima possibile al momento del primo parto.

 

«In questo caso, osserva Letizia, l'alimentazione gioca un ruolo determinante per favorire la formazione dell'idonea struttura ossea nel più breve tempo possibile; è evidente che portare una bufala al primo parto a 27-28 mesi, rispetto ai 30-31 soliti, rappresenta un vantaggio in termini economici di non poco rilievo».

In produzione

 

La fase di produzione, invece, deve tener conto di altri aspetti, che riguardano anche la qualità del latte.

 

«Uno degli obiettivi è quello di mantenere la curva di lattazione il più possibile sui livelli massimi e perseguire produzioni costanti», ci riferisce Donato Chiumiento, tecnico Purina che collabora nella formulazione della razione alimentare con il titolare dell'azienda. «Oltre a ciò, va tenuta presente la qualità del prodotto da trasformare puntando ad un buon tenore in grasso e proteine. Tutti i parametri summenzionati vanno perseguiti simultaneamente ricercando il giusto equilibrio tra quantità e qualità per sfruttare al meglio le potenzialità genetiche dell'animale».

 

Le bufale sono pesate dal parto, per tutta la fase di lattazione, all'asciutta e fino al parto successivo, per valutare eventuali correzioni da apportare alla razione alimentare.

 

Il piatto unico (unifeed), ci dice Stanislao Pellino, venditore specializzato prodotti per bufale della Purina, «viene monitorato ogni settimana, e mensilmente si provvede ad analizzare le singole componenti della razione. In particolare, si agisce molto sull'insilato di mais per rilevare la presenza di muffe e/o tossine e vengono analizzate all'infrarosso le varie componenti nutrizionali».

 

In definitiva la corretta alimentazione, favorita dall'impiego di mangimi preparati con procedimenti altamente tecnologici che esaltano l'azione delle altre componenti, e la razionale e puntuale gestione dell'allevamento, associata al continuo monitoraggio degli animali e delle produzioni, permettono di ottenere un profitto positivo.

 

«Si punta ad incrementare la resa teorica del latte di un 2-3% - precisa Letizia - e ciò è possibile solo con una gestione imprenditoriale dell'allevamento che metta al centro la bufala consentendole di esprimere al massimo il potenziale genetico per un tempo ragionevolmente lungo».

La mozzarella

 

L'azienda, inoltre, è socia del caseificio “San Salvatore”, che è attiguo all'allevamento. «La nostra produzione di Mozzarella di bufala dop è destinata alla gdo e al “normal trade” (banchi frigo e gastronomia). Abbiamo anche brevettato una forma particolare, a ciambella, che però non rientra nella dop perché non è riconosciuta dal Disciplinare. In futuro, se sarà svolta un'adeguata strategia di marketing da parte del Consorzio, saremmo interessati a immettere in commercio altre tipologie di prodotto ottenuto con il latte di bufala, soprattutto nel periodo invernale quando il consumo di mozzarella è più contenuto».

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